venerdì 30 Luglio 2021
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Kaiserslautern: la notte in cui il Dream Team di Cruyff rischiò di naufragare

5 ' di letturaTutte le grandi imprese sportive hanno avuto una loro Sliding Door: il Milan di Sacchi graziato dalla nebbia a Belgrado, la rimonta in extremis dell’Inter di Mourinho a Kiev, l’Iniestazo con cui il Barcelona salvò la pelle a Stamford Bridge sono solo qualche esempio di come il confine fra gloria e disperazione, fra eroe e villano, sia molto sottile.

Nella stagione 1991-92, per esempio, la Coppa dei Campioni, oltre che essere stata rinominata Champions League, aveva cambiato pure il proprio formato. Non più fase ad eliminazione fino alla fine, bensì due gironi da quattro da cui sarebbero scaturite fuori le finaliste. Il che toglieva di mezzo i quarti di finale e le semifinali, ma rendeva comunque necessari due turni preliminari per determinare le otto squadre che avrebbero disputato la fase a gironi.

All’epoca si qualificavano alla competizione solo le vincenti dei propri campionati, e la Germania, nonostante la riunificazione avvenuta nell’ottobre 1990, portò nel torneo due squadre, Kaiserslautern e Hansa Rostock, quest’ultima vincitrice del campionato della Germania Est. Fu l’ultima volta che la DDR portò una propria squadra alla competizione e proprio l’Hansa Rostock rappresentò il primo avversario del Barcelona, con i blaugrana che misero in cassaforte la qualificazione già all’andata nel Camp Nou, grazie a un 3-0 che rese il viaggio nel nord della Germania poco più che una gita.

Quello era il Barcelona allenato da Johan Cruyff, che tornava a dare l’assalto al massimo trofeo europeo dopo sette stagioni. L’ultima volta che i blaugrana ci avevano provato era però andata male, anzi malissimo, con la sconfitta ai rigori per mano della Steaua di Bucarest a scrivere l’ennesima pagina nera del club nella storia della Coppa dei Campioni, competizione che invece aveva fatto grandi i rivali del Real Madrid, aumentando quel complesso di inferiorità che il Barcelona aveva dovuto soffrire fino a quel momento.

L’arrivo di Cruyff aveva portato però un vento nuovo all’interno del club, e il tecnico olandese era riuscito a conquistare almeno un trofeo a stagione da quando si era seduto sulla panchina del Camp Nou. La squadra però, fino a quel momento, era ancora un cantiere in corso e lungi da essere il “Dream Team” tanto acclamato in futuro. Sarebbe stato quello l’anno magico dove finalmente il Barcelona avrebbe centrato la tanto sognata coppa? In tanti se lo chiedevano in quell’avvio di stagione.

Dopo l’Hansa Rostock, furono gli altri tedeschi, quelli del Kaiserslautern a contendere ai catalani il passaggio del turno, e il 2-0 ottenuto in scioltezza nell’andata faceva pensare che la trasferta in Germania fosse di nuovo una scampagnata. Mai sottovalutare i tedeschi, però, soprattutto in uno stadio come il Fritz-Walter, che prima della recente modernizzazione – l’Italia giocò lì due gare del Mondiale 2006 – era un infuocato catino, considerato uno dei campi più caldi di tutta la Bundesliga.

Soprannominati “Die Rote Teufel” – letteralmente, i Diavoli Rossi – i tedeschi iniziarono la gara in sordina, consapevoli di non avere nulla da perdere. La squadra aveva anche qualche discreto giocatore, come Marcel Witeczek (in seguito avrebbe giocato col Bayern Monaco), l’attaccante Stefan Kuntz (due volte capocannoniere della Bundesliga, 25 presenze in nazionale, prese parte all’Euro 96), il danese Bjarne Goldbaek (avrebbe poi giocato nel Chelsea di Vialli) e il bosniaco Demir Hotic, un baffuto centrocampista che proprio a Kaiserslautern si scoprì prolifico come non mai in carriera.

Fu proprio Hotic ad aprire le marcature sul finire di primo tempo, quando su un corner tagliato anticipò d’astuzia Andoni Zubizarreta, che si lamentò invano di un fallo dell’avversario. Nei suoi dogmi più volte ripetuti, Cruyff non fece mai mistero di tralasciare la fase difensiva, soprattutto pagando pochissima attenzione ai calci piazzati a sfavore. “Abbiamo problemi sui corner? Bene allora cercheremo di non concederli,” rispose una volta a un giornalista che lo aveva interrogato sulla presunta vulnerabilità del Barça sui calci d’angolo. Ma quella sera nell’inferno di Kaiserslautern i blaugrana, messi alle corde dai locali, non potettero fare a meno di rifugiarsi nella propria area, e i tedeschi ne approfittarono per fiondare al centro palloni alti e sfruttare la propria superiorità fisica.

Il raddoppio non tardò ad arrivare e fu di nuovo Hotic, sempre sugli sviluppi di un corner, a mettere dentro da pochi passi, con Zubizarreta e la difesa blaugrana ancora una volta in balia della contraerea tedesca. In queste situazioni uno si sarebbe aspettato una mossa dalla panchina, ma Cruyff si limitò a togliere l’ala sinistra Txiki Beguiristain buttando dentro Ricardo Serna, un difensore, chissà forse per proteggersi finalmente sui palloni alti. La mossa servì a poco, perché a un quarto d’ora dal termine Goldbaek trovò l’incursione giusta con cui definire il terzo gol, rete che avrebbe qualificato il Kaiserslautern.

La risposta di Cruyff fu mandare in campo Miguel Angel Nadal al posto di Pep Guardiola: anche per un maestro come l’olandese, famoso per il suo calcio fraseggiato, l’unica trovata fu quella di fare affidamenteo all’artiglieria pesante e sperare nel meglio. Nadal, un difensore o all’occorrenza mediano, si piazzò infatti nei pressi all’area avversaria con il compito di calamitare qualche palla, magari un assist o una sponda per i vari Hristo Stoichkov o Michael Laudrup, le cui presenze erano state limitate dal campo pesante e dall’aggressività dei difensori tedeschi. Il Barcelona, povero di idee, iniziò a buttare in mezzo palloni sporchi o ingiocabili, che risultarono un invito a nozze per il Kaiserslautern: i tedeschi, invece di soffrire, andarono vicinissimi a sentenziare l’incontro ancora con Goldbaek, ma stavolta Zubizarreta si rifece degli errori precedenti salvando la baracca.

Il destino dell’incontro sembrava irrimediabilmente segnato, quando a pochi secondi dal novantesimo il Barcelona usufruì di un calcio piazzato nella metà campo avversario, con Ronald Koeman che si posizionò sul punto di battuta. Qualcuno pensò che forse l’olandese volesse calciare, vista la potenza di cui disponeva, ma era una posizione scomoda anche per lui, con un angolo di tiro limitato e comunque troppo lontano dalla porta per impensierire il portiere. Così Koeman la scodellò in area, un cross senza troppe pretese, a essere onesti, una traiettoria a uscire che sembrava preda facile dei difensori tedeschi, su quel lato in superiorità numerica, ben quattro maglie biancorosse contro un’unica arancione, quella di Jose Maria Bakero.

Alto appena 1,72, Bakero sembrava avere poche chance di raggiungere quel pallone, invece il basco scelse il tempo giusto nello stacco e anticipò i due tedeschi che lo avevano preso in consegna. La palla poi prese uno strano effetto, di quelli beffardi a rientrare, con il veterano portiere Gerald Ehrmann che, sorpreso dalla traiettoria, potette solo osservare la sfera entrare in rete per il 3-1. La rete fu una mazzata tremenda: i tedeschi provarono a ributtarsi in avanti ma il Barcelona tenne duro nel poco tempo rimasto.

In molti si ricordano anche oggi la brillantezza del Dream Team, la vittoria in Champions sulla Sampdoria a Wembley, ma senza la “Sliding Door” di Kaiserslautern tutto questo non sarebbe successo, e, chissà, probabilmente anche la parabola di Cruyff come allenatore sarebbe stata differente. Quella sera, dopo il gol di Bakero, un giovanissimo Guardiola, con il piumino addosso dopo essere stato sostituito, scattò dalla panchina per abbracciare i compagni. Pep non sapeva che 18 anni dopo, stavolta vestito in giacca e cravatta, un altro gol gli avrebbe fatto fare uno scatto simile sul prato di Stamford Bridge. Ma questa è un altra storia…

 

 

Juri Gobbini è autore anche di La Quinta del Buitre

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Juri Gobbini
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Amante della Liga e del Calcio Spagnolo Autore del libro "La Quinta del Buitre" (Amazon, 2020)

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