mercoledì 14 Aprile 2021
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“Nene, calentá”: il debutto di Butragueño, l’avvoltoio che ispirò una intera generazione

4 ' di letturaIl 5 febbraio 1984 il Real Madrid affrontò in trasferta il Cádiz per la giornata numero 22 della Liga. Era un Real irregolare, quello allenato dal grande Alfredo Di Stéfano, e malgrado i gaditani fossero ultimi in classifica i blancos chiusero il primo tempo sotto di due reti. Nell’intervallo, il tecnico argentino si avvicinò a uno degli elementi in panchina e gli ordinò di prepararsi.

«Nene, calentá.» Ragazzino scaldati.

Il ragazzino in questione era Emilio Butragueño, attaccante del Castilla, la squadra riserve, il quale era stato convocato per la prima volta coi grandi. Butragueño eseguì l’ordine, poi, una volta terminato l’intervallo, si tolse la tuta non riuscendo a dissimulare l’apparente fragilità del proprio corpo. Il fisico mingherlino, i riccioli biondi e la faccia da adolescente: Butragueño assomigliava più un ragazzino pronto a ricevere la cresima che a un calciatore pronto a debuttare nella Liga.

In campo però Butragueño non sembrò troppo distante dai suoi colleghi più grandi. Fu lui a riaprire la gara con un rasoterra dal limite, e fu lui a chiuderla dopo il momentaneo pareggio di Ricardo Gallego. Il terzo gol fu astuzia pura, con Butragueño che apparve dal nulla, avventandosi come un avvoltoio sulla respinta del portiere e siglando il 3-2 in pieno recupero.

L’arrivo di Butragueño sulla scena creò una frenetica eccitazione, come se sulla terra fosse appena sceso una sorta di Messia: al rientro a Madrid il giovane fu letteralmente rapido dal giornalista Matías Prats Luque, il conduttore di Estudio Estadio, che lo portò direttamente in trasmissione per farlo conoscere al grande pubblico.

La Quinta del Buitre al completo: Butragueño, Pardeza, Míchel, Sanchís e Martin Vazquez.

Madrileno, socio del club dal giorno della nascita, già qualche settimana prima del debutto in prima squadra le gesta di Butragueño erano salite alla ribalta quando il giornalista de El País Julio César Iglesias scrisse un articolo destinato a rimanere nella storia, un pezzo intitolato “Amancio e la quinta de El Buitre”. L’articolo parlava delle imprese del Castilla, allenato da Amancio Amaro e guidato in campo da cinque giovani destinati a fare grandi cose: i centrocampisti Míchel e Rafael Martin Vazquez, il difensore Manolo Sanchís, e gli attaccanti Miguel Pardeza e Butragueño. Giocando sul cognome, Iglesias coniò anche il soprannome più adatto al leader di quella generazione, il Buitre, che tradotto significa l’avvoltoio.

L’irruzione di Butragueño sulla scena andò comunque oltre al rettangolo verde: con quella faccia da Peter Pan fu la speranza, la figura sportiva da associare alla Transizione, il rinascimento socioculturale che il paese stava vivendo dopo la lunga dittatura franchista. Butragueño divenne così il poster non ufficiale della nuova Spagna, quella che stava finalmente rompendo le catene che la legavano al triste passato. Notevole fu anche il suo impatto nel fútbol spagnolo, in quegli anni troppo associato al calcio duro e aggressivo praticato dall’Athletic Bilbao di Javier Clemente, uno stile impersonificato dallo stopper Andoni Goikoetxea, detto il “Macellaio di Bilbao”, passato tristemente alla storia per aver rotto la caviglia a Diego Armando Maradona.

Butragueño e la Quinta rappresentarono il cambiamento, meno furia ma più classe, e dopo il poker realizzato contro la Danimarca negli ottavi del Mondiale messicano, mezza Madrid scese in piazza per festeggiare le gesta del suo figliol prodigo, avviando una usanza in voga anche oggi, specie per i successi del Real, ovvero il bagno nella Fuente de Cibeles, la fontana situata nell’omonima piazza.

Butragueño festeggiando il poker nel 5-1 alla Danimarca

Il 1986 fu senza dubbio il suo anno: la seconda Coppa UEFA vinta, la prima Liga, vicecapocannoniere del Mondiale e terzo posto nella classifica del Pallone d’Oro. Il Real Madrid della Quinta del Buitre fece storia: le tante rimonte europee, il gran calcio sui campi della Liga, dove il dominio divenne totale come dimostrano i cinque campionati consecutivi vinti. A Butragueño mancò però un trofeo per entrare nell’olimpo del calcio, ovvero quella Coppa dei Campioni con cui è stato fondato il prestigio del club madrileno, votato all’unanimità come il migliore del ventesimo secolo proprio grazie alle tante coppe vinte.

Fu il Milan di Arrigo Sacchi a fare da spartiacque alle fortune di quel Real Madrid, con il famoso 5-0 di San Siro che aprì una ferita sulla quale venne gettato sale grosso dopo il deludente Mondiale 1990, quando Butragueño e la sua Quinta furono segnalati come i colpevoli del fallimento spagnolo. Il nuovo tecnico della nazionale, il basco Clemente, fu chiamato per riproporre la furia e decise di prescindere dal blocco del Real fin da subito, nonostante i madrileni fossero ancora nel pieno delle proprie carriere.

Il maestro e il discepolo: Butragueño e Raúl in allenamento

Anche a livello di club le cose erano peggiorate, e fu il Barcelona di Johan Cruyff a far scendere il Real Madrid dal piedistallo della Liga. Poi, all’improvviso, arrivò lui, un ragazzino di appena 17 anni di nome Raúl Gonzales Blanco che fece irruzione nel calcio spagnolo proprio come il Buitre aveva fatto dieci anni prima. Vedendo Raúl giocare, Butragueño capì immediatamente che la sua avventura era prossima a concludersi ma che soprattutto avrebbe lasciato la maglia numero 7 in buone mani. Nel 1995 si congedò dal club e volò in Messico, dove portò lo sconosciuto Atletico Celaya a lottare per il titolo, diventando leggenda anche in Nord America.

Dopo essersi ritirato definitivamente, Butragueño tornò in Spagna, entrando a far parte dell’organigramma del Real Madrid. Attualmente è il Direttore delle Relazioni Istituzionali del club, incarico che calza a pennello con la sua figura. In fondo, chi meglio di lui per rappresentare l’immagine del Real Madrid nel mondo?

@JuriGobbini

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Juri Gobbini
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Amante della Liga e del Calcio Spagnolo Autore del libro "La Quinta del Buitre" (Amazon, 2020)

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