venerdì 26 Febbraio 2021
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La Liga: i dieci peggiori acquisti di sempre del mercato invernale

11 ' di letturaLa scorsa settimana avevamo parlato dei migliori acquisti di gennaio nella storia della Liga spagnola, oggi per par condicio andiamo a rivedere invece tutti i bidoni presi nel mercato invernale, tutta gente chiamata a far la differenza ma che in realtà si rivelarono dei terribili fallimenti.

ROBERTO DINAMITE (Barcelona, 1980)

Nel gennaio 1980 il Barcelona navigava a metà classifica, già con 11 punti di distacco dal lanciato Real Madrid. Ad aggiungere benzina al fuoco, arrivò anche il litigio fra l’allenatore Joaquin Rifé e l’asso austriaco Hans Krankl, colui che aveva raccolto l’eredità di Johan Cruyff. Krankl, autore di 29 reti la precedente stagione, decise di tornarsene in Austria, e per colmare la lacuna il club pescò in Sudamerica, acquistando il centravanti Roberto Dinamite, il migliore sulla piazza brasiliana in quel momento.

Il debutto di Roberto Dinamite al Camp Nou fu col botto, con il centravanti carioca che segnò una doppietta nel 2-0 all’Almeria. Tuttavia, passare dal caldo di Copacabana al freddo dell’inverno europeo fu una mazzata terribile e il giocatore non riuscì mai ad abituarsi alla differenza di clima. Per inciso, quelle due reti nell’esordio furono anche le sue uniche marcature nella Liga. Il club poi era un caos, e dopo l’esonero di Rifé venne chiamato addirittura il settantenne Helenio Herrera, che schierò Roberto Dinamite solo una volta.

Dopo due mesi e mezzo passati in Spagna, il presidente Núñez provò a recuperare parte del denaro speso rispedendo il giocatore al mittente, e il Vasco da Gama fu ben contento di riprenderselo, visto che il giorno del suo ritorno in Brasile Roberto Dinamite marcò tutti e cinque i gol nel 5-2 con cui il Vasco batté il Corinthians di Socrates. In patria il centravanti tornò a segnare regolarmente, diventando leggenda: è tuttora il primatista di gol del campionato brasiliano e fu un peccato che a Barcelona non gli furono concesse ulteriori chance.

RENALDO (Deportivo La Coruña, 1997)

Nell’estate del 1996 il Deportivo perse Bebeto, la cui partenza lasciò un vuoto che il club sarebbe riuscito a colmare solo quattro stagioni dopo, con l’arrivo al Riazor dell’olandese Roy Makaay. Nel mezzo vi furono tanti esperimenti, tutti falliti, fra cui quello del brasiliano Renaldo Lopes da Cruz, che arrivò forte di 16 reti nel Brasilerao, dove fu capocannoniere con la maglia dell’Atletico Mineiro.

“Sono un misto fra Rivaldo e Ronaldo”, dichiarò uno sfacciato Renaldo non appena sbarcato in Galizia. Anzi, il brasiliano si permise persino di aggiungere che quello più simile a lui era Ronaldo, di cui possedeva – sempre secondo la sua autodefinizione – la stessa velocità e lo stesso dribbling. “Ronaldo…però con…E.” Frasi che col tempo sarebbero entrate nella storia, ma che allora rappresentarono un pesante biglietto da visita: il pubblico del Riazor si aspettò quindi sfracelli, ma la realtà fu ben diversa.

Renaldo non aveva fisico e in campo i suoi movimenti erano sgraziati, mentre il fiuto del gol lasciava a desiderare. Poi, certamente, non fu nemmeno fortunato perché durante il soggiorno in Galizia perse entrambi i genitori a una distanza di qualche settimana l’uno dall’altro: da una terra promessa, la Spagna si era trasformata invece in un posto maledetto. In 23 partite con il Depor segnò appena 5 reti, anche se la storia delle tragedie familiari convinse poco il presidente Augusto César Lendoiro, che vide altri motivi dietro i frequenti viaggi in Brasile di Renaldo.

“Io credo che qualche familiare lo fece morire due volte pur di viaggiare in Brasile” commentò Lendoiro in un recente speciale su Movistar+, alludendo che i viaggi di Renaldo fossero in realtà motivati dal desiderio del giocatore di andare a divertirsi. Per Lendoiro, inoltre, la qualità del giocatore non era in discussione, anche se l’ex presidente del Deportivo non ci pensò due volte nel dargli il ben servito. Renaldo giocò ancora in Spagna, provando la sorte in Segunda División con il Las Palmas, il Lleida e l’Extremadura, ammassando appena 23 reti in 4 stagioni prima di rientrare definitivamente in patria. Del “Ronaldo con E” che prometteva gol e giocate nemmeno l’ombra però.

WINSTON BOGARDE (Barcelona, 1998)

Digitando nei vari motori di ricerca “il peggior acquisto di sempre” di Serie A, Liga e Premier League, vi è un nome che rimbalza sempre nei risultati, quello del difensore olandese Winston Bogarde.

Bogarde fu uno dei membri del famoso Ajax di Louis van Gaal, squadra che però venne smantellata nel giro di un paio di stagioni grazie anche alla legge Bosman. Bogarde finì al Milan, dove ritrovò Edgar Davids e Patrick Kluivert, ma San Siro si dimostrò inflessibile con gli olandesi, che furono un vero e proprio fiasco.

Il difensore giocò appena tre partite in rossonero, e fu Van Gaal, nel frattempo finito a Barcelona, a ripescarlo nel gennaio 1998, in un processo di “olandesizzazione” della squadra che darà però non diede i frutti sperati dal tecnico, questo malgrado due Lighe e una Coppa del Re vinte.

Bogarde al Camp Nou rimase due stagioni e mezzo – una saltata quasi per intero per infortunio – e se ne andò la stessa estate in cui anche Van Gaal fece le valigie, a dimostrazione che il tecnico fosse l’unico che vedeva l’utilità del difensore in squadra. Rozzo con i piedi, incerto difensivamente, in una gara di Champions contro l’AIK Solna andò talmente in bambola che perfino Van Gaal si arrese all’evidenza sostituendolo dopo appena 26 minuti. Tuttavia, il curriculum gli permise di trovare subito un’altra squadra e un lauto ingaggio, con il Chelsea che lo acquistò nel 2000- all’insaputa dell’allora manager Gianluca Vialli.

Ben presto anche il club si accorse di aver fatto un terribile errore e cercò in tutte le maniere di sbolognarlo ma Bogarde – che giocò appena nove gare in quattro anni- fu impassibile e rimase, intascando l’alto ingaggio fino alla fine del proprio contratto.

STAN COLLYMORE (Real Oviedo, 2001)

Quando Stan Collymore arrivò a Oviedo, ben 1500 tifosi lo accolsero per l’inizio della sua nuova avventura. In quel momento la squadra era in una perfetta posizione di centroclassifica – in teoria non necessitava rinforzi- ma fu l’infortunio del centravanti Roberto Losada a far ricorrere il tecnico serbo Radomir Antic al mercato.

Collymore era esploso con il Nottingham Forest tanto che nel 1995 il Liverpool arrivò a spendere £8,5m (un record, allora) per portarlo ad Anfield, dove fece coppia con Robbie Fowler. Tuttavia, fu proprio nel Merseyside che emersero i problemi caratteriali: narcisista, bipolare, introverso, indisciplinato, nonostante il talento, Collymore era solamente un individualista impossibile da collocare all’interno di un gruppo. Ritardi e assenze agli allenamenti diventarono la norma, e dopo l’arrivo sulla scena di Micheal Owen fu ceduto all’Aston Villa, la prima tappa di una rapida discesa verso gli abissi che lo portò fino in Spagna.

Collymore debuttò, entrando dalla panchina, nella sconfitta dell’Oviedo a Las Palmas, poi giocò l’ultima mezz’ora della gara interna contro il Villareal: entrò sull’1-0 a favore ma gli asturiani persero 3-1. Fuori forma, sovrappeso, spaesato, senza saper una parola di spagnolo, Collymore giocò gli ultimi minuti di Celta-Oviedo (un’altra sconfitta, naturalmente) e al rientro nelle Asturie montò sul primo aereo diretto in Inghilterra, andandosene per sempre, senza nemmeno avvisare. Quella col Celta fu anche l’ultima gara della sua carriera, mentre l’Oviedo, dopo il buon girone d’andata, crollò e retrocesse al termine della stagione.

Appese le scarpette al chiodo, Collymore provò a sfondare nel cinema. Sognava di diventare il primo “James Bond nero” anche se la sua carriera cinematografica non decollò mai e si dovette accontentare di fare la comparsa nelle scene iniziali di “Basic Instinct 2”, dove il personaggio da lui interpretato viene assassinato da Sharon Stone.

MAXI LOPEZ (Barcelona, 2005)

Nel gennaio del 2005 il Barcelona di Frank Rijkaard si stava avviando a vincere il primo titolo di Liga con l’olandese al timone, tuttavia il club non ci pensò due volte nel rinforzare la squadra in corsa, specialmente dopo l’infortunio al ginocchio che lasciò Henrik Larsson sette mesi fuori causa.

Maxi Lopez era il nome nuovo del calcio argentino, soprattutto dopo la prestazione devastante nel superclásico del maggio precedente, quando aveva fatto ammattire i difensori del Boca Juniors, con la vittoria per 1-0 ottenuta dal River Plate alla Bombonera sufficiente per il sorpasso e la conquista del titolo argentino.

Arrivare con soli 20 anni, con scarsa esperienza, in una realtà come quella di Barcelona è difficile per tutti e Maxi Lopez non fu una eccezione. Fra infortuni e scarse performances, le sue chances furono limitate e in una stagione e mezzo segnò solo due reti, una in Coppa del Re allo Zamora, e una in Champions League contro il Chelsea. Fu quella, senza dubbio, la sua notte da leone, visto che l’ingresso dell’argentino cambiò la partita, permettendo ai blaugrana di ribaltare il risultato: Maxi Lopez segnò il primo gol e servì l’assist per il raddoppio di Eto’o.

La sua avventura al Camp Nou durò fino all’estate del 2006, quando il club lo prestò al Mallorca prima di venderlo il seguente anno all’estinto FK Mosca. Dopo una lunga carriera, passata principalmente in Italia, Maxi Lopez risulta oggi ancora in attività, impegnato nel campionato di Serie C con la maglia della Sambenedettese.

ANTONIO CASSANO (Real Madrid, 2006)

Era il 18 gennaio 2006 quando Antonio Cassano debuttò con la maglia del Real Madrid al Benito Villamarín di Sevilla. L’esordio non potette essere più promettente, visto che nella gara di Coppa del Re contro il Betis il barese marcò la rete dell’1-0, un gol nato da una sua furbata, visto che Cassano andò a ostacolare il portiere avversario in uscita toccandolo quanto bastasse per fargli perdere la coordinazione, prima di appoggiare a porta vuota.

Sembrò l’inizio di una storia d’amore, invece Cassano al Real Madrid si rivelò un flop in piena regola. Cassano era arrivato per coprire l’assenza dell’infortunato Raul, ma il capitano blanco accelerò il rientro in vista del Mondiale e il barese si trovò davanti anche la concorrenza dei vari Ronaldo, Baptista e Robinho. In una situazione normale ciò avrebbe rappresentato un motivo extra per dimostrare il proprio valore, invece Cassano non fece nulla per meritarsi il posto, anzi.

Il barese si dedicò alla bella vita nella capitale spagnola, e secondo i suoi racconti non se la passò troppo male, fra abbuffate di cibo e tanti stravizi notturni. Gli eccessi si rifletterono però nel rendimento e nella forma fisica, e il gordo [ciccione] Cassano diventò così uno zimbello da schernire persino in TV. Con l’arrivo di Capello le cose peggiorarono ulteriormente tanto che fu messo addirittura fuori rosa per indisciplina. In una stagione e mezzo, giocò appena 19 gare di Liga segnando 2 sole reti: la bocciatura si completò definitivamente con la cessione alla Sampdoria, prima in prestito e poi in maniera definitiva nell’estate 2008.

JULIEN FAUBERT (Real Madrid, 2009)

Julien Faubert fu presentato il 31 gennaio 2009 come nuovo rinforzo del Real Madrid, accompagnato in sala stampa da una leggenda come Alfredo Di Stefano, il cui sguardo perplesso lasciava intendere chiaramente che non avesse la minima idea di chi fosse quel giocatore che stava al suo fianco.

La stampa pro-Real cercò comunque di stilare un convincente riassunto della carriera di quell’ala destra che stava scaldando la panchina al West Ham. Cresciuto nelle giovanili del Cannes – come Zidane – fu il primo ad indossare la n.10 della Francia dopo l’addio di Zizou. In quell’amichevole con la Bosnia Faubert segnò pure una rete, anche se non venne mai più chiamato dai Blues.

Il verdetto del campo fu impietoso: il francese debuttò contro il Racing Santander e con il suo primo tocco consegnò la sfera ad un avversario. Lento, sovrappeso e spaesato, Faubert giocò solo due spezzoni in tutto il resto della stagione. Rassegnatosi alla panchina, il francese riuscì comunque a far parlare in di sé in un’altra occasione, quando si addormentò durante una gara contro il Villareal.

Nell’estate successiva fece ritorno al West Ham, poi la sua carriera proseguì in giro per il mondo senza troppa gloria. Nel 2018 fu avvistato nel campionato indonesiano, mentre un anno dopo tornò in Francia nel doppio ruolo di giocatore e assistente tecnico del Frejus (quarta serie) anche se durò appena 4 mesi.

BABÁ (Sevilla, 2012)

Il d.s. del Sevilla Monchi si è rilevato negli anni un mago dal fiuto infallibile, anche se pure lui ha preso i suoi granchi, naturalmente. A fine 2011 il Sevilla si trovava in sesta posizione con un attacco che aveva appena realizzato 18 reti in 16 partite – nello stesso periodo Real Madrid e Barcelona ne avevano segnate rispettivamente 56 e 50 – così Monchi decise di potenziare il reparto riportando alla base Jose Antonio Reyes e acquistando dal Maritimo il centravanti senegalese Papa Babacar Diawara, meglio conosciuto come Babá.

A 23 anni, Babá in quel momento era il secondo miglior marcatore del campionato portoghese con 10 reti, e aveva già messo a segno 37 reti complessive in poco più che tre stagioni. “Babá ha la mobilità di Eto’o e l’esplosività di Eto’o” dichiarò Pedro Martins, il tecnico del Maritimo. Ovviamente tali parole furono deleterie per Babá, che a Sevilla marcò appena quattro reti in un stagione e mezzo, dimostrandosi lontanissimo dal livello richiesto in una Liga come quella spagnola.

Monchi provò a disfarsene prestandolo prima al Getafe e poi al Levante nella speranza che qualcuno se lo comprasse, ma ovviamente nessuno si fece avanti e alla fine il Sevilla fu costretto a farlo tornare gratis al Maritimo nel 2015. Attualmente risulta svincolato e le sue ultime due apparizioni furono in India, dove giocò alcuni mesi con il Mohun Bagan.

MATIAS KRANEVITTER (Atletico Madrid, 2016)

Quattro anni separarono il River Plate dalla retrocessione in B alla vittoria nella Coppa Libertadores: nel 2015 la squadra diretta da Marcelo Gallardo completò la propria resurrezione calcistica battendo i messicani del Tigres e portandosi a casa il suo terzo titolo continentale, il primo dei due con il “Muñeco” in panchina. Fra i membri di quel River figurava il giovane mediano Matias Kranevitter, che con soli 22 anni era considerato l’erede di Javier Mascherano nel suo ruolo.

Il centrocampista argentino nell’estate 2015 fu acquistato dall’Atletico Madrid, che decise di lasciarlo al River per altri sei mesi prima di portarlo in Spagna nel gennaio successivo. Con Diego Simeone a completargli la formazione calcistica, sembrava chiaro che con il passaggio ai Colchoneros Kranevitter avrebbe fatto un ulteriore salto di qualità, ma invece il soggiorno in Spagna si rivelò un flop. Dopo appena otto gare giocate con l’Atletico, il mediano fu ceduto in prestito al Sevilla di Jorge Sampaoli, ma nemmeno lì riuscì a ritagliarsi protagonismo.

Nell’estate 2017 l’Atletico Madrid decise di disfarsene completamente vendendolo allo Zenit San Pietroburgo. In Russia Kranevitter giocò regolarmente la prima stagione, ma poi sparì quasi completamente dall’undici iniziale, passando più tempo a scaldare la panchina che in campo. L’argentino, a 27 anni, sta adesso tentando di ricostruirsi la carriera in Messico, con il Monterrey, ma appare chiaro che per trovare l’erede di Mascherano occorrerà attendere ancora.

KEVIN-PRINCE BOATENG (Barcelona, 2019)

Nell’estate 2018 il Barcelona decise di vendere Paco Alcacer, privandosi dell’unico centravanti di riserva della rosa che avrebbe potuto far rifiatare Luis Suarez durante la lunga stagione. Una lacuna palese per tutti, ma non per le alte sfere del club, che a gennaio lasciarono partire anche Munir El Haddadi, ceduto al Sevilla.

La soluzione scelta dal Barcelona per ovviare a tale lacuna in rosa fu alquanto bizzarra, visto che il rinforzo di gennaio fu Kevin-Prince Boateng, un nome che fece scuotere la testa a molti, visto che in precedenza il club era stato criticato anche per l’acquisto di Vidal, un tipo di indubbie qualità, ma troppo rustico e quindi poco adatto al gioco raffinato marchio di fabbrica dei blaugrana. Boateng era poi un attaccante atipico, in carriera aveva giocato centrocampista o mezzapunta, e solo sporadicamente era stato impiegato nel ruolo di centravanti. La sua media realizzativa era stata incostante, e a 31 anni non si sapeva cosa ci facesse in un palcoscenico come quello del Camp Nou.

Arrivato dal Sassuolo in prestito fino a giugno, Boateng accettò ovviamente il ruolo di riserva, consapevole che il suo impiego sarebbe stato limitato. Il suo obbiettivo era quello di guadagnarsi un anno in più di contratto, visto che, nell’accordo, il Barcelona si era riservato una opzione d’acquisto per €8m (sì, proprio così). Boateng giocò però appena tre gare di Liga e una di Coppa del Re, e a fine stagione il club naturalmente lo lasciò ritornare in Italia

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Juri Gobbini
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Amante della Liga e del Calcio Spagnolo Autore del libro "La Quinta del Buitre" (Amazon, 2020)

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