venerdì 30 Luglio 2021
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Quella volta in cui Verona diventò “fatal” anche in Spagna

4 ' di letturaItaliano e spagnolo si somigliano, come idiomi. Non basta certo aggiungere le “esse”, come dice Levante, il celebre personaggio interpretato da Leonardo Pieraccioni ne “Il ciclone”, ma molte parole non hanno nemmeno necessità del dizionario.

Fra queste parole, anche l’aggettivo protagonista di questa storia è trascrivibile paro paro alla nostra lingua: fatal. Che nella penisola iberica, oltre che per esprimere un qualcosa cui non si può sfuggire, si usa molto nel parlato gergale per dare l’idea di eccezionalmente orribile.

E’ un martedì (nè di Venere nè di Marte…) 26 giugno del 1990. La giornata è soleggiata, quasi afosa, perchè in piena estate le cinque del pomeriggio significano picco della perpendicolarità dei raggi solari, soprattutto se sei in una città lontana dal mare come la patria di Romeo e Giulietta.

Verona, già. Com’è che la chiamano anche gli appassionati di calcio? La fatal Verona.

Tutto questo perchè il Milan di Rivera ci lasciò le penne e uno scudetto praticamente già vinto nel 1973, perdendo 5-3 contro i locali che non avevano più nulla da dire al campionato. Ed anche alla fine di quest’anno, guarda caso, di nuovo Verona-Milan, coi rossoneri in lotta per il tricolore contro il Napoli, ed ancora una volta sconfitti dai già condannati gialloblu di un Bagnoli giunto al capolinea di una storia molto più felice della tragedia shakespeariana.

La nazionale spagnola è arrivata prima nel girone E, nonostante un avvio stentato che ha visto le Furie Rosse subire per tutta la partita la furia sì, ma uruguagia: si rimane sullo 0-0 solo perchè Ruben Sosa spedisce in curva un calcio di rigore propiziato da un mani di Villaroya sulla riga di porta, e perchè Zubizarreta fa in pieno il suo mestiere disinnescando le conclusioni di Alzamendi.

Le cose appaiono sistemarsi allorquando, a partire dal secondo incontro, il c.t. Luisito Suarez rinuncia all’apporto di Manolo, delantero centro dei Colchoneros, che sembra pestarsi i piedi con l’altro piccoletto, quello dei quattro gol nella partita del Mundial in Messico contro la Danimarca: Emilio Butragueno, per tutti “El Buitre”.

Suarez, che non è un vero e proprio allenatore, infatti a detta sua la tattica conta poco, e quello che deve fare un commissario tecnico è soltanto “assemblare nel miglior modo possibile le singole unità, in modo da farle rendere al meglio per caratteristiche compatibili”, mette dentro il corazziere del Barcellona Julio Salinas, e lascia libero Emilio di inserirsi da dietro assieme al suo compagno di club al Madrid, Josè Miguel Gonzàlez Martin Del Campo, sinteticamente noto a tutti come Mìchel.

E proprio Mìchel schianta la Corea del Sud con una tripletta che in patria definiscono “hermosa”. Dopo un inizio in sofferenza causa pressing furoreggiante asiatico, il 21 spagnolo, stavolta con calzoncino azùl (a differenza dell’inusitato blanco sfoggiato per motivi mai svelati contro la Celeste), sale in cattedra: prima segna con un fantastico “remate cruzado” di volo che batte Choi In-Young; poi riporta in vantaggio i suoi con una punizione magistrale sul primo palo a giro; infine chiude i conti con un aggancio in area seguito da slalom fra due difensori, che per il momento si candida ad essere il gol più bello del mondiale.

Ben in fiducia, la truppa ispanica, affronta la terza gara col Belgio per contendersi il primato, nel calderone del Bentegodi: non parte benissimo, ma trova il rigore del vantaggio, messo a segno ancora da Mìchel, che adesso è anche capocannoniere del torneo. Sotto gli occhi di un attento Giulio Andreotti, seduto accanto al re Juan Carlos, la Spagna prima si fa raggiungere da una punizione di Vervoort, che evidenzia piccoli problemi di barriera, poi la riagguanta con Gorrìz, e deve di nuovo dire grazie alla buona sorte che fa sbagliare il secondo rigore contro Zubizarreta, senza peraltro che Andoni abbia alcun merito: Scifo infatti spara sulla traversa.

Con queste premesse la vincitrice del gruppo E scende in campo, nuovamente al Bentegodi, in quel caliente martedì. L’avversario è il solito contro cui Suarez aveva esordito da tecnico, e non era andata bene: la Jugoslavia. Solo che stavolta i brasiliani d’Europa non arrivano travestiti da spauracchio, perchè ne hanno beccate quattro dalla Germania Ovest, e perchè si sono qualificati senza dare troppo nell’occhio.

Di fronte a 35 mila spettatori la Selecciòn parte subito forte, con un tiro di Martin Vazquez non trattenuto da Ivkovic, sul quale arriva El Buitre che però strozza il sinistro fuori e l’urlo in gola ai suoi tifosi, facendo pensare agli spettatori italiani a quella sigla del noto programma di Italia Uno con Zuzzurro e Gaspare, rivista e corretta: “ahi, ahi, ahi se sbaglia Emilio”.

Si va al descanso con ritmi blandi ma, al ritorno in campo, la convinzione è che se c’è una squadra che sta meglio, è quella di Suarez. Martin Vazquez sfiora il gol al termine di una scorribanda con finta a rientrare e destro sull’esterno della rete; poi Gorrìz per poco non bissa il gol col Belgio, ma Ivkovic salva sulla linea; è la volta del Buitre, che vorrebbe legittimare il suo nomignolo in questo Mondiale, ma il palo dice di no al suo colpo di testa.

E allora, vuoi vedere che gli strali iniziano a esser troppo lampanti? La Yugoslavia fa poco e nulla, così come il suo giocatore di maggior talento: ma basta una fiammata, fulminea, e Stojkovic mette giù un campanile in area e, con tocco soave batte Zubi.

Mancano poco più di dieci minuti, e la Roja è sfinita più che infuriata. Ma il barbuto Martìn non ci sta: scende, stavolta sulla destra e calcia, per la verità male. Il tiro diventa un passaggio che Julio Salinas corregge in rete, legittimando il pari e la gioia di chi per primo ha creduto in lui.

Si va ai supplementari, senza quasi più energia, incerti se proteggere il pareggio e giocarsela ai rigori o attaccare per allontanare i fantasmi della sconfitta dal dischetto di quattro anni prima. Ma non c’è tempo neanche per pensare, c’è una punizione.

Zubizarreta piazza la barriera, sul pallone quel geniaccio di Stojkovic, che fra un anno andrà a giocare proprio qui, a Verona: il tiro è carico di effetto, quasi perfetto. Quasi, perchè se Mìchel, il primo in barriera e il migliore dei suoi in questa avventura, non si abbassasse, probabilmente il pallone impatterebbe con la sua testa e andrebbe a finire in angolo. Invece no, va nell’angolino a grattare la rete per quel suono che condanna la Selecciòn a un’eliminazione prematura e immeritata, in un’edizione che la vedeva comunque capace di aspirare a ben altri risultati.

Ma fatal in slavo si scrive e si legge in tutt’altro modo, mentre in Spagna scopriranno che quell’aggettivo si traduce allo stesso modo e, a maggior ragione dopo quella partita, assumerà un significato ancor più raffigurativo di sogni infranti.

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Marco Murri
Marco Murri
Giornalista scrittore e allenatore UEFA C

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