venerdì 30 Luglio 2021
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Roberto Rojas non è morto: i giorni del Condor

6 ' di lettura“In Latino la parola religione deriva dal verbo ‘religare’ cioè legare, connettere qualcosa o qualcuno con qualcun altro… collegare le anime e mettere insieme i pezzi di qualcuno… el que se encarga de limpiar el camino… ”. Aveva letto queste frasi, che erano ritagli di frasi, in un libro, ma gli si erano subito chiusi gli occhi. Era una partita. C’era Wilkins, c’era un altro: tiravano in porta. Era quella dello 0-0, Cile-Inghilterra. Era l’Estadio Nacional. E lui le aveva prese tutte. “Ma che ore sono?”

L’aveva sognata o forse soltanto immaginata, ma era andata proprio così e alla fine la gente aveva urlato: Rojas, Rojas. E poi aveva parato tutto anche a Wembley. Anche se questo nel sogno non c’era.

L’orologio della macchina di Paulo Silas segna quasi le undici del mattino: “Roberto, vuoi caffè? Dai Roberto, prendi il caffè”. Roberto beve un po’ : “ Ma quanto ho dormito? Un minuto? Due ore? ”Poi lascia cadere la testa sul sedile, gli occhi chiusi dietro gli occhiali da sole. Li riapre dopo cinque minuti. Era l’Estadio Nacional, certo, non poteva essere che il Nacional. Gli sembrava di aver sognato ancora, ma non riusciva a ricordare cosa. Forse una ragazza, ma non lo guardava.

Sui cipressi della Cordigliera arrivano le nuvole, piccole e pesanti, mentre Roberto si gira verso il sedile posteriore. Poi con la mano stanca prende un altro libro: è la Bibbia. Gli piace tenerla. Non solo perché da un po’ va in giro con gli Atleti di Cristo. A Roberto piace tenere proprio il libro tra le mani. Gli sembra di star meglio, gli dà sicurezza .

Anche la macchina odora di libri. E Paulo Silas la guida morbido lungo le curve della vallata di Curicò. Ha voglia di ricordi e di calcio : “Ieri quando hai parlato alla gente dal pulpito, eri concentrato al massimo. Era come se fossi in porta. Tu saresti stato un grande portiere anche in Italia. C’era Taffarel nel Parma e sei forte almeno quanto lui. Alla Sampdoria giocavo con Pagliuca, ma un’altra squadra potevi trovarla. Tu sei Roberto Rojas,  tu sei il Condor. Ci hai battuti 4-0 in Copa America . Mamma mia , quelle parate su Müller, eri esplosivo. E quella con una mano sola su Careca ….. Ma non avevi già trent’anni ? E quella cosa della barriera con lo spazio in mezzo nelle punizioni l’hai inventata tu?” Roberto smorza un sorriso e risponde meccanicamente: “E’ finita, lo sai. Non mi fanno giocare più”. Poi tira giù il vetro.

Silas ha la faccia di quello che lo fa apposta: “Quando ci hanno fatto rivedere la partita alla moviola, in sala qualcuno ha sussurrato: ‘Roberto Rojas è un portiere con due palle così…. Che bella squadra avevate con Basay in attacco e Letelier, quello che ci ha fatto gol sul tuo rinvio. E tu sei stato eletto miglior portiere della Copa America: ti ha fatto i complimenti Preud’Homme, quello col nome di un profumo”. Ma non ride neanche adesso Roberto. Gli è rimasta quell’ombra o forse c’è sempre stata, sulla faccia da scultura precolombiana incorniciata dai capelli fluenti. E parlare a quelle persone dal pulpito ha anche rinvigorito la sua nostalgia del calcio, facendolo ricadere nella cupa inespressività degli ultimi tempi.

Ma Silas ci riprova: “Tu hai la testa del professionista, sempre sul pezzo. L’ho capito alla prima con noi al San Paolo, mi pare contro il Corinthians, anche se quel giorno di portoghese sapevi solo due parole: destra e sinistra. Tu interpreti ogni situazione al massimo. Quando uscivi sull’attaccante , avevi un tempismo raro. E aspettavi fino alla fine, non andavi mai giù. Solo te ho visto così. Nelle prese alte le tue mani sono come due tenaglie. E poi con la nuova regola sul passaggio indietro, servirebbe tanto uno come te che sappia giocare coi piedi. Ti chiameranno , tu non puoi stare fuori dal calcio . Ma non avete battuto anche i colombiani ? Quando Higuita è uscito a vuoto? Ma dove andava? A prendere aria fresca?”.

Stavolta Roberto ha la risposta pronta, ma non gli esce la voce. Di solito gli uomini la impostano.  Lui non lo fa più, lascia sempre che il suono esca così, come capita: “Ma quasi tutti i miei ex-compagni non mi parlano. Non mi parlano più. E nemmeno i giornalisti mi cercano più. Nemmeno per il quarto anniversario. Sono stato preso in giro anche per la depressione. Come fosse la ferita del Maracanazo, come se mi fossi fatto venire anche quella. Lo stanno pagando anche i miei figli, tutti i giorni, per le battutine degli amici. E quando entro in un locale, c’è sempre qualcuno che se ne va o che cambia di posto . E cala il silenzio. Ormai lo riconosco quel silenzio”. “Ieri a Curicò erano più di mille e ti hanno ascoltato. Io provo a guardare le cose come su una mappa: basta porsi alla giusta distanza per vedere tutto con chiarezza ”.

“Le persone che non capiscono il calcio sono le stesse che non perdonano. Non perdonano mai. In un grande Paese non sarebbe successo, lo sai. A un argentino a un brasiliano o a un uruguagio sarebbe stato concesso di tornare a giocare, a me no. Perché sono cileno. Non c’è niente da fare, sono l’unico caso al mondo di calciatore che ha dovuto smettere per un minuto di stupidità. Anche se era dettata dall’amore per il mio Paese . Sono cascato in quella trappola e nessuno mi ha difeso. Sarò sempre quello che ha fatto la sceneggiata al Maracanà col bisturi per battere il Brasile e portare il Cile al mondiale del ‘90. Si sono vendicati per le mie battaglie sindacali. Ho 36 anni e non mi è consentito nemmeno invecchiare. Mi hanno portato via anche il tempo”.

“Comportamenti sbagliati portano a momenti difficili. Ma ti sei assunto la responsabilità e potrai guardare in faccia i tuoi figli , andare in giro a testa alta. Perché tu Roberto sei a un punto di non ritorno della tua vita e puoi andare solo avanti, ma senza rimuovere: devi essere consapevole e non puoi dimenticarti chi sei. Stai bene adesso, ma forse non te ne rendi conto. Prima sembravi un pugile che ha appena subito un knock-out. L’infelicità, mi hanno insegnato, può essere una forma di paura. E poi chi ti conosce bene, non ti ha abbandonato. I tuoi interessi (nell’ordine) erano: la famiglia, il calcio, l’allenamento, la partita, la classifica, il calcio, l’allenamento, la partita e la classifica. Non pagherai per sempre. Magari succederà qualcosa con noi brasiliani. Col San Paolo hai vinto campionati”.

Silas ferma la macchina: ”Telefono a casa e poi mangiamo qui, lo conosci?”. Roberto garantisce. E’ un piccolo bistrot. Poi abbassa gli occhi, la Bibbia sempre vicino. Silas torna solcando il parcheggio a passo lungo: “A casa c’era un messaggio in segreteria: era Telè Santana e vuole parlare con te. Capito?” “Bello scherzo, grazie”

“E’ vero ….. Il messaggio era proprio ‘fammi chiamare da Roberto Rojas, il portiere cileno’. E qua c’è il numero di Santana. Chiamalo. Scommetto che ti vuole come allenatore dei portieri al San Paolo. Si ricomincia Roberto. Hai sottovalutato le mie capacità profetiche. E siamo sempre noi brasiliani a cercarti dopo quello che hai provato a farci …… ” . Scoppia una risata.

Lo sguardo di Roberto è ancora desolato. Come se non gli avessero mai dato quella notizia: “Sì, ma io non ci vado … non è più il mio mondo quello”. “Non vai? Scendi dalla macchina e vai a piedi. Vai ”. Silas urla disperato “Non lo so, non me la sento”, accenna Roberto.

Silas grida ancora: “Roberto scendi dalla macchina, adesso”. Roberto esegue e Silas sgomma, parte, sparisce.

Adesso Roberto non sa dove andare, non ha neanche soldi. Non passa una macchina, non passa nessuno. Si è alzato un vento freddo. C’è solo una curva.

Spunta un urlo: “Condor, è tua”. Poi un pallone che rimbalza, la parabola è raffinata .

Roberto lo afferra con presa sicura: “Lo sapevo che lo tenevi nel bagagliaio”. Ride e azzarda un palleggio. “Chiama Santana e digli che accetti ……. Perché tu accetti vero?”

Roberto accetta. Chiude un attimo gli occhi e riesce ad aggrapparsi a quella nuvola : allenerà i portieri del San Paolo prendendosi cura di un ragazzino di belle speranze, un certo Rogerio Ceni.

Quando chiude di nuovo gli occhi, Roberto si ritrova di sera su un terreno verde circondato da calciatori. Sono famosi e tutti in riga. Ci sono Arturo Vidal, David Pizarro, Mauricio Isla, Claudio Bravo e altri. Allo stadio Monumental di Santiago sono in quindicimila, anche quelli tutti per lui.

E c’è uno striscione “Gracias Condor”. Roberto ha la fascia di capitano, ma sta male, ha l’epatite C. Deve fare il trapianto di fegato. Poi mette i guanti e va in porta. Ma questo non è un sogno.

 

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