venerdì 30 Luglio 2021
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L’anima sudamericana dell’ultimo scudetto della Roma

7 ' di lettura“Quando gioca l’AS Roma, la gente che la vede se innamora”

L’inizio di estate del 2000 non è molto divertente per i tifosi della Roma. Se i giallorossi finiscono mestamente al sesto posto in campionato, ancor più triste è vedere la parte biancoceleste della città esultargli in faccia dopo la conquista dello scudetto. La rosa romanista in realtà non è niente male, ma al suo primo anno Fabio Capello ancora non ha ancora fatto breccia nella testa dei suoi giocatori. Non esprimono per nulla quella caparbietà, quella voglia di vincere tipica delle sue squadre.

L’affronto subito dai laziali va lavato via, e molto in fretta. In questa caldissima estate piena di sfottò e lacrime amare, costanti e vessanti come solo una rivalità cittadina può regalare, c’è un tifoso in particolare che non può accettare questa situazione. Il presidente Franco Sensi ama la Roma quanto la moglie e i figli, se non di più. Il sangue che gli scorre nelle vene è indubbiamente rossastro venato da tinte oro, da quando il padre Silvio contribuì alla fondazione della squadra nel lontano 1927. Così mette mano al libretto degli assegni, e stacca cifre folli per rifare il vestito alla sua amata Roma. A fine sessione di mercato lo scontrino parla di una spesa che si aggira sui 130 miliardi, lira più lira meno, un’enormità che ritornerà in futuro a minacciare pesantemente le casse della società.

Il gruppo che si presenta all’inizio del campionato però è completo, spettacoloso e pieno di talento. Gli ultimi acquisti hanno rinforzato tutti i reparti, e ormai è ben evidente come al fianco degli italiani sia presente un solido nucleo di giocatori stranieri. L’anima estera della squadra è chiaramente di marca sudamericana. Cinque brasiliani, tre argentini e un uruguaiano, a cui si aggiungono due francesi “caldi” come Candela e Zebina, le meteore Ednilson e Gurenko, per finire con il giapponese più amato d’Italia, l’animo gentile dal destro poetico: Hidetoshi Nakata. Dopo un anno passato sempre in testa, a parte la quarta e la quinta giornata, il sogno del Presidente diventerà realtà: dodici mesi dopo gli odiati cugini, la Roma diventerà Campione d’Italia.

Una muraglia difficile da superare

Una grande squadra ha sempre bisogno di solide fondamenta. Le sue chance di successo passano, prima ancora che da un attacco spumeggiante, da una difesa arcigna che concede poco agli avversari. Anche se la Roma non avrà il minor numero di reti subite in stagione, il reparto arretrato giallorosso porta in dote un’aura solida e imperante. Spesso espressa senza mezzi termini dalle sue colonne sudamericane.

Al centro della difesa c’è un “muro” all’apparenza invalicabile. Arrivato giusto quell’anno dal Boca Juniors, dove ha vinto la Copa Libertadores, un giovanissimo Walter Samuel ci mette poco per diventare insostituibile nello scacchiere di Capello. Sguardo costantemente crucciato, sempre pronto a frapporsi tra l’avversario e la porta con scivolate miracolose, tempi d’intervento da grandissimo stopper, “The Wall” è uno di quei difensori che ti dà l’impressione di essere veramente insuperabile.

Al fianco del muro argentino c’è molto spesso un collega brasiliano. Chi vede di più il campo è Antônio Carlos Zago, spesso erroneamente ricordato più per il suo carattere duro e inflessibile che per le sue capacità da difensore. Nonostante provenga dalle regioni interne dello stato di São Paulo è probabilmente il sudamericano più “romanista” della truppa. Anima inquieta e carismatica, che non lascia passare uno sgarro senza rimettere in pari la questione, Zago ha un passato in Giappone (dove tornerà ad allenare in futuro) ma anche tre campionati statali e una Libertadores vinta in patria. Non è solo arcigno e senza paura nei suoi tackle ma ha anche un gran bel piede, qualità che spinsero Zdenek Zeman ad acquistarlo. Quasi istantaneamente idolo della curva giallorossa, dopo lo sputo a Simeone nel derby il suo nome diventa praticamente intoccabile. Non che il buon Zago sia un novizio nei diverbi in campo e fuori, visto che riesce a litigare con praticamente chiunque gli passi accanto.

Primo cambio, ed è strano dirlo di questo pilastro della Roma di quegli anni, alla diga Samuel-Zago è un giocatore dalle caratteristiche diverse, ma dall’efficacia molto simile. Un nobile dell’arte della difesa, sempre elegante con quell’incedere a testa alta e spalle larghe, un giro o due di lancette più avanti degli avversari. Uno di quei centrali che è un piacere veder prevalere contro l’attaccante avversario, “Pluto” Aldair sembra intriso dell’essenza di immortalità. Ha 35 anni, avrà per sempre il merito di aver riconosciuto in Francesco Totti il legittimo Re di Roma e avergli ceduto la fascia da capitano, ma anche per colpa di un brutto infortunio lascia il campo all’irruenza di quelli più giovani di lui. Quando serve però è sempre lì, pronto a guidare i compagni con la sua classe.

Sulla destra c’è l’ennesimo brasiliano, e che brasiliano. Quella fascia ha un solco arato in terra, stupisce che cresca ancora erba all’Olimpico dove per anni galoppava, o meglio fischiava senza fine, il “Pendolino” Cafu. Un altro di quelli con una dose di elisir di lunga vita sempre pronta in tasca, più invecchia più sembra diventare forte. I polmoni infiniti di questo altro gran signore del campo, col sorriso sempre stampato in faccia e una gentilezza che rendeva impossibile anche pensarne male, sembrano espandersi sempre di più al passare degli anni. Definirlo terzino è riduttivo, ma anche dargli dell’ala spostata in difesa è quasi un insulto. Il Pendolino riusciva a toccare ogni stazione con diligenza, capacissimo di saltare tutti in progressione e crossare per poi trovarlo venti secondi dopo come ultimo uomo a coprire un contropiede avversario. Un altro totem insostituibile, per Capello e per ogni squadra in cui ha giocato.

La riserva di caccia del Puma

Nella prima metà di campionato la mediana della Roma è strettamente presidiata da Damiano Tommasi, spesso in compagnia del giovane Cristiano Zanetti. La linea tutta italica giallorossa tiene botta, ricevendo qualche volta il cambio dall’uruguagio Gianni Guigou, ma tutti sanno che il posto in mezzo al campo sarebbe di un altro giocatore, anche questo sudamericano, anzi anche questo brasiliano.

Costui sicuramente non risponde all’identikit di Marcos Assunção, altro buon mediano tecnicamente dotato, ma che non ha lasciato troppo il segno a Trigoria. Proprio nell’estate del 2000 invece, la campagna acquisti faraonica del Presidente Sensi ha donato a Capello il centrocampista perfetto per il suo sistema di gioco. Ha giocato tre anni al Bayer Leverkusen, dove ha spadroneggiato in mezzo al campo. Aggressivo e tempestoso nel recupero del pallone, veloce e tempestivo nel rigiocarlo in avanti, con quel passo felpato non di chi è in possesso di grazia ultraterrena, quanto di una potenza e una famelicità degna dei grandi predatori.

Emerson Ferreira da Rosa, il “Puma”, non può giocare praticamente per tutto il girone d’andata per la rottura dei legamenti del ginocchio che subisce in allenamento. L’Olimpico ne chiama a gran voce le gesta, lui si commuove nel vedere il trasporto con cui Roma lo aspetta. Dopo due scampoli di partita contro Napoli e Parma, alla prima di ritorno al Dall’Ara di Bologna è finalmente titolare. Dopo 35 minuti ha già segnato il suo primo gol italiano e ha le chiavi della squadra in tasca. Proprio come il suo animale spirituale quando vede una delle sue prede preferite, Emerson attacca il giocatore avversario saltandogli addosso senza pietà e non lo lascia in pace fino a che non ha recuperato il possesso. È una forza della natura, dotata però anche dei piedi per far ripartire l’azione passando in maniera precisa il pallone, oppure portandolo lui stesso in avanti con quell’andatura caratteristica.

Con lui in campo la Roma perde solo una volta, a Firenze. Attorno gli ruotano molti giocatori, ma Emerson è istantaneamente centrale nello scacchiere giallorosso. Il Puma farà salire di livello le prestazioni di tutta la squadra, dando l’impulso decisivo per affrontare la seconda parte di stagione senza soffrire le vertigini del titolo di campioni d’inverno.

Anche a Roma vige la legge del Re Leone

Se il Puma domina nelle zone centrali del prato verde, c’è un altro regale felino che agisce nel reparto avanzato giallorosso. Anche lui arrivato durante l’estate del 2000, ma tutto fuorché uno sconosciuto o qualcuno che doveva dimostrare di che pasta era fatto. Nel reparto di Francesco Totti, l’Ottavo Re di Roma capitano e luce della squadra, non è facile arrivare e dettare legge a suon di gol, ma è esattamente quel che fa Gabriel Omar Batistuta. D’altra parte, se nasci ad Avellaneda, il fútbol ce l’hai nel sangue anche se lo provi a rinnegare per buona parte della tua adolescenza. Quel pallone farà esattamente ciò che vuoi, ad ogni tua chiamata.

Batigol la chiamerà spesso quella sfera, anche a Roma. A suo modo, poco argentino come quella folta chioma di capelli biondi che lo rendevano “gringo” in patria e “Re Leone” in Italia. Scaricandola con un destro di micidiale potenza e impeccabile precisione, talmente forte che spesso il portiere può solo spostarsi per non farsi del male. Capace di far tutto dentro e fuori area, nonostante la tecnica non eccelsa di chi ha iniziato tardi a praticare l’arte, ma con un unico obiettivo in testa ribadito con la forza dell’urlo che lascia andare ogni volta che lo raggiunge: segnare più gol possibili.

Batistuta trasuda forza e dominio da tutti i pori, in ogni sua movenza. Scaricherà la famosa mitragliatrice per venti volte in tutto il torneo, quarto in classifica cannonieri dietro Hernán Crespo, Andriy Shevchenko ed Enrico Chiesa. Proprio quell’Enrico Chiesa che ne raccoglie il testimone alla Fiorentina, il vero grande amore italiano di Batigol che mai dimenticherà il suo passato viola. D’altra parte va via per colpa di un altro vulcanico proprietario, Vittorio Cecchi Gori, altrimenti non avrebbe mai lasciato Ponte Vecchio.

Il calcio poi è quando vuole una bestia infima, che cerca in tutti i modi di pugnalarti al cuore. Così, quando il 26 novembre la Roma ospita la sua ex squadra, è lui a 7 dalla fine a dover segnare il gol, peraltro stratosferico, che vale i tre punti. Per una volta la mitragliatrice non sparerà la sua raffica, Batigol viene sommerso dai compagni festanti ma lui rimarrà in piedi, piangendo con il candore di un bimbo che vede davanti a sé infrangersi definitivamente un sogno.

Un sogno che purtroppo non potrà mai vivere con i viola, e che invece raggiungerà al primo anno nella Capitale. Diventerà Campione d’Italia, per l’unica volta in carriera. Con una Roma fortissima, animata da questo gruppo di guerrieri sudamericani che ha messo a ferro e fuoco il campionato più bello del mondo.

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