mercoledì 14 Aprile 2021
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Leonardo Cuéllar non è mai esistito

6 ' di lettura“Invece della solita conferenza stampa, che è noiosa come una telepromozione, vi ho radunate qui per comunicarvi qualcosa”

Leonardo Cuellar ci tiene che le ragazze lo sappiano da lui. E da nessun altro. Perché dopo gli ultimi risultati deludenti, Leonardo ha semplicemente deciso di dare le dimissioni da allenatore della Nazionale messicana femminile. E’ finita la sua era, diciotto anni. Le ragazze lo avevano intuito e sono accorse in questo ristorante sul mare di Acapulco. Leonardo si è presentato composto in un completo blu con camicia bianca ordinata e cravatta in tinta, ma capitata lì per caso , che ricorda gli anni ottanta. 

S’è mangiato veloce, leggero. Poi le ragazze hanno creato il silenzio giusto per ascoltare l’annuncio. Hanno anche spento il cellulare. C’è Monica , coi capelli nerissimi raccolti, come sempre sembra la più abbronzata. Ha capito che il mister dopo le dimissioni ha bisogno di parlare una volta ancora con loro . E di calcio, ovviamente. Leonardo ha fatto esordire Monica addirittura a quattordici anni e ne è diventato un punto di riferimento, il mentore. Lei poi ne è stata assistente tecnico e lo adora, ne conosce la storia con tanto di retroscena e le increspature del carattere.

Tocca a lei adesso far spostare tre compagne per sedersi vicino a lui e rendergli omaggio. Cercando subito di farlo ridere: “Mister, guarda che dei tuoi capelli non ci hai mai parlato …. E nemmeno di quella partita con la Polonia”. Ma quando l’argomento è il mondiale d’Argentina ’78, Leonardo cambia davvero in faccia: “E’ stata l’ultima di quel mondiale. E’ vero , ho giocato bene”.

E Monica si prende la scena per spiegare a tutte le ragazze l’antefatto di quel mondiale: “ Il preparatore atletico della Nazionale si chiamava Pedro Najera e, quando giocava, era soprannominato siete pulmones. Ha ordinato ben tre allenamenti al giorno: otto del mattino, mezzogiorno e cinque della sera. E nelle qualificazioni ad Argentina ’78 i risultati erano stati splendidi: 5 vittorie su 5, 20 gol fatti e 5 subiti. Il Messico non giocava più alla messicana.

Non era più la squadra lenta di ispirazione sudamericana del ’70, ma aveva sviluppato gioco olandeseggiante col libero che partecipa attivamente . E’ una squadra molto giovane e il commissario tecnico Roca promette che el Tri sarà la sorpresa del mondiale . Nel frattempo arriva in ritiro il professor Maturano, un secondo preparatore atletico affiancato a Najera, che la pensa in maniera completamente diversa” 

Leonardo deve intervenire: “Dormivamo in albergo a Rosario, hotel Monaco. Quel Mundial ’78 fa ancora male , è una ferita: è stato orribile, un vero fallimento. Ma non è stata colpa di una sola persona”.

Per non vederlo soffrire , Monica lo interrompe : “Mister, ti faccio vedere che ho studiato …. Giocano anche amichevoli contro squadre tedesche come lo Stoccarda (due volte) , il Bochum, l’Eintracht Francoforte. Uno studio approfondito sul calcio tedesco che verrà buono per il Mundial. E poi a giugno ’77 avevano quasi vinto un’amichevole contro la Germania: erano andati avanti 2-0, poi l’avevano pareggiata. E c’era anche il mister, ovviamente, mi sembra col numero 10”. E Leonardo approva: c’era.

“Il girone del Mundial è insieme alla Tunisia , presunta squadra materasso, la Polonia e, appunto, la Germania campione del Mondo. Nella prima con la Tunisia vanno in vantaggio su rigore e chiudono 1-0 il primo tempo. Ma sono troppo nervosi. Non in grado di gestire il carico di tensione di un mondiale. E pensano alla differenza reti , obiettivo la goleada e si buttano in avanti: i tunisini li infilano tre volte . 

Il commissario tecnico Roca alla fine pronostica che la Tunisia da quel momento prenderà gol a caterve. Finalmente c’è Germania – Messico e dopo tutte quelle amichevoli contro i tedeschi, l’effetto è straniante: ne prendono 6 (sei) col corredo di 3 (tre) pali. Il gioco del Tri è senza sbocchi, fluisce come un olio esausto. In questa partita a senso unico , giocata a una porta, il portiere tedesco Maier, quello che faceva l’amore prima delle partite, non appare nemmeno in televisione”.

Leonardo prende coraggio e spiega: “Avevamo il talento, facili entusiasmi, ma confuse ambizioni. Non c’era pianificazione e si parlava tanto di noi, forse troppo. Ci sopravvalutavano tutti , compreso il nostro capo di Stato, Lopez Portillo. E non si sopportava quella sponsorizzazione della Levi’s: era troppo presto per quello. Oggi è normale. Poi eravamo troppo giovani soprattutto in attacco con Rangel , Hugo Sanchez, Cristobal Ortega: nessuno aveva superato i ventuno anni. Nessuno di noi  aveva giocato un mondiale prima”.

E’ rimasta la partita contro i polacchi, proprio quella preferita da Monica: “Il mister è il migliore in campo. E non della nostra Nazionale: è il migliore in campo in assoluto. Sembra liberarsi di un peso. Gioca in libertà, confeziona assist, Tomaszewski fa due miracoli. Poi il mister ci prova in prima persona incornando da calcio d’angolo: ancora Tomaszewski. Poteva essere il 2-2. Pochi minuti e la chiude Boniek: 3-1 per la Polonia. 

E la stampa di tutto il mondo decide che della spedizione messicana da Argentina ’78 l’unico elemento interessante è Leonardo Cuéllar, il nostro mister e non calcisticamente, nonostante la splendida partita coi polacchi, ma per quello che tutti sapete: i suoi capelli , la sua folta chioma nera . C’è chi ne prende semplicemente atto, chi intravede richiami alla protesta dell’università di Berkeley, chi ne apprezza la vaporosa bellezza. E chi, più prosaicamente, lo invita ad andare di corsa dal barbiere . E nessuno sa quanto aveva combattuto con gli allenatori per farsi crescere non solo i capelli, ma barba lunga, basette e baffi”.

Ma Leonardo se l’aspettava e non parla . Solo una carezza sui capelli che adesso sono bianchi , corti e ben sistemati all’indietro.   

“Il 13 giugno 1978 una folla inferocita circonda l’aeroporto dove deve rientrare la squadra. L’aereo viene fatto fermare a una certa distanza. Appena sceso , ogni calciatore viene preso in consegna da dieci agenti fino a casa. Gli viene consigliato di non uscire per almeno una settimana. A Roca vengono recapitate minacce di morte, a Vazquez Ayala incendiano la macchina .  Il mister trova due poliziotti di scorta. Ma a casa era già ben protetto: aveva sette levrieri afgani, due gatti e un cucciolo di leonessa . 

La stampa sportiva mondiale fa solo un accenno alle minacce. Preferisce parlare dei soliti capelli del mister. E dell’orecchino al lobo sinistro. E del diamante che vorrebbe mettere all’altro orecchio. E del soprannome: alacràn, lo scorpione, perché viene dal Nord desertico, dalle parti di Monterrey. Ma presto scoprono che ha un altro soprannome : ‘ El Leòn de la Metro ’. Anche se non spiegano neanche cosa significa. Potrebbe aver a che fare coi capelli.

Ha solo ventisei anni, ma tutti scrivono che Leonardo Cuellar ne dimostra molti di più, per colpa dei capelli ovviamente. Ma lui non è come quei calciatori che sembrano vecchi fin da giovani e poi cristallizzano o forse ringiovaniscono, come Gerson o Hugo Gatti. Il mister rimane per il mondo intero meno che una meteora, un’entità, come fosse solo un prodotto dell’immaginario che diventa viva in una figurina Panini, magari la più strana di tutte e nient’altro.  Nemmeno una parola della sua meravigliosa squadra di club: i Pumas col peruviano Muñante all’ala destra, che ha proprio un altro passo, il brasiliano Cabinho a sinistra, Hugo Sanchez centravanti e ovviamente il mister mezzapunta. Tutta gente col tocco.

Con quelle movenze e quella rara felicità di palleggio, quei quattro potrebbero giocare anche in pantofole . Sono campioni del Messico ’77 , il primo della storia dei Pumas. Nemmeno un ricordo dei primi tempi del mister come volante a centrocampo e della sua passione per il calcio . E nemmeno una parola per il suo idolo, il brasiliano mancino per eccellenza ….. “ Due secondi di silenzio di sospensione e tutte le ragazze partono in coro: 

“Roberto Rivellino e chi non lo conosce cinque giri di campo”.

Per il mister quel coro è una grande soddisfazione che si concreta nel sorriso più bello della serata.

E Monica ci riprova: “Parlaci dei tuo capelli. Altrimenti non ce ne andiamo”. Ma Leonardo ha rimesso gli occhiali e acceso il cellulare: è il segnale per il rito dei saluti. Monica vorrebbe fermarsi, parlargli. Vorrebbe fermare il tempo e non vederlo invecchiare. E poi, lei, ormai senza accorgersene parla come lui e sempre più spesso guarda come lui . Le altre ragazze si alzano in piedi. Si allontanano e si avvicinano, discutono, ridono e gesticolano. E questo moltiplica in lei l’angoscia del distacco. 

Ora le mancano perfino le sgridate nello spogliatoio. Ma niente potrà scalfire la loro lontana intimità . Non servirà nemmeno vedersi. 

Poi accende anche lei il cellulare e dà un’occhiata a whatsapp. C’è un messaggio: 

“Non mi piace la tua pettinatura . Non mi piace proprio”. 

E’ del mister.  

Anche a lui piace farla ridere. 

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