mercoledì 14 Aprile 2021
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Le favolose cabale di Ricardo La Volpe

5 ' di letturaIl Sudamerica è terra di personalità sopra le righe. Chi lo sa se è il gioco ancora non definitivamente traviato dal business, se è il calore con cui la gente di tutte le classi ed età continua a seguire il calcio. Fatto sta che tra giocatori, allenatori e presidenti, non è difficile trovare uomini dal fascino assoluto.

Uno di questi personaggi, che sarebbe potuto diventare degno protagonista di un pezzo di Eduardo Galeano, ormai si è allontanato dal campo quasi un anno fa, anche se la sua influenza ancora è ben presente nel calcio. Ricardo La Volpe è stato un allenatore vulcanico, dogmatico, categorico. Un fine stratega che ha lasciato un’impronta in ogni giocatore che ha diretto. Sempre spettacolare nel modo di far giocare le sue squadre quanto nei suoi atteggiamenti fuori dal campo.

La carriera del Bigotón è costellata di situazioni assurde. Le litigate epiche avute con giocatori, allenatori avversari e giornalisti hanno riempito per anni le pagine dei giornali. La faida storica è quella con Hugo Sanchez, talmente lunga e controversa da meritare una storia a parte. “No me la llevo bien con los periodistas, no me llevo muy bien con los profesionales.” Non mi trovo bene coi giornalisti, non mi trovo molto bene coi professionisti, taglia corto così su chi gli chiede le motivazioni del suo ritiro.

Nativo di Buenos Aires ma dal cuore messicano, ha passato la maggior parte della sua lunga carriera nel paese, tanto da aver allenato El Tricolor dal 2002 al 2006. Proprio l’Argentina stoppò il cammino della sua Nazionale ai Mondiali francesi, uno dei pochissimi contatti personali tra La Volpe e l’Europa, dove anche noi nel Vecchio Continente abbiamo potuto toccare con mano una delle sue maggiori particolarità.

Chiamatela come vi pare, pratiche anti-malocchio, atti di trascendenza metafisica, sciamanico spiritismo: El Bigotón non muove un passo senza seguire alla lettera i suoi tanti rituali propiziatori. Sul suo account Twitter, sempre molto attivo nell’intrattenere il popolo del web, spiegava: “Para ganar partidos se necesita esfuerzo, trabajo, entrega, mentalidad, orden y a veces también creer en algo más. Yo creo en las cábalas.”. Perché lui può fare di tutto per vincere una partita, ma ci dev’essere un qualcosa di soprannaturale ad aiutarlo. E lui fa di tutto per ingraziarselo.

La cravatta col drago

Il successo più importante di La Volpe sulla panchina del Messico è sicuramente la vittoria della Copa Oro del 2003, una delle tre edizione del torneo in cui è stato invitato il Brasile. El Bigotón ci vinse addirittura per due volte (per quanto la Seleção fosse zeppa di giovani) durante la manifestazione, fatto che rimarcherà successivamente ogni volta che verrà messa in dubbio la capacità di vincere delle sue squadre.

A rubare l’occhio non sarà però il gioco del Tricolor, né i suoi successi. Bensì la stupenda cravatta blu con sopra un drago di chiaro stile asiatico. La vestirà per tutto il torneo, compresa la finale. Sarà lo stesso La Volpe a spiegarne il motivo, sempre su Twitter. Il 2003 è l’anno del dragone nel calendario cinese, lui nasce proprio in quel segno, e crede nell’energia positiva portata dal Feng shui. Facile no?

In campo si entra in un solo modo

Il prepartita è un momento fondamentale per molte squadre. Ci si prepara mentalmente per la sfida, ci si carica coi compagni. Per La Volpe c’è molto di più di questo. I suoi riti all’arrivo sul campo sono precisi come un orologio svizzero. Innanzitutto il primo piede a toccare l’erba deve essere il destro. Non si ammettono sviste del mancino. A quanto pare segue questa regola fin da giocatore.

Una volta portati entrambi i piedi sul manto verde, si va diretti verso la panchina. Impossibile salutare, soprattutto l’allenatore avversario. Una volta si giustificò dicendo che il gesto potrebbe attaccare la malaria, ma anche qui ha svelato poi l’arcano su Twitter: manderebbe delle brutte vibrazioni, verso di lui e anche verso il DT nemico. Una forma di rispetto insomma.

Rispetto che se non viene dato indietro potrebbe farlo leggermente arrabbiare. Ne sa qualcosa lo Xolos di Tijuana, che nel 2016 viaggia a Tuxtla Gutiérrez per giocare contro lo Jagueres de Chiapas. El Bigotón è sulla panchina di casa, mentre il Club Tijuana è guidato da Miguel Herrera, ex giocatore allenato proprio da La Volpe. Sapendo della rigorosa cabala seguita dal suo ex tecnico, Herrera si avvicina per salutarlo nel prepartita. Errore, grosso errore.

Appena arriva il fischio finale La Volpe è una furia. Non perché ha perso la partita 2-1, ma per quel saluto. Herrera prova a fargli un cenno, ma è proprio quel che aspetta. Si avvicina e inizia a dirgliene di tutte. Le mamme non si salvano, insieme a un’altra risma di insulti. Herrera inizialmente risponde a tono, ma viene completamente subissato, così a un certo punto può solo urlare sconcertato “Somos amigos!”. Sì, perché Herrera è uno dei pochi nel mondo del calcio a non aver rovinato il rapporto col Bigotón. Anche l’argentino confermerà che sono in ottimi rapporti. Ma la cabala è più importante.

Piramidi e cani per la Tricolor

Durante il suo periodo con la Tricolor La Volpe non ha lesinato sui rituali. A un certo punto veniva accompagnato anche da una persona che si definiva una sciamana, tal Caty Camacho. Questa aveva consigliato tutta una serie di cabale che il Bigotón impose alla sua squadra.

L’ex nazionale Arellano ha raccontato per esempio come, in preparazione dei Mondiali, La Volpe portò la squadra a uno dei numerosi siti del paese dove si ergono le piramidi costruite dai vecchi popoli indigeni. Il motivo, fargli soffiare via le brutte cose, in precisa direzione da sud a nord.

Prima di una partita di Copa America contro il Perù, sempre per scacciare le brutte vibrazioni, La Volpe intimò ai giocatori di liberarsi iniziando ad ansimare come cani. Letteralmente ansimare. Arellano non riuscì a rimaner serio per tutto il tempo del rituale, così scoppiò a ridere. El Bigotón non la prese molto bene, e lo cacciò.

Varie ed eventuali

Le varie cabale cambiano col tempo, coi luoghi, con le differenti entità soprannaturali affrontate. Nel 1991, alla guida del Quéretaro, vince una partita fondamentale nella lotta per non retrocedere a Torreón. Prima della partita La Volpe aveva visitato la statua di Ronzinante, il cavallo di Don Chisciotte, in uno degli incroci centrali della città, cercando di guadagnar fortuna dandogli una corposa grattata ai genitali. Da quel giorno, ogni volta che gioca lì costringe squadra e assistenti a una visita a ai gioielli marmorei del povero ronzino.

Poi dormiva sempre con la testa rivolta a Sud. Anche se deve dormire trasversalmente rispetto al letto. In ogni camera d’albergo in cui entrava per la prima volta, tirava fuori la sua fidata bussola e si organizzava di conseguenza.

Per un po’ di tempo La Volpe decise invece che era necessario arrivare al campo esattamente allo scoccare del minuto della partita, non prima. Questo perché, alla guida dell’Atlante, rimase imbottigliato nel traffico per arrivare allo Stadio Azteca. Arrivò appena in tempo per l’inizio della partita, e vinse con un gol all’ultimo secondo contro il Club America.

La lista potrebbe durare ancora per molto. Ci sono chiese visitate alle due di notte, sventolamento del proprio apparato riproduttore in conferenze stampa e altro ancora. Sarebbe bello se l’illuminazione per la sua famosa “salida”, diventata poi un marchio di fabbrica di Pep Guardiola e tanti altri, fosse arrivata in uno di questi riti. Magari proprio durante una delle sedute di grattate benefiche a Ronzinante.

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