giovedì 13 Maggio 2021
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La saga degli Alonso, quando la Selección è un affare di famiglia

5 ' di letturaIn principio fu il capostipite, Marcos Alonso Imaz, detto Marquitos, nel 1955. Poi toccò al figlio, Marcos Alonso Peña nel 1981. Il 27 marzo 2018 arrivò il turno invece di Marcos Alonso Mendoza, il nipote. Una famiglia intera che è riuscita a vestire la maglia delle Furie Rosse, un record unico in Spagna.

Marquitos, il fondatore della saga, nato a Santander nel 1933 e cresciuto nel Racing, debuttò nella Liga nel 1951, mentre dal 1954 al 1962 fece parte del grande Real Madrid, con cui vinse cinque volte la Liga, una Coppa del Generalissimo e soprattutto cinque Coppe dei Campioni. Nella finale del 1956 contro lo Stade de Reims, vinta 4-3 dai blancos, fu proprio Marquitos un inaspettato protagonista. Di mestiere terzino destro, il difensore blanco non era certo un habitué del gol – ne marcò appena 5 in carriera – ma con la squadra sotto per 3-2 si gettò anche lui in avanti e la sua incursione in area colse di sorpresa la difesa francese, concentrata in blocco nel controllare Alfredo Di Stefano. Marquitos fu comunque fortunato nel vincere il rimpallo finale e mettere dentro con la fortuita deviazione di un difensore, ma quello che contava era il gol, che diede il via alla rimonta e al primo trofeo internazionale vinto dal Real Madrid.

Nonostante i successi a livello di club, Marquitos indossò la maglia della Selección spagnola solo in due occasioni, la prima nel 1955 in una amichevole contro la Francia e la seconda cinque anni dopo contro l’Inghilterra. Pure i suoi fratelli José, Alfredo e Antonio tentarono di sfondare con il calcio, anche se non andarono oltre la Segunda Division, la Serie B spagnola. A chi andò meglio fu il figlio Marcos Alonso Peña, anche lui giovane debuttante con la maglia del Racing Santader prima di emigrare a Madrid, in questo caso sponda Atletico.

L’esordio con la nazionale arrivò il 25 marzo 1981, una data storica per il calcio spagnolo, non solo perché le Furie Rosse si imposero per la prima volta contro l’Inghilterra a Wembley, ma anche perché quella sera stessa il centravanti della nazionale Quini fu liberato dopo 25 giorni di prigionia nelle mani di tre sequestratori.

La famiglia Alonso al completo

Rispetto al padre, Marcos Alonso era un giocatore d’attacco, centrocampista offensivo o esterno, e possedeva un buon feeling con il gol, visto che in carriera arrivò a marcare 65 reti. Dopo il debutto, Marcos Alonso diventò una presenza fissa nelle convocazioni di José Emilio Santamaria, anche se alla fine il tecnico decise di non chiamarlo per i Mondiali. Ciò nonostante, le sue prestazioni suscitarono le attenzioni del Barcelona e nell’estate 1982 fu presentato, assieme a Diego Maradona, Julio Alberto e Perico Alonso – papà di Xabi Alonso -come uno dei rinforzi blaugrana. La tappa di Marcos Alonso a Barcelona fu buona e l’attaccante cantabrico risultò uno dei protagonisti dei successi blaugrana, in primis nella Coppa del Re del 1983 vinta sul Real Madrid e decisa proprio da un suo gol al novantesimo. Tuttavia, a quella squadra diretta poi da Terry Venables mancò la ciliegina sulla torta, con la Coppa dei Campioni persa ai rigori contro la Steaua un’onta difficile da cancellare. Marcos Alonso quella sera giocò titolare, e fu l’ultimo rigorista blaugrana a sbagliare, anche lui stregato dalle braccia di Helmut Duckadam.

Negli anni di Barcelona Marcos Alonso continuò a essere chiamato in nazionale, arrivando a totalizzare 22 presenze e una convocazione all’Europeo del 1984. Dopo aver lasciato il Camp Nou nel 1987, fece il cammino inverso, tornando prima all’Atletico Madrid e chiudendo poi la carriera laddove era iniziata, ovvero a Santander. Nel frattempo, il Racing era retrocesso in Segunda B, la serie C spagnola, e per Marcos Alonso fu una specie di “last dance” visto che in cantabrici riuscirono a tornare in Segunda al termine di una lunga stagione, culminata con gli spareggi promozione.

Al contrario del padre, Marco Alonso si dedicò al mestiere di allenatore e, dopo aver fatto da assistente all’Atletico Madrid, nella stagione 1995-96 fu chiamato a campionato in corso sulla panchina del Rayo Vallecano. Il ritorno al Racing Santander non si fece attendere, anche se la sua carriera da tecnico non decollò mai e subì troppi alti e bassi: a Sevilla subentrò in corso e ottenne la promozione nella Liga salvo poi essere esonerato nella successiva stagione, con l’Atletico Madrid durò solo 30 partite, mentre il breve passaggio per Zaragoza si concluse con una inevitabile retrocessione. Tagliato fuori dalle grandi panchine, si accontentò con l’allenare in Segunda, passando per Malaga, Valladolid e Granada prima del definitivo ritiro.

La copertina di Marca, celebrando la saga degli Alonso

Proprio mentre il papà decideva di abbandonare le panchine, Marcos Alonso Mendoza, il terzo della dinastia, iniziava ad affacciarsi al mondo dei professionisti giocando con il Real Madrid Castilla e dividendo lo spogliatoio con gente del calibro di Nacho Fernandez, Rodrigo Moreno, Pablo Sarabia o Antonio Adán. Il 4 aprile 2010, Manuel Pellegrini lo fece debuttare nella Liga – curiosamente proprio a Santander- quando sostituì Gonzalo Higuain nel finale di gara, sotto lo sguardo orgoglioso di nonno Marquitos e papà Marcos Alonso senior. Quei due minuti disputati al Sardinero furono però anche gli unici disputati da Marcos Alonso jr nel campionato spagnolo, visto che nell’estate successiva decise di emigrare in Inghilterra e tentar fortuna col Bolton, in quegli anni presenza fissa in Premier League.

All’allora Reebok Stadium, il laterale sinistro spagnolo giocò poco, ma quell’esperienza fu importante per prendere confidenza con un ambiente, quello del calcio inglese, nel quale avrebbe sfondato qualche anno dopo. Con la retrocessione del Bolton nel 2012, Alonso finì alla Fiorentina dove continuò la propria maturazione calcistica, tanto che Antonio Conte lo volle al Chelsea nel 2016. Il suo arrivo fu poco sponsorizzato e passò quasi inosservato, invece il giovane spagnolo fu un tassello fondamentale nel 3-4-3 del tecnico pugliese, modulo con il quale i Blues conquistarono la Premier League nella stagione 2016-17.

Con 13 reti in due campionati – un eccellente numero per un terzino – il nome di Alonso venne pubblicizzato finalmente anche in Spagna, dove per molti era poco più che uno sconosciuto, visto che anche a livello giovanile le sue uniche presenze risalivano al lontano 2009, quando aveva giocato appena tre gare con l’Under-19 di Luis Milla. Per la chiamata, infatti, Alonso dovette aspettare fino al marzo 2018, con Julen Lopetegui che lo fece debuttare negli ultimi minuti in una amichevole contro l’Argentina. Tuttavia, Alonso non riuscì a staccare il ticket per andare ai Mondiali di Russia- gli furono preferiti nel ruolo l’esperto Nacho Monreal e l’intoccabile Jordi Alba – e dopo l’esordio riuscì a figurare solamente in altre due occasioni con le Furie Rosse, giusto all’inizio del mandato di Luis Enrique.

Con il debutto contro l’Argentina, il laterale del Chelsea aveva comunque finalmente chiuso il cerchio e gli Alonso sono l’unica famiglia a poter vantare tre generazioni dirette nella nazionale spagnola, un record avvicinato solo dai Grosso-Llorente. Anche in questo caso, il giovane Marcos Llorente Moreno vanta sia il padre (Francisco Llorente Gento) che il nonno (Ramón Moreno Grosso) nella Selección, ma essendo Grosso il suocero di Francisco Llorente, non siamo di fronte a una discendenza diretta. Un caso simile a quello del messicano Javier Hernández Balcázar – in arte “Chicharito” – il cui padre Javier Hernández Gutiérrez e nonno materno Tomás Balcázar González avevano vestito entrambi le maglie della nazionale messicana, con i tre che possono vantare di aver disputato tutti almeno un Mondiale.

Chissà, magari fra una ventina d’anni – al momento il difensore del Chelsea non ha figli – dovremmo aggiornare la storia aggiungendo un quarto capitolo alla saga degli Alonso, sarebbe davvero incredibile. Peccato che il capostipite, il leggendario Marquitos, non abbia potuto gioire delle gesta di suo nipote con la Selección, visto che era già scomparso nel 2012, a 78 anni.

@JuriGobbini

Juri Gobbini è autore anche di La Quinta del Buitre

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Amante della Liga e del Calcio Spagnolo Autore del libro "La Quinta del Buitre" (Amazon, 2020)

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