mercoledì 14 Aprile 2021
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Non al denaro, né all’amore, né al cielo: Fabian O’Neill

4 ' di lettura


L’avventura italiana del calciatore più forte che abbia visto giocare dal vivo.
Ma come, più di Zola?
Sì, più di Zola.


Cagliari a novembre è ancora calda.
Certo, può piovere, ma sei a posto con una felpa, maestrale permettendo.
Non faceva eccezione il novembre del 1995, quando un ragazzone castano con gli occhi azzurri si palesava all’aeroporto di Elmas.
Il fenotipo irlandese, 186 centimetri di fisico pesante, un sorriso innocente, poche parole in spagnolo.
Eppure Fabian O’Neill era e resta uruguaiano di Paso de los Toros: madre de diòs, che posto il SudAmerica.
Un colpo del mercato di riparazione per il Cagliari di Massimo Cellino, che generosamente lo regalava a Trapattoni, alla guida di una squadra discreta ma priva di fantasia.
Spoiler: Fabian non basterà a salvare la panchina del Trap, ma scriverà un pezzo della centenaria storia rossoblù.

Non ha bisogno di adattarsi al calcio italiano.
Arriva dal Nacional de Montevideo, dove ha già vinto un campionato.
È già nel giro della Celeste di Francescoli, Fonseca e Otero.
Magari lì si attaccava di più, in Sardegna si farà più contropiede, l’uruguayo fa spallucce e inizia ad affrescare il Sant’Elia: lanci di 50 metri verso una zolla a piacere del campo, filtranti ad occhi chiusi, finte di corpo che, pur lentissime, spedivano al bar gli avversari.
Certo al bar andava spesso anche lui.
Qualche volta di troppo, che poi in Sardegna, si sa, quando sei ospite non ti fanno mai offrire un giro.
Dell’irlandese El Mago non ha solo l’aspetto, ma anche la sete di whisky e la resistenza all’alcol: lo nascondono a dormire un paio d’ore in infermeria per fargli smaltire il sabato sera, si sveglia, sonnecchia a centrocampo, poi ti fa vincere la partita.
A Cagliari tutti sanno e nessuno dice, lo amano troppo.

Al secondo anno arriva addirittura un altro charrúa in panchina: Gregorio Pérez.
Dura poco, però, lascia il posto a Carletto Mazzone.
O’Neill seguita a disegnare calcio, ma la squadra è costruita senza criterio.
Manda in porta Muzzi e Tovalieri, manda al bar i mediani, ché tanto li raggiunge più tardi.
Ma alla fine di un drammatico spareggio a Napoli contro il Piacenza, sarà retrocessione.
Cellino non si scompone, sa di avere in spogliatoio ragazzi di altri tempi, dediti alla causa.
Resta Muzzi, resta Villa, e perché no? Resta O’Neill: non ci pensa nemmeno ad intristirsi al nord, lontano dal mare, da quella gente calda ma discreta.

Nonostante la B del ‘97 sembri più un’A2, El Mago in cadetteria ha l’effetto di LeBron in una partita di mini-basket.
Me ne innamoro in un freddo pomeriggio lucchese, allo stadio Porta Elisa.
Fa quello che vuole, fa cose che semplicemente gli altri non sono in grado di fare.
Ma sempre col minimo sforzo, ci mancherebbe.
Quindi prima pesca Muzzi in profondità, gol.
Poi, con un cucchiaino piano di zucchero dal vertice dell’area, fa 2-1.
Gioco, partita, incontro.

Da quel giorno, al campetto mi prendevano tutti per pazzo.
Gli altri bambini erano Ronaldo, Batistuta, Del Piero, i più alternativi Marcio Amoroso.
Io, nemmeno a dirlo, ero Fabian O’Neill.
Certo, alle mie finte non abboccava quasi nessuno, ma che bello era sentirsi per due ore quell’esotico numero 10 del Cagliari.
Anni dopo, sarei diventato bravo a imitarlo fuori dal campo, magari nel bere whisky fino all’ultima goccia.

Torna in Serie A, maestro di cerimonia del frizzante Cagliari di Ventura.
Ce n’è di gente per cui smistare palloni: il vecchio amico Muzzi, Kallon, Vasari, Macellari…
Un giorno – vigilia di Cagliari-Salernitana – due compagni di Nazionale piuttosto agitati (Paolo Montero e Gustavo Mendez) lo avvertono: quel Gattuso è un marcatore implacabile, devi stare attento.
Fabian si esalta, promette due tunnel al calabrese entro la fine della partita.
Invece saranno tre, tutti diversi nella dinamica, conditi da un simpatico siparietto a metà gara: “alla prossima ti ammazzo”, ringhia Ringhio.
“Guarda quanta gente c’è! Non venire più a marcarmi o continui a fare brutta figura” risponde serafico El Mago.
3-1 con due assist ridicoli di O’Neill.

Il Cagliari si salva in ciabatte, un po’ sui ritmi del suo fantasista.
Maglia enorme, calzettoni bassi, andatura caracollante.
Giocate a sprazzi, ché non si dica che un enganche regali il suo talento.
La stagione seguente è l’inizio del baratro, la romantica e tremenda parabola discendente del nostro eroe errante.
Il Cagliari retrocede con una squadra da salvezza comoda, ma è l’ultimo dei problemi: il mago è sempre più schiavo della bottiglia, degli amori fugaci, delle scommesse ippiche.
Una notte di troppo litiga con la moglie, si mette alla guida ubriaco marcio, investe due persone che se la caveranno ma non torneranno più come prima, e scappa senza prestare soccorso.
Cellino intuisce che è il momento di cederlo prima che Moggi mangi la foglia, e intasca 18 miliardi dalla Vecchia Signora.

A Torino Fabian si deprime, beve, è spesso infortunato.
Eppure qualcosa in allenamento deve aver mostrato, se è vero che Zidane lo ha definito il compagno di squadra tecnicamente più forte mai avuto.
Partecipa a qualche festino, così riferirà in un’intervista. Parla di ragazze che fino al giorno prima aveva visto solo in TV, a letto con i suoi compagni, ma non con lui.
E bravo Mago, innocente fino a prova contraria.
14 presenze in un anno e mezzo, giocate svogliate e serate troppo lunghe.
Non è più protetto dall’affettuosa omertà dell’Isola, qui delle sue abitudini si parla ad alta voce.

Allora via, prestito al Perugia di Cosmi, una perla su punizione ed una mano a salvarsi.
Nell’estate del 2002 il ritorno a Cagliari: pesa il doppio di quando se n’è andato, Ventura prima lo accoglie come il Messia, poi si rende conto che tarda a rimettersi in forma e non lo considera più.
Fabian, anima fragile che subisce la cattiveria umana, prende un aereo e scappa in Uruguay.
Smetterà a 29 anni nel suo Nacional.

Non al denaro, dicevamo.
Eh no, perché lo ha dilapidato tutto, è scritto a chiare lettere nella sua autobiografia.
Un po’ come ha fatto col suo talento, ma senza risparmiarne nemmeno un po’.
Non all’amore, no.
Perché la sua signora, un bel giorno, ha smesso di perdonare tradimenti ed eccessi di ogni tipo, e ha levato le tende.
Né al cielo, ma chissà.
Un’anima candida e debole, stregata da certe tentazioni, ha tutto il tempo per redimersi, ascendere al Regno dei Cieli e tutte quelle robe là.

Ho perso tutto. Bottiglie piene, donne veloci e cavalli lenti.
Ma non mi importa di essere povero, sono a casa mia, circondato da gente che mi vuole bene”.

Dio ti benedica, Fabian.
Porto io il pallone, si arriva ai dieci.
E facciamo che io ero O’Neill.

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