venerdì 18 Giugno 2021
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Miracolo a Parigi: la Coppa delle Coppe del Real Zaragoza

7 ' di letturaOgni vittoria ha la sua sliding door, il momento clou che cambia il corso della storia, dove gloria e disperazione si sfiorano prima di separarsi per sempre. Cosa sarebbe stato del Milan di Arrigo Sacchi senza la nebbia di Belgrado, o dell’Inter di José Mourinho senza la rimonta nei minuti finali a Kiev? Nessun potrebbe dirlo con certezza, ma probabilmente la storia avrebbe preso un altro corso. Anche il Real Zaragoza ebbe nel suo piccolo una sliding door, ed arrivò al termine della stagione 1990-91, quando la squadra aragonese fu costretta a disputare uno spareggio salvezza contro il Murcia.

Il Real Zaragoza veniva da alcuni buoni anni di Liga, ma nell’estate del 1990 il tecnico jugoslavo Radomir Antic aveva lasciato, attratto da sirene importanti – nel marzo 1991 avrebbe preso in mano il Real Madrid – e con l’uruguaiano Ildo Maneiro alla guida la squadra aveva tardato a carburare, tanto che agli inizi di marzo il tecnico era stato sostituito con il trentenne Victor Fernandez, in precedenza assistente proprio di Antic.

Gli inizi non furono dei migliori, e il Real Zaragoza rimase impantanato nella lotta per non retrocedere, con la salvezza ottenuta solo dopo il doppio confronto con il Murcia, risolto alla Romareda con un roboante 5-2 dopo il pari a reti bianche della Condomina. Malgrado l’inesperienza, Victor Fernandez fu riconfermato anche per la successiva stagione, e contemporaneamente la squadra venne rinforzata gradualmente, puntando su scarti delle grandi squadre o setacciando il mercato sudamericano.

Nel 1990 erano già presenti in rosa il centrale Xavier Aguado, il portiere Andoni Cedrún, il terzino destro Albero Belsué, il centrocampista uruguaiano Gus Poyet e la coppia d’attacco, Francisco Higuera e Miguel Pardeza, quest’ultimo famoso per essere stato membro della famoso Quinta del Buitre, e considerato – prima dell’esplosione di Emilio Butragueño – la perla del settore giovanile del Real Madrid. Ex Real Madrid erano anche il polivalente difensore Miguel Angel Solana e il raffinato regista Santi Aragón, mentre Mohamed Ali Amar, conosciuto come Nayim, mezzapunta scuola Barcelona, fu riportato in Spagna dopo l’esperienza inglese col Tottenham.

Nel 1993 arrivò poi l’upgrade decisivo e alla Romareda approdarono lo stopper Fernando Cáceres, ex River Plate, e Juan Edoardo Esnáider, argentino anche lui originariamente reclutato dal Real Madrid. Fu proprio Esnáider a creare la miscela esplosiva nell’attacco aragonese: Higuera e Pardeza, detti i “gemelli del gol” per la loro somiglianza fisica e tecnica – entrambi dal baricentro basso, rapidi e scattanti – si allargarono sulle fasce mentre l’argentino si prese il centro della scena. Tecnico, forte fisicamente, ottimo nel gioco aereo e dotato di discreta personalità ed esuberanza – in due anni a Zaragoza rimediò 21 ammonizioni e 5 espulsioni – Esnáider fu determinante a far cambiare marcia all’attacco, tanto che il Zaragoza passò dal segnare 37 reti nella stagione 1992-93 a metterle dentro ben 71 in quella seguente.

Erano anni in cui il pubblico della Romareda si divertiva, e la squadra di Victor Fernandez portò a casa scalpi importanti: il Barcelona di Johan Cruyff venne liquidato per 6-3, il Tenerife di Jorge Valdano per 6-2 e il Real Madrid per 4-1. La squadra terminò terza nella Liga, ma contemporaneamente aggiunse un trofeo alla propria bacheca conquistando la Coppa del Re dopo una tirata finale contro il Celta Vigo, decisa solo ai calci di rigore, successo che spedì il Zaragoza a giocarsi la seguente Coppa delle Coppe.

Non era la prima volta che gli aragonesi intraprendevano una campagna europea, anzi. Negli anni Sessanta, il “Zaragoza de los Magnificos” – così era soprannominata la squadra guidata in attacco da Carlos Lapetra e Marcelino – aveva partecipato a due finali di Coppa delle Ferie, vincendo l’edizione 1963-64 dopo una sfida tutta spagnola contro il Valencia, risolta da un gol proprio di Marcelino, colui che tre giorni prima aveva dato alla Spagna il primo Europeo grazie a un colpo di testa che aveva lasciato di stucco anche il leggendario Lev Yashin.

Tuttavia, erano passati trent’anni dall’epoca de “Los Magnificos” e il club si era imbarcato in un cammino costernato di alti e bassi, fino ad arrivare a quell’improvviso risorgimento, targato Victor Fernandez. Senza una carriera da giocatore alle spalle, il giovane allenatore era nato e cresciuto a Zaragoza e portava quindi con sé il DNA del club e della città, riuscendo a capire così alla perfezione l’ambiente. A livello tattico la squadra era stata costruita mischiando la sostanza e l’affidabilità della difesa con la tecnica e la qualità del centrocampo e dell’attacco. Davanti all’esperto Cedrún – figlio d’arte, suo padre Carmelo fu portiere di Athletic Bilbao e nazionale negli anni Cinquanta – stazionava la coppia centrale Aguado- Cáceres, uno duo aggressivo e forte sul gioco aereo, mentre i terzini Belsué e Solana offrivano copertura e spinta, soprattutto sul lato destro, con Belsué che arrivò a giocare 17 partite con la nazionale spagnola, disputando da titolare l’Europeo del 1996.

In mezzo al campo il regista era Aragón, uno squisito costruttore di gioco dotato di visione e tecnica, con il combattivo Poyet un box-to-box che non disdegnava raid in area avversaria, come confermato dalle 63 reti messe a segno nelle 7 stagioni passate alla Romareda. Con loro vi era Nayim, un altro elemento dalla raffinata tecnica, spesso discontinuo ma capace di giocate straordinarie, mente l’attacco poteva contare sul già menzionato tridente Pardeza-Esnáider-Higuera, un terzetto che quando in giornata era in grado scardinare qualsiasi difesa della Liga.

Il Real Zaragoza nella finale di Parigi contro l’Arsenal: in piedi Caceres, Poyet, Cedrun, Solana, Nayim, Aguado; accosciati Esnaider, Higuera, Belsué, Aragon, Pardeza.

Nella stagione 1993-94 il tallone d’Achille del Zaragoza erano state le trasferte e fuori dalla Romareda gli aragonesi aveva perso punti importanti per poter stare al passo con Barcelona e Deportivo La Coruña, le due squadre che si lottarono il titolo fino all’ultima giornata. Nella stagione 1994-95 invece la squadra di Victor Fernandez sembrò finalmente in grado di competere per la Liga, e fino a gennaio era stata spalla a spalla con il Real Madrid, abitando anche da sola la vetta della classifica per alcune giornate. L’inverno però si fece sentire e, dopo aver perso punti importanti, il Real Zaragoza fu costretto a cedere il passo e preferì concentrarsi sulla Coppa delle Coppe.

I primi due turni furono superati abbastanza facilmente: dopo la sconfitta per 2-1 in Romania, il Gloria Bistrita era stato asfaltato per 4-0 in Spagna, lo stesso punteggio con cui Esnáider e soci batterono il Tatran Prešov in Slovacchia, completando poi la qualificazione con un 2-1 casalingo. Tuttavia, con l’approdo ai quarti di finale, il Real Zaragoza fu atteso a un difficilissimo esame: il Feyenoord. Al De Kuip una rete dello svedese Henrik Larsson mise la sfida in discesa per gli olandesi, ma al ritorno la legge della Romareda fu inflessibile, con Pardeza e Esnáider che confezionarono la rimonta.

Spinti dal pubblico, gli spagnoli fecero un partitone anche nella semifinale d’andata, quando il Chelsea fu demolito per 3-0, un punteggio che lasciava presagire una facile trasferta in quel di Londra, anche se non fu così: i blues non erano certo lo squadrone di adesso, ma vendettero cara la pelle vincendo 3-1, con il gol di Aragón che si rivelò decisivo per la conquista della finale di Parigi, dove il Zaragoza era atteso dall’Arsenal, detentore del trofeo.

La stagione dei Gunners era stata fin lì molto movimentata: lo storico manager George Graham era stato licenziato per uno scandalo legato a pagamenti illeciti nell’ambito dell’acquisto di due giocatori, mentre il capitano Tony Adams e l’attaccante Paul Merson erano alle prese con gravi problemi di dipendenza da alcool e droghe. Merson aveva perso parte della stagione per sottoporsi a una disintossicazione, e in Premier League l’Arsenal sarebbe arrivato solo dodicesimo, con la Coppa delle Coppe che divenne ben presto l’unico obbiettivo stagionale.

In campo le due squadre misero a confronto due stili di calcio differenti: il Zaragoza era una squadra che amava palleggiare e attaccare, mentre l’Arsenal era superiore a livello fisico ed agonistico, con il cecchino Ian Wright come pericoloso terminale offensivo. Adams, con le buone e con le cattive, imbrigliò subito Esnáider, mentre Martin Keown e lo svedese Stefan Schwarz randellarono e calamitarono numerosi palloni a centrocampo, asfissiando la manovra spagnola. Risvegliatosi dal torpore iniziale, col passare dei minuti il Zaragoza entrò in partita, con Higuera e Pardeza pericolosi dalle parti di Seaman, il quale fu costretto a capitolare su un tracciante di Esnáider ad inizio ripresa, una delle rare occasioni in cui l’argentino si era riuscito a liberare dalle grinfie di Adams.

La reazione dell’Arsenal non tardò ad arrivare, però, e a 15 minuti dal termine John Hartson trovò il pari, riaprendo il match: per una squadra dalla limitate esperienza internazionale quel gol avrebbe potuto significare una mazzata terribile, ma Victor Fernandez riuscì a mantenere i suoi calmi, e la squadra continuò a giocare con il proprio ritmo. Molti giocatori sapevano che quella era una occasione che difficilmente sarebbe ricapitata, perciò tennero duro. I supplementari iniziarono con un intervento monstre di Seaman su colpo di testa di Aguado, con il portiere inglese aiutato dal palo, poi con il trascorrere dei minuti le due squadre iniziarono a dosare le energie, pensando agli eventuali rigori. Fu per questo che Victor Fernandez mandò dentro il centrocampista Geli, uno specialista, al posto di Jesús García Sanjuán, che tra l’altro non la prese troppo bene, visto che era entrato in campo solo a metà secondo tempo.

Involontariamente, quella sostituzione fu la chiave che risolse la contesa. Geli andò a fare l’ala sinistra e Nayim venne portato a destra per gli ultimi minuti rimasti. Fu proprio sul settore destro, all’altezza del centrocampo, che il centrocampista ricevette palla quando l’orologio dell’arbitro livornese Piero Ceccarini segnava il minuto 119. Nayim alzò la testa per cercare di lanciare un compagno, ma sia Esnáider che Pardeza, scattati in avanti, stavano finendo in fuorigioco, così fu costretto a una soluzione alternativa. L’Arsenal era una squadra che giocava con la difesa alta, e di conseguenza Seaman era solito stazionare qualche metro fuori dalla riga di porta per poter uscire prontamente. Nayim vide il portiere dei Gunners fuori dai pali e perciò decise di giocarsi il jolly, confezionando un campanile che lasciò gli spettatori del Parco dei Principi a bocca aperta. Seaman osservò la traiettoria e provò un disperato colpo di reni, ma riuscì solo a sfiorare con la punta delle dita, il tutto mentre la sfera si depositava dolcemente in rete.

Un triste e sconsolato Seaman dopo il gol subito da centrocampo da parte di Nayim

Fu un gol storico, spettacolare e considerato uno dei più belli mai segnati in una finale europea, una rete particolarmente amata dai tifosi del Tottenham, l’ex squadra di Nayim, che presero in prestito le note di Go West dei Pet Shop Boys per confezionare il coro “Nayim from the halfway line,”[Nayim, da centrocampo], usato per schernire gli eterni rivali dell’Arsenal.

Fu Pardeza, il capitano, che ebbe l’onore di alzare la Coppa delle Coppe al cielo. Il momento di gioia del club durò però poco e in molti vennero a Zaragoza a fare la spesa, portandosi via i pezzi pregiati, mentre per alcuni veterani quello fu il canto del cigno. Victor Fernandez rimase ancora, ma nemmeno lui risultò immune dall’esonero, avvenuto nel 1996 a seguito di una partenza di campionato mediocre. La sua carriera proseguì poi fra alti e bassi, una Coppa Intercontinentale vinta col Porto – fu lui a sostituire José Mourinho dopo la partenza di quest’ultimo– ma anche qualche esonero di troppo. A fine 2018, Victor Fernandez venne richiamato di nuovo alla Romareda, con la squadra in Segunda Division, prima ottenendo una salvezza e poi portando il Zaragoza a un passo dal ritorno nella Liga, sogno infranto nel playoff perso con l’Elche.

@JuriGobbini

Juri Gobbini è autore anche di La Quinta del Buitre

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Amante della Liga e del Calcio Spagnolo Autore del libro "La Quinta del Buitre" (Amazon, 2020)

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