giovedì 17 Giugno 2021
Home Penisola iberica Povero maledetto Benfica: l'anatema di Béla Guttman e i suoi cento anni...

Povero maledetto Benfica: l’anatema di Béla Guttman e i suoi cento anni di sventura

4 ' di letturaLisbona è una città magica, ammantata di una luce azzurra che la avvolge come sotto una grande cupola, dove il maestoso fiume Tago si perde nell’Oceano Atlantico, un luogo in cui l’orizzonte si perde ai confini del mare. La vita ha un ritmo cadenzato, la gente è cordiale e serena, con un’aria un po’ malinconica che si sposa alla perfezione con un’architettura cittadina fiera e decadente allo stesso tempo. A Lisbona la gente impazzisce per due cose: il baccalà e il calcio. Per il primo ci sono 365 ricette, una diversa per ogni giorno, per il secondo ci sono due squadre che hanno fatto la storia di questo sport, il Benfica e lo Sporting Lisbona.

La misteriosa figura di Guttman

Le Aquile hanno una storia, che viene ormai tramandata di padre in figlio, una leggenda che è folklore popolare, quella che riguarda la figura di Béla Guttman e del suo terribile anatema, l’allenatore che nei primi anni ’60 aveva rivoluzionato il calcio e aveva portato il Benfica sul tetto d’Europa, per due volte consecutive. Ma come si arriva a questa terribile maledizione, che ancora oggi influenza le sorti delle Aquile? Procediamo per gradi. La stessa figura di Guttman è misteriosa e arcana, nasce a Budapest nel 1899, in una delle città più importanti dell’impero austro-ungarico – ormai senza il prestigio e la forza di un tempo – da una famiglia di ballerini di origine ebraica. Ben presto si appassiona al calcio, diventa un giocatore professionista e gira per il mondo, tra l’Europa e il Nuovo Mondo. Prova un’avventura a New York, dove il soccer non ha ancora attecchito, e dopo aver vissuto sulla pelle il giovedì nero del 1929, ritorna nel Vecchio Continente. Impara nuove lingue, culture e tradizioni, e una volta appesi gli scarpini al chiodo, si stabilisce a Vienna per fare l’allenatore di calcio.

Sulla Capitale dell’ex impero austro-ungarico soffia un’aria terribile, perché al di là delle Alpi, dalla vicina Germania arriva un’influenza molto pericolosa, quella dell’ideologia nazista. Hitler ha preso il potere e nel 1937 annette l’Austria al Terzo Reich, dopo il cosiddetto Anschluss. Per Guttman le cose non si mettono affatto bene, la sua fede ebraica potrebbe causargli non pochi problemi, in quanto il nuovo regime dalla croce uncinata è intollerante con i figli di David, e le persecuzioni sono ormai all’ordine del giorno. Fatto sta, che in qualche modo Guttman riesce a cavarsela, in circostanze mai chiarificate del tutto, e dopo aver fatto perdere le sue tracce, ritorna sulla scena del calcio internazionale una volta terminata la Seconda Guerra Mondiale. In questa sua nuova vita, dopo anni di latitanza (forse in Brasile), non perde la sua vecchia passione di conoscere nuovi Paesi, quindi dopo aver allenato anche in Italia (Padova, Milan e Triestina), arriva in Portogallo, prima per vincere il campionato col Porto, poi si trasferisce sulle rive del Tago – a Lisbona – per prendere in mano le sorti del Benfica.

Sul tetto del mondo

Per Guttman è sempre una questione di soldi, il passaggio dai Dragões di Oporto alle Águias è dovuta principalmente al denaro, in barba alla grande rivalità che vi è tra le due squadre. Il santone magiaro, cultore del 4-2-4, si siede sulla panchina del Benfica nel 1959-1960, e al primo tentativo vince subito il campionato lusitano, ma il grande capolavoro deve ancora arrivare. Nel 1961 e nel 1962, grazie al suo gioco offensivo e spregiudicato, riesce a portare le Aquile dove mai avevano osato prima di allora: sul tetto d’Europa e per ben due volte consecutive. Guttman arricchisce la bacheca del Benfica con due Coppe dei Campioni, battendo in finale prima il Barcellona e poi il Real Madrid. Dopo un così straordinario trionfo, l’allenatore pensa di meritare un premio economico speciale, degno del prestigio e della fama portata alla squadra di Lisbona. La dirigenza però gli fa capire che non può andare oltre a quanto pattuito, e che le ambizioni economiche di Guttman non possono essere soddisfatte. Per cui, in nome della vile pecunia, Guttman decide di rassegnare le dimissioni dal Benfica, senza prima però pronunciare quella che è passata alla storia come la maledizione di Béla Guttman.

L’anatema che ancora affligge le sorti delle Águias

“D’ora in avanti il Benfica non vincerà più una coppa internazionale, per almeno 100 anni”. Queste sarebbero state le parole pronunciate dal tecnico magiaro una volta rassegnate le dimissioni, un’anatema vero e proprio che da allora ha provocato dispiaceri e tormenti alla grande comunità di tifosi delle Águias, perché nel corso degli ultimi cinquant’anni non sono mancate le occasioni per rialzare una coppa europea. La prima chance per tastare l’efficacia di questa maledizione è nel ’62/’63, il Benfica affronta il Milan di Rivera in finale di Coppa Campioni e vincono i rossoneri. Stagione ’64/’65, i lusitani si giocano un’altra finale di Coppa Campioni, stavolta di fronte si trovano i nerazzurri di Helenio Herrera, la Grande Inter. Ancora una volta la maledizione colpisce e il trofeo prende la strada di Milano. Nel ’67/’68 arriva una sconfitta beffarda contro il Manchester United ai tempi supplementari, altra Coppa dei Campioni sfiorata e svanita sul più bello. La beffa contro l’Anderlecht nella Coppa Uefa del 1982-1983 non sarà mai pesante come quella della Coppa Campioni 1987-1988 persa ai rigori contro il PSV Eindhoven. Nel computo va segnalata un’altra sconfitta con il Milan, nella finale del 1990, quando Rijkaard firma il successo dei rossoneri per 1 a 0. La Coppa dalle grandi orecchie sembra proprio stregata. Poi arrivano in sequenza le due finali di Europa League perse nel peggiore dei modi contro il Chelsea (gol di Ivanovic all’ultimo secondo) e Siviglia (calci di rigore). Le ultime due sono le più recenti, targate 2013 e 2014, a oltre cinquant’anni di distanza dalla maledizione e almeno trenta dalla morte del suo artefice.

A niente sono valsi i pellegrinaggi dei tifosi del Benfica alla tomba di Guttman, nemmeno le lacrime e le suppliche di Eusebio – che si recò al sepolcro dell’allenatore magiaro prima della finale del 1990 contro il Milan di Sacchi – sono servite a qualcosa. Povero maledetto Benfica, il destino ineluttabile ha infierito ferocemente sulla sua storia, otto finali perse sono davvero troppe, e bisogna attendere ancora trentadue anni prima che l’anatema si dissolva nell’aria, poi la storia ci dirà se una nuova coppa arriverà nella bacheca delle Águias.

LEGGI E COMMENTA

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Seguici

Ultimi Articoli

Ben Brereton, un inglese per la nazionale cilena

La nazionale cilena si è riunita in questi giorni in vista del doppio impegno contro Argentina e Bolivia, valevole per le qualificazione ai Mondiali,...

Llorente: la famiglia più sportiva di Spagna?

Metti una cena di Natale a casa Llorente, sul finire degli anni Novanta. Da un lato il nonno materno Ramón Moreno Grosso, lo zio...

Il quinto numero dieci

L’ala e’ uno di quei ruoli di cui ti innamori subito perché sai che prima di far arrampicare fino in cielo il centrale di...

Miracolo a Parigi: la Coppa delle Coppe del Real Zaragoza

Ogni vittoria ha la sua sliding door, il momento clou che cambia il corso della storia, dove gloria e disperazione si sfiorano prima di...
Condividi: