venerdì 30 Luglio 2021
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Juanito “maravilla”, genio e sregolatezza del calcio spagnolo

7 ' di letturaChi è stato almeno una volta allo stadio Santiago Bernabéu di Madrid, avrà sicuramente notato una cosa. Puntualmente, al minuto sette di ogni incontro casalingo, dagli spalti parte un coro che coinvolge tutti i presenti: “Illa, Illa, Illa, Juanito Maravilla.” Juanito è morto da quasi trent’anni, molti di quelli che vanno allo stadio adesso probabilmente non lo hanno mai visto giocare, ma il suo ricordo è ancora ben presente nel Bernabéu, stadio che Juanito contribuì ad illuminare negli anni Settanta e Ottanta.

E pensare che Juanito (all’anagrafe Juan Gómez) era finito al Real quasi per caso, visto che a fargli lasciare la sua Fuengirola – località costiera a mezz’ora di macchina da Malaga -era stato invece l’Atletico Madrid, il club che lo scovò nei campetti polverosi dell’Andalusia.

Juanito arrivò persino a debuttare con i colchoneros nel 1972 in una amichevole precampionato contro il Benfica di Eusebio, ma, quello che sarebbe dovuto essere il suo trampolino di lancio, si trasformò invece nell’inizio di un incubo, visto che il giocatore si ruppe tibia e perone, passando così il resto della stagione in infermeria.

L’infortunio mise la carriera di Juanito a grosso rischio, soprattutto perché l’Atletico decise di disfarsi del giocatore, cedendolo al Burgos, allora in Segunda División. Per Juanito quella cessione fu un affronto, ma allo stesso tempo un motivo in più per riprendersi ciò che gli era stato tolto, ovvero la possibilità di giocare nella Liga. Il percorso di risalita non fu semplice, ma in provincia, lontano dai riflettori, trovò l’ambiente giusto per maturare, e i risultati diedero la conferma, visto che al termine della stagione 1975-76 il Burgos fu promosso.

Il prestigioso palcoscenico non spaventò il piccolo andaluso, anzi, più grande era la sfida, più Juanito tendeva a galvanizzarsi. Così lasciò le perle per i momenti migliori, e nella sua prima stagione nella Liga segnò una doppietta nella vittoria per 3-2 sul Real Madrid, mentre l’Atletico Madrid fu sconfitto sia in casa che in trasferta. A lasciare le penne al Plantío di Burgos furono anche altre nobili, come Barcelona, Sevilla e Valencia, e la squadra, data per spacciata ad inizio campionato, riuscì a ottenere la salvezza.

Le prestazioni di Juanito furono ovviamente fondamentali per la marcia del Burgos, e l’attaccante divenne l’uomo del momento, seducendo prima il tecnico della nazionale Laszlo Kubala – che lo fece esordire con la Selección nell’ottobre 1976- sia Santiago Bernabéu, lo storico presidente del Real. Gli anni Settanta in casa Real erano stati anni di transizione e rinnovamento, e la squadra aveva già fra le sue file gente che aveva o avrebbe fatto la storia del club, come il veterano Pirri, il mediano Vicente del Bosque, il difensore Antonio Camacho, il portiere Miguel Ángel, ma serviva qualcosa in più per fare un ulteriore salto di qualità. Così, in estate Bernabéu portò a Madrid il tedesco Uli Stielike e Juanito, due personaggio agli antipodi i quali rappresentavano gli ingredienti mancanti: la sostanza e la personalità del tedesco, la fantasia e l’imprevedibilità dell’andaluso.

Juanito e Santillana, storica coppia d’attacco del Real Madrid

Il mix produsse l’effetto sperato e Juanito trovò in Santillana il partner perfetto con cui dividere l’attacco. L’andaluso era dotato di tecnica sopraffina – da qui il soprannome di Maravilla – saltava l’uomo con estrema facilità, era freddo sotto porta ma non disdegnava nemmeno l’assist per il compagno, mentre Santillana era furbo, opportunista e fortissimo di testa, sapeva leggere le giocate del compagno e speculava sugli errori dei difensori. I due divennero l’incubo delle difese della Liga, e la loro società si estese pure nella nazionale, anche se con meno successo.

Ma Juanito non era solo classe e giocate: l’andaluso dava tutto in campo e viveva la gara in maniera estremamente passionale, il che mandava in visibilio la folla, ma l’indole ribelle, l’esuberanza e l’eccessiva impulsività lo portarono a litigare praticamente con tutti, avversari, tifosi, giornalisti e arbitri. Già a Burgos il suo carattere bizzoso era emerso e aveva creato più di un problema, ma una volta arrivato a Madrid divenne un personaggio che divise le folle: da un lato il popolo madridista, innamorato di Juanito, e dall’altro il resto della Spagna, che non riusciva proprio a sopportarlo. Il giornalista basco Ander Izagirre, tifoso della Real Sociedad e all’epoca un bambino, confessò nel suo libro “Mi Abuela y diez más” che Juanito fu addirittura la prima persona che odiò nella sua vita.

Le sparate di Juanito non risparmiarono nessuno, nemmeno il veterano Helenio Herrera – che nel 1980 aveva abbandonato il ritiro per riprendere in mano il Barcelona – al quale l’attaccante andaluso dedicò un gol in un Clásico gridandogli che “adesso se poteva pure andare all’ospizio.” Anche i compagni di squadra subirono l’eccessiva spontaneità di Juanito, ma mentre i colleghi spagnoli seppero chiudere un occhio, con il tedesco di ferro Stielike i rapporti furono molti freddi, e quando si incontrarono poi da avversari, le vecchie ruggini riaffiorarono, e i due vennero quasi alle mani.

Negli ultimi anni di militanza nel Real, Juanito dovette però fare i conti con l’esplosione di Emilio Butragueño e del resto della Quinta del Buitre, che di fatto scalzò i veterani dai titolari. Lasciare la maglia n.7 – seppur in buone mani – fu doloroso, tuttavia, nelle notti europee, la vecchia guardia era solita ritornare in ballo e trascinare i giovani, con Juanito che sembrava esaltarsi, specie quando al Real Madrid serviva una rimonta impossibile.

Fu così che nacque il mito delle “Remontadas” e del “Miedo Escénico”: la leggenda ebbe il suo inizio nell’aprile 1985, subito dopo la sconfitta del Real a Milano per mano dell’Inter nella semifinale di Coppa UEFA. Con quel 2-0 casalingo i nerazzurri erano convinti di aver già ipotecato il passaggio del turno, ma Juanito non era dello stesso avviso e andò di persona nello spogliatoio avversario a ricordarglielo. Per l’occasione, lo spagnolo improvvisò un italiano molto arrangiato e quello che ne uscì fu una frase destinata a passare alla storia: “Noventa minuti en el Bernabéu son molto longos”. Il messaggio lasciava pochi dubbi all’interpretazione: a Madrid la musica sarebbe stata del tutto differente. E così fu, con l’Inter battuta 3-0.

“Noventa minuti en el Bernabéu son molto longos”

Il Real della Quinta del Buitre stava iniziando a scrivere la propria storia, e dopo qualche anno grigio aveva ripreso in mano lo scettro del calcio spagnolo, ma il club voleva di più, e si sa che a Madrid la gloria è sempre passata attraverso la Coppa dei Campioni, trofeo che mancava da troppo tempo nella bacheca di Chamartín. L’assalto partì nel 1986 e vide gli spagnoli far fuori la Juventus e la Stella Rossa Belgrado, prima della semifinale contro il Bayern di Monaco, quasi una finale anticipata

Malgrado la squadra ricca di talento, quel Real non aveva ancora imparato a gestire le gare in trasferta e i tedeschi ne approfittarono portandosi subito sul 3-0 grazie anche a un paio di decisioni arbitrali molto discutibili. Fu a quel punto che Juanito perse la testa, e a far scoccare la scintilla fu un intervento killer da parte di Lothar Matthäus su Chendo. Juanito decise allora di farsi giustizia da solo, colpendo il tedesco prima con un calcione alla schiena e poi con un pestone dritto sulla faccia, gestaccio che sarebbe passato alla storia come il “Pisotón de Juanito”. Un gesto inqualificabile che l’UEFA punì con cinque anni di squalifica nelle Coppe Europee, una mazzata tremenda che mise fine anche alla sua carriera nel Real.

Hugo Sanchez, Michel, Juanito e Sanchis festeggiando la Coppa UEFA

A 33 anni Juanito se ne andò da Madrid con la coda fra le gambe, una situazione familiare ed economica non delle migliori, ma con la passione sempre intatta, e perciò sparò le sue ultime cartucce a Malaga, prima trascinando il club di nuovo nella Liga, e poi guidandolo a una comoda salvezza. Il 4 giugno 1989 alla Rosaleda arrivò la capolista Real Madrid, e Juanito si presentò tirato a lucido, prendendosi il lusso di segnare alla sua ex squadra con un delizioso pallonetto a scavalcare Paco Buyo.

Appese le scarpette al chiodo, il profumo del campo lo richiamò di nuovo in azione, stavolta nella sua Fuengirola, quando giocò alcune gare con Los Boliches prima del definitivo ritiro e l’inizio di una nuova carriera, quella di allenatore. Il primo incarico fu a Merida, in Segunda División, e immediatamente Juanito sembrò tagliato per il nuovo ruolo, tanto che si iniziò a speculare su un suo possibile rientro al Bernabéu, stavolta come tecnico. “Il Juanito allenatore era come il giocatore: spavaldo, irresponsabile; e il Merida era molto simile a Juanito, una squadra votata assolutamente all’attacco,” dichiarò Santiago Cañizares, allora portiere del Merida, al programma Informe Robinson.

Juanito, malgrado il doloroso addio, era però rimasto sempre vicino al Real Madrid e quando poteva si metteva in macchina sorbendosi i 350 km che separano Merida dalla capitale spagnola. Fu così anche il 1° aprile 1992, in occasione dell’andata della semifinale di Coppa UEFA contro il Torino, con cui militava l’ex Rafael Martín Vázquez, che per la prima volta tornava al Bernabéu come avversario. Fu una sfida tirata, vinta dal Real per 2-1, e durante la serata Juanito ebbe la possibilità di incontrarsi di nuovo con alcuni ex compagni, come l’argentino Jorge Valdano, il quale da lì a due settimane avrebbe preso per mano il Tenerife diventando anche lui tecnico. I due, avrebbero voluto intrattenersi più a lungo per continuare a parlare di calcio, ma Juanito preferì rimettersi subito in marcia, visto che la mattina seguente era in programma una sessione di allenamenti.

La tragedia si consumò lungo l’A5, all’altezza di Calzada de Oropesa quando l’auto sul quale viaggiava, per schivare dei tronchi caduti da un camion, si schiantò contro un terzo veicolo: Juanito morì sul colpo. La sua scomparsa commosse tutto il mondo del calcio spagnolo, ma la sua leggenda, tramandata di padre in figlio, è rimasta ancora intatta, e anche oggi, ogni volta che al Real serve una rimonta in campo europeo, i tifosi fanno appello allo “Spirito di Juanito” per compiere l’impresa. È proprio vero: i miti non muoiono mai, ma vivono per sempre nella leggenda.

@JuriGobbini

Juri Gobbini è autore anche di La Quinta del Buitre

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Amante della Liga e del Calcio Spagnolo Autore del libro "La Quinta del Buitre" (Amazon, 2020)

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