venerdì 26 Febbraio 2021
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Pablo Aimar: da Payaso a Mago, lanciando incantesimi su un campo da gioco

4 ' di letturaNel giugno del 1993, a Rio Cuarto, un esile ragazzino argentino ha un appuntamento con il destino senza saperlo. Come fa la sorte ad infilarsi in questa cittadina della provincia di Còrdoba, 144mila abitanti e nessun vero motivo per assurgere agli onori delle cronache? Forse una risposta vera non c’è: semplicemente, il fato, si diverte a frugare a caso.

Come dite? Le presentazioni, prima? Certo. Il 14enne che dribbla forsennatamente per strada si chiama Pablo César Aimar Giordano. A quell’età il calcio è ancora soltanto rigurgiti di bellezza e intuito: Pablo alterna al campetto di periferia le partitelle da semi – pro con il club della sua città, l’Estudiantes. In quell’estate, composta di finte, assist e sorrisi adolescenziali, si inserisce improvvisamente un tassello destinato a cambiare il corso degli eventi. Josè Pekerman, infatti, è in giro per il Paese con l’incarico di selezionare i migliori talenti under 17. Quando vede Aimar fluttuare accanto al pallone, ne resta folgorato.

Il ragazzino è un fuscello, ma la sua tecnica lo rende già ingiocabile. Non si tratta soltanto del modo in cui accarezza la sfera, quasi a sussurrarle la direzione esatta. No: è qualcosa che ha a che fare con un’intelligenza calcistica superiore. Semplicemente, Pablo vede l’azione svolgersi con un secondo di anticipo rispetto agli avversari. Sa interpretarne le pieghe e riesce ad intridere di luce gli angoli più oscuri. A 14 anni, prende letteralmente a picconate le convinzioni di qualsiasi selezionatore. Pekerman non ha dubbi: il ragazzo deve venire via con lui, subito. Destinazione? Buenos Aires.

Il padre, tuttavia, si mette in mezzo. Troppo tenera l’età per pensare che il grande salto dalla provincia alla metropoli non si porti appresso un contraccolpo psicologico. Una di quelle botte che rischiano di bruciarti sul nascere. L’appuntamento con il River Plate – perché questa è la destinazione in serbo per lui – è però soltanto rimandato. Grazie all’intermediazione di Daniel Passerella, Pablo approda al Monumental un anno dopo.

L’humus in cui è destinato a crescere è quasi folle per essere raccontato. I suoi compagni di squadra si chiamano Enzo Francescoli, Ariel Ortega, Marcelo Gallardo, Matias Almeyda, Santiago Solari e Hernan Crespo. La missione di quel River resta scolpita nella memoria collettiva: vincere non basta, bisogna sollazzare i palati fini del pubblico. E, se esiste un calciatore in grado di incarnare questo obiettivo, quello è proprio Pablo.

Fin dal suo esordio, infatti, la sua essenza si rivela chiaramente: Aimar è un tessitore di sogni, un esteta prestato al campo, un jugador genìal che non può accontentarsi del pragmatismo. L’efficacia del gesto è sempre accompagnata dalla bellezza che lo pervade, perché il calcio deve essere gioia di vivere, motivo per allargare il cuore e distendere la mente. Vezzi mai fini a sé stessi, ricamati con cadenza imbarazzante, che gli valgono l’appellativo di El Payaso, “Il pagliaccio”. La sua naturale attitudine al gioco verticale, quello che spezza i pensieri degli opponenti dopo averli confortati e cullati con un possesso palla ipnotico, lo isserà poi fino ad un gradino ulteriore. Aimar diventerà, per tutti, El Mago: un lanciatore di incantesimi sul rettangolo verde.

Il dualismo e l’amicizia con El mudo, Juan Roman Riquelme, sarà un altro elemento che scandirà quell’epoca. Un’autentica età dell’oro sulla trequarti albiceleste, con i due rivali che diventano imprescindibili e, dunque, si scambiano il ruolo: quando l’uno arretra in regia, l’altro attende il pallone per incorniciare imbucate ai centravanti di turno.

Pablo Aimar con la camiseta dei Pipistrelli valenciani

Aimar lascia il River agli inizi del nuovo millennio, quando già è diventato una creatura mitologica per il popolo del Monumental. Il richiamo del Vecchio Continente è già un suono pulsante nelle tempie. Al Valencia, sotto la guida di Hector Cuper prima e di Rafa Benitez successivamente, Pablo getta la maschera da circo e indossa il mantello da illusionista. La sua intrinseca capacità di leggere prima ogni sviluppo del gioco prende alla sprovvista le statiche retroguardie europee. Innescati dal suo talento, i pipistrelli conoscono il maggior momento di splendore nella loro storia, erodendo l’egemonia di Real Madrid e Barcellona.

Dopo un passaggio a vuoto al Real Saragozza, Aimar trova la sua seconda casa in Portogallo. La sua nuova stanza dei sogni si chiama Benfica e, nel quinquennio passato al Da Luz, dentro un calcio che è un balsamo contemplativo e non una danza frenetica, diventa il degno successore di Manuel Rui Costa. Solo due caviglie d’argilla impediranno al campione di diventare leggenda.

Aimar: un portatore di luce a Benfica

Superata la lunga parentesi europea, Aimar chiede di poter concludere la carriera lì dove tutto è iniziato. Al River Plate gioca la sua ultima gara (anche se tornerà tre anni dopo, per una partita ufficiale con il suo Estudiantes) il 31 maggio 2015. Anche in quell’occasione – contro il Rosario Céntral – quelle traballanti caviglie gli giocheranno un ultimo scherzo. Il saluto del suo popolo, tuttavia, risuonerà come una liturgia incessante: la folla scandisce il suo nome, senza sosta. A fine gara, commosso, Pablo dichiarerà: “Non volevo che i miei figli sapessero soltanto che avevo giocato al Monumental. Volevo che lo vedessero. Ora sono entrambi qui: questo mi basta, mi rende felice“.

 

 

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Paolo Lazzari
Giornalista

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