giovedì 13 Maggio 2021
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La storia di Evaristo, il cui gol nel Clásico marcò una epoca

5 ' di letturaOgni paese calcistico possiede la sua foto di riferimento che ha fatto storia: in Italia c’è la rovesciata di Carlo Parola, copertina dell’Album Panini, in Argentina il gol “de palomita” di Aldo Pedro Poy, mentre in Spagna, specie per i tifosi più attempati, l’immagine simbolo è quella del colpo di testa in tuffo di Evaristo, avvenuta in un Clásico nel 1960.

“Olivella arrivò a fondo campo, e quando vidi arrivare il cross ebbi la sensazione che non ci sarei arrivato con i piedi, perciò decisi di tuffarmi,” dichiarò Evaristo molti anni dopo ai microfoni del Mundo Deportivo. “I fotografi immortalarono io e il portiere in aria, quasi alla stessa altezza, e questa è una foto entrata nella storia del Barcelona.”

L’acrobazia dell’attaccante del Barcelona fece epoca, non solo per il gesto tecnico, bensì per il significato del gol. Quello era un Clásico valevole per gli ottavi di Coppa dei Campioni, e con quella marcatura i blaugrana riuscirono infatti a battere il Real Madrid, eliminandolo per la prima volta dalla competizione, un fatto mai accaduto nelle altre cinque edizioni del torneo europeo. Era la stagione 1960-61, e per il Barcelona sembrava essere finalmente l’anno giusto, specialmente con gente del calibro di Luis Suarez, Laszlo Kubala, Sándor Kocsis e Zoltan Czibor nel proprio arsenale, oltre che Evaristo naturalmente.

La rottura dell’egemonia blanca arrivò al termine di due anni di battaglie e tensioni, specialmente nel biennio in cui Helenio Herrera era al timone del Barcelona. Arrivato in Catalogna con l’obbiettivo primario di fermare la corsa del Real Madrid, il “Mago” riuscì nell’intento di conquistare Liga e Coppa del Generalissimo alla prima stagione, mettendo così la Coppa dei Campioni nel mirino. Herrera era un personaggio al quale nessuno poteva risultare indifferente, perciò chi non lo amava era costretto a odiarlo e ciò riaccese tremendamente la rivalità fra i due club e fra le due città, che durante la dittatura erano cresciute con due identità, la Barcelona di stampo catalano e la centrale Madrid, dove il dittatore Franco risiedeva.

Herrera non riuscì comunque a portare a termine il progetto, con il Barcelona eliminato in semifinale proprio dal Real Madrid. Il tecnico franco-argentino se andò subito dopo, accasandosi all’Inter, così toccò al suo successore, lo jugoslavo Ljubiša Broćić, a compiere l’impresa di fermare i blancos nella successiva stagione. Tuttavia, i sogni di gloria blaugrana si interruppero sul più bello, e dopo la sconfitta con il Benfica in finale avrebbero dovuto aspettare ben 31 anni per sedersi sul trono d’Europa.

Evaristo de Macedo Filho, l’autore di quel gol epocale, era arrivato in Spagna nell’estate 1957, subito dopo essere stato visto all’opera nel Campionato Sudamericano – l’attuale Coppa America – nel quale aveva segnato 8 reti, di cui ben 5 rifilate alla Colombia, stracciata per 9-0 dai brasiliani. Anche in quel caso le sue reti non furono sufficienti, visto che a imporsi fu l’Argentina, guidata dai “carasucias” Omar Sivori, Humberto Maschio e Valentin Angelillo, ma per l’attaccante brasiliano furono abbastanza per staccare il ticket verso il Vecchio Continente.

Cresciuto nella Madureira, squadra dell’omonimo quartiere nella parte nord di Rio de Janeiro, Evaristo fu convocato per le Olimpiadi del 1954 disputate ad Helsinki e al suo rientro piovvero numerose offerte, fra cui quella del Flamengo, la sua squadra del cuore, dove iniziò a segnare con continuità, dividendo lo spogliatoio con il futuro compagno di nazionale, il leggendario Mario Zagallo. Evaristo debuttò con il Brasile nel 1955 in una amichevole contro il Cile, lo stesso giorno in cui Garrincha vestì per la prima volta la casacca della Seleção e fu lui stesso a guidare l’attacco durante le qualificazioni al Mondiale del 1958, anche se in Svezia non andò mai, il suo posto in squadra preso da un ragazzino di soli 17 anni, tale Edson Arantes do Nascimento, meglio conosciuto come Pelé.

Secondi i suoi successivi racconti, Evaristo incolpò dell’assenza il club, reo di non averlo lasciato libero per colpa del calendario spagnolo che vide la Liga terminarsi il 4 maggio e la Coppa disputarsi in giugno, in contemporanea con il Mondiale. In realtà, ai giocatori stranieri era proibito prendere parte alla Coppa, e difatti Evaristo non la disputò, ma senza dubbio giocare in Europa fu un fattore che andò contro di lui.

Evaristo, leggenda di entrambi i club

Tagliato fuori dalla nazionale, Evaristo si concentrò nella propria carriera di club, e a Barcelona è ricordato come uno dei più forti giocatori ad aver calcato il Camp Nou, di sicuro il primo ad averci segnato una tripletta, realizzata dal brasiliano nel marzo 1958 contro il Valladolid qualche mese dopo l’inaugurazione dello stadio. Attaccante completo, rapido, tecnico, forte di testa e freddo sotto porta, Evaristo segnò tantissimo in maglia blaugrana, 78 in 114 partite di Liga, 28 in 39 gare nelle coppe europee, con una impressionante media di 0,69 reti a partita, migliore anche di quella di Romario (0,61), il primo nome che viene in mente quando si parla di bomber brasiliani a Barcelona.

Oltre ai gol, arrivarono anche i successi di squadra: il Barcelona strappò per ben due volte la Liga al Real Madrid di Di Stefano, e mentre la Coppa dei Campioni rimase un sogno proibito, i catalani si consolarono vincendo due volte la Coppa delle Fiere, trofeo precursore della Coppa UEFA. La carriera di Evaristo in blaugrana si concluse però nell’estate 1962, quando il club provò a naturalizzarlo spagnolo per poter rinforzare la rosa con un altro sudamericano, il centrocampista uruguaiano Alcides Vicente Silveira, vincitore del Campionato Sudamericano del 1959, edizione dove era stato votato miglior giocatore del torneo.

Silveira ebbe una discreta carriera in Sudamerica con Independiente e Boca Juniors, ma in Spagna non riuscì a dimostrare il proprio valore, durando appena 14 partite. Nel frattempo, però, Evaristo era stato costretto a cambiare maglia, e si era accasato nientemeno che al Real Madrid. Nella storia dei due club, il trasferimento diretto ai rivali è sempre stato visto come un tradimento, basti pensare al trattamento riservato dagli ex tifosi ai vari Bernd Schuster, Luis Enrique o Luis Figo. A Evaristo non toccò nessun fischio, comunque, anche se la sua avventura a Madrid fu meno prolifica di quanto aspettato, in quanto un infortunio al ginocchio lo mise fuori causa per lungo tempo, tanto che nel 1965 decise di tornare al Flamengo per un ultimo cameo prima di appendere le scarpette al chiodo.

Evaristo alla guida dell’Iraq a Messico 86

Una volta smesso di far goal, Evaristo iniziò una lunghissima carriera che lo vide protagonista di alcuni episodi curiosi, come quando prese in mano la Seleção nel 1985, ma anche in quel caso il sogno di andare al Mondiale con il Brasile sfumò alle prime divergenze con la Federazione. Ma stavolta Evaristo aveva un asso nella manica, e fu la chiamata di Uday Hussein, figlio del dittatore iracheno Saddam Hussein, a portarlo in Messico. All’epoca in Iraq era in corso una feroce guerra contro l’Iran, ma Evaristo accettò lo stesso, preparando la squadra pur sapendo delle modeste qualità del gruppo. Fu un lavoro più mentale che tecnico, ma gli iracheni non subirono nessuna goleada, perdendo onorevolmente di misura le tre gare contro Paraguay, Messico e Belgio, riuscendo pure a segnare un gol. Evaristo allenò poi anche in Qatar, mentre in patria riuscì a vincere qualche titolo, come il campionato del 1988 alla guida del Bahia o la Coppa di Brasile del 1997 sulla panchina del Gremio, oltre a svariati campionati statali.

@JuriGobbini

Juri Gobbini è autore anche di La Quinta del Buitre

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Juri Gobbini
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Amante della Liga e del Calcio Spagnolo Autore del libro "La Quinta del Buitre" (Amazon, 2020)

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