domenica 24 Gennaio 2021
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L’arbitro che doveva morire: Alvaro Ortega

5 ' di letturaÈ mercoledì 15 novembre 1989, si gioca. Il sorteggio dell’ultimo momento ha stabilito che stavolta Alvaro Ortega sarà guardalinee. Con lui ci sarà il grande Jesus Diaz Palacio detto Chucho, l’internazionale, il migliore, quello che ha fatto il Mundial ’86, l’unico direttore di gara in Colombia in grado di creare la ressa per gli autografi, l’unica giacchetta nera che ha addirittura un soprannome. E ha da tempo individuato doti latenti in Alvaro Ortega, che invece non ha ancora soprannome ed è solo Alvaro Ortega. Ma vuole diventare come Jesus Diaz: arbitro internazionale.

Tutto quello che fa Alvaro gli rassomiglia. È un arbitro in rapida ascesa che in campo s’impone sui calciatori non solo per il suo metro e ottantasei, per quel baffo lieve e appuntito che mette distanza, ma per la serietà e il temperamento. Corre elegante sul terreno verde, mantenendo il colletto bianco appoggiato con precisione geometrica sulla giacchetta nera. Tra i suoi buoni propositi Alvaro Ortega ha anche quello della laurea all’università Simón Bolìvar. E poi gli manca poco. Gli servirà per il suo lavoro di commercialista. Intanto è tesoriere dell’Associazione arbitri: l’ha voluto proprio Jesus.

Alvaro si alza sempre presto per andare a Caracol Radio, ospite di un programma sportivo. Anche quel 15 novembre si è alzato presto. Sono le sei e quarantacinque quando Alvaro e Jesus lasciano Barranquilla per andare a fare i guardalinee: destinazione la stessa stanza del solito hotel al centro di Medellin.

Si fermano poco. Una rinfrescata e vanno ad Almacen Exito, perché Alvaro vuole comprare qualche vestitino per Monica e Ana Lorena, le sue bambine. Poi deve rifornire di jeans il negozio di sua moglie Betty. L’attività sta andando bene grazie ai contatti di Alvaro e alla pubblicità che gli fa gratis la radio. Quando Alvaro e Jesus tornano in albergo, è già mezzogiorno. Squilla il telefono. Ci va Alvaro. Ma riattacca subito, senza parlare. Jesus chiede: “Ma che succede? Problemi?”. Alvaro non risponde. Poi gira lo sguardo e fissa il pavimento.

Ma Jesus insiste: “Ma chi era al telefono? Era chi penso io?”

Silenzio.

Jesus prende due bicchieri. Ci versa dell’acqua: “Che sta succedendo? Parla Alvaro, sono tuo amico”

Alvaro si accorge di una vampata alle guance poi alla fronte. Jesus insiste: “Gliel’avevo detto di non farti mettere oggi. Qui siamo a Medellin. Ma perché non ti dai malato?” Alvaro lo guarda rapido: “Non succede niente, stai calmo. Dopo la partita, dopo la partita te lo racconto”, con una voce che sembra strana anche a lui stesso.

Poi torna il silenzio. Come quando si contano le pecore, Alvaro prova a pensare ad altro e a concentrarsi. Vorrebbe ritrovare le misure, le regole. E chiamare Betty, soltanto per sentirne la voce, ma quando va ad arbitrare non lo fa più per sicurezza. Non dà a sua moglie neanche il nome dell’albergo. Poi torna a quella partita che aveva diretto. Erano passati quasi venti giorni, ma non riusciva a togliersela dalla testa: America de Calì contro l’Independiente Medellin. Era finita 3-2 per l’America e Alvaro aveva annullato un gol dell’Independiente per gioco pericoloso. “Sei un uomo morto”: quella volta avevano telefonato a casa e per fortuna aveva risposto lui.

Ecco, la regola del gioco pericoloso. E Alvaro ci credeva, era sicuro di aver arbitrato bene. Anche se aveva avvertito il capo della Polizia di Medellin. Poi aveva deciso di continuare. E ne aveva dirette altre due pensando che è un gioco pericoloso anche decidere di continuare col calcio ignorando le telefonate con le minacce di morte. Perché se il calcio è strumento del consenso, fatalmente finisce nelle fauci di Pablo Escobar. Che si sussurra riesca a guadagnare 50 milioni di dollari al giorno e deve anche destinarlo da qualche parte. Quel fiume inquinato in piena che compra tutto, cose e quindi persone, case ai baraccati, scuole e campi di calcio, sprazzi di prosperità. Per occultare, riciclare, un copia-incolla selvaggio che converte moneta nera in moneta bianca e viceversa. Magari gonfiando stipendi e commissioni sui trasferimenti dei calciatori, che vengono chiamati per officiare il leader, per l’esibizione a favore dei bambini o dei carcerati. Davvero divertente, finché si corre dietro un pallone e si vince. Perché il calcio colombiano è anche vincente: si va a Italia ’90 e c’è il Milan per l’Atletico Nacional che ha vinto la Libertadores. E tutti lo sanno. Tutti sanno tutto. Anche Alvaro.

Beve quel bicchiere d’acqua. Ma più che altro per inerzia. E riprende a parlare con Jesus. Anche se gli sembra solo una confessione di debolezza. Sono frasi fatte concatenate, per non parlare di niente. Neanche del silenzio. Neanche di Pablo Escobar, che investe pesantemente nell’Atletico Nacional de Medellin, quello con Higuita in porta e gli altri. E i bookmakers danno per favorito. Ma Pablo Escobar innaffia anche l’Independiente Medellin per mostrare la propria potenza a tutti. Anche al rivale Rodriguez, capo del cartello di Cali, che investe nella squadra locale dell’America. Quel 3-2 e il gol annullato per gioco pericoloso era proprio America de Cali-Independiente Medellin. E il gol l’aveva annullato proprio Alvaro. A due minuti dalla fine.

La guerra tra i signori della droga si gioca da anni anche sul terreno verde del campionato. Quando un ministro aveva denunciato tutto, un sicario di Pablo Escobar gli aveva tappato la bocca per sempre. “Plata o plomo”, soldi o piombo è la regola assoluta che riesce a rendere reale e animato quel mondo di cartone. E infatti il sicario prescelto per Alvaro si chiama Popeye.

Il pomeriggio in albergo di quel 15 novembre è lungo, sotto nuvole che sembrano montagne nere. E poi la partita è in programma soltanto alle venti e trenta. Alvaro vorrebbe chiudere gli occhi un attimo, riposare. Cancellare, portare indietro. Non si può, non riesce. E ci sarà. Una gara che non conta più niente e scorre placida. Mentre Alvaro corre nervoso lungo la linea laterale, si sforza di riconoscere le due squadre anche per non pensare a quella telefonata. E si sorprende soltanto del pedante candore con cui applica ancora una volta il regolamento. Sempre lì, oltre la linea. E alla fine è 0-0.

Sono quasi le undici di sera, Alvaro e Jesus si separano dalla scorta. La cucina dell’albergo a quell’ora è chiusa. Sentono soltanto il rumore dei loro passi diretti verso un ristorante che si chiama Surprise. Hanno quel discorso in sospeso e Jesus prova: “Alvaro, raccontami quella telefonata”.

Poi dal nulla compare una macchina veloce. Qualcuno spara, qualcuno grida: “Così impari a rifiutare un fottuto gol di Medellin!”. Alvaro è colpito alla gamba, quella sinistra. Jesus viene messo da parte: “Via, tu non c’entri”.

Poi Popeye scarica otto proiettili su Alvaro.

Vanno tutti a bersaglio, tre al cuore.

Jesus prova a chiamare aiuto. C’è un tassista fermo. Poi vede Alvaro e il sangue.

E se ne va.

Jesus riesce a fermare qualcuno che sembra un vagabondo. Prende Alvaro dalla giacca. Sono manovre delicate. Alvaro apre gli occhi: “Jesus è finita”.

Il vagabondo intanto gli sfila il portafoglio.

Mentre Alvaro muore, arriva un’altra telefonata anonima: “Io e i miei capi abbiamo perso molti soldi per le decisioni dell’arbitro”. Per accrescere il consenso serve anche istituzionalizzare l’omicidio, la sentenza in piena regola, serve chiarezza. Alvaro paga per tutti e il suo omicidio è anche un monito, un’intimidazione a basso costo perché lui è un arbitro non ancora affermato.

Intanto in Colombia sbarca Natale Bianchedi, l’emissario di Arrigo Sacchi che deve studiare l’Atletico Nacional per la finale d’Intercontinentale. Ma Bianchedi non potrà relazionare su nessuna partita perché il campionato verrà cancellato.

E questo i bookmakers non l’avevano previsto.

Nel 1989 nasce però Carlos Arturo Ortega, nipote di Alvaro. Oggi è arbitro professionista. Diventerà internazionale.

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