venerdì 24 Settembre 2021
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“Viva il Betis nonostante perda!”: come nasce l’identità balompedista

2 ' di letturaPer comprendere a fondo le radici di un sentimento, bisognerebbe quantomeno averlo vissuto. Se ciò non è possibile a causa di evidenti fattori cronologici, si può comunque provare a frugare tra le tasche del passato, per provare a rinvenire le ragioni di un’anima identitaria così forte come quella che abita il Real Betis Balompié.

Non è certo un mistero, infatti, che i biancoverdi siano tra i club maggiormente tifati in Spagna e che quell’attaccamento assuma contorni quasi viscerali. Essere Betis, il nome latino del Guadalquivir, il fiume che attraversa la città di Siviglia, significa appartenere. Ad una comunità. Ad una famiglia allargata. Ad un sentimento superiore. Un legame simbiotico, che conduce chi lo prova ad alternare i suoi stati umorali a seconda dell’andamento del club: calcio e vita si fondono, fino a dissolvere i contorni. E alla fine diventa quasi difficile distinguere dove inizia la realtà e finisce il racconto mitologico.

Dove nasce questa alma che accomuna un intero popolo? Come spesso accade, nei momenti più difficili. Fondato nel 1907 da un gruppo di studenti della Escuola Politecnica, dentro la calle Cervantes, assume un nome che è già un monito: Balompié è la parola giusta per non scrivere football. Solo che in Spagna non la usa nessuno. Come dire: occhio che noi siamo proprio un’altra cosa.

Ad ogni modo, gli inizi sono promettenti. Il club vive un’età dorata a partire dai primi anni ’30, arrivando alla conquista del titolo di campione nazionale il 28 aprile 1935, grazie ad un netto successo (5-0) a Santander, sul campo del Racing. Tutto lascerebbe intuire un prosieguo luminoso, ma le cose vanno diversamente. Un lento, inatteso e inesorabile declino conduce la società nello sprofondo, fino a farla inabissare dentro le paludi della terza divisione.

Una formazione del Betis nel 1956

Ed è proprio qui che nasce l’incantesimo. Il legame di sangue tra quella maglia ed il suo popolo. Una lunghissima traversata (dal 1947 al 1958) in un ossimorico deserto costellato di insoddisfazioni e bellezza. Sono gli anni del ¡Viva er Beti manque pierda! (Viva il Betis nonostante perda). Qui si cementa un sentimento. Nel momento più tetro di sempre. Nell’ora della sconfitta e del dolore. Da qui nascono l’attaccamento e lo spirito Betis: un club che si tifa e si ama a prescindere, anche se non fa altro che perdere. Se riesci a comprendere la bellezza racchiusa in questo concetto, hai già vinto.

La vera alma Balompedista è forse contenuta nei versi del poeta Joaquin Romero Murube, che negli anni ’50 scrive: “Il Betis si costruì un morale indistruttibile a prova di sconfitte… però invece di adottare questa inesplicabile rinuncia che abbiamo applicato, per nostra disgrazia, a tante avversità – quella di stringerci le spalle invece di stringerci il cuore -, il Betis, dopo l’ecatombe, combatteva ogni pomeriggio con maggiore entusiasmo per la conquista della sua gloria”.

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Paolo Lazzari
Giornalista

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