martedì 19 Ottobre 2021
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Il sequestro di Quini: quando la Spagna tenne il fiato sospeso per il suo centravanti

5 ' di lettura1° marzo 1981: il Barcelona aveva appena battuto l’Hercules Alicante per 6-0 ed Enrique Castro Gonzales – in arte Quini – era uscito alla svelta dagli spogliatoi dribblando i giornalisti che gli chiedevano una intervista dopo la doppietta. Il centravanti asturiano era arrivato al Camp Nou all’inizio di quella stagione, e nonostante i 31 anni aveva continuato a fare quello che meglio gli riusciva, ovvero segnare. Quini, infatti, è tuttora l’ottavo bomber di sempre della Liga, e per ben cinque volte si laureò capocannoniere del campionato spagnolo, un record che lo porta alla stessa altezza di Alfredo Di Stefano e Hugo Sanchez, mentre solo Lionel Messi (7) e Telmo Zarra (6) hanno saputo fare di meglio.

 

Il curriculum di Quini – autore di gol spettacolari come quello al Rayo Vallecano – è semplicemente straordinario se si considera che spese la maggior parte della sua carriera in una “piccola” come lo Sporting Gijón, che con lui al centro dell’attacco conquistò un secondo e terzo posto nella Liga. Tuttavia, nonostante il passaggio al Barcelona, la famiglia del centravanti si divideva fra Asturie e Catalogna, e proprio la sera del 1° marzo 1981 Quini aveva promesso alla moglie e ai due figli che sarebbe andato a prenderli all’aeroporto. Così, subito dopo la gara, si mise in macchina diretto al Prat de Llobregat, dove però non sarebbe mai arrivato.

Durante il cammino, infatti, a un distributore di benzina poco distante dal Camp Nou, due individui armati lo approcciarono e lo costrinsero a salire su un furgone con il quale venne portato in un luogo sconosciuto. La moglie, non vedendolo arrivare, iniziò a preoccuparsi. Venne allertata la polizia e la mattina del 2 marzo l’intera Spagna seppe della scomparsa del centravanti della nazionale.

Come in Italia, anche in Spagna quelli erano agli “Anni di Piombo”, con l’ETA che nel solo 1980 aveva compiuto 86 sequestri, uccidendo complessivamente 93 persone, fra esecuzioni e attentati. Oltre ai separatisti baschi vi erano poi altri gruppi clandestini a spargere terrore, come il Batallón Vasco Español, i catalani della Terra LLiure, i GRAPO o il gruppo della Liga Armada Galega. In più, giusto una settimana prima, il 23 febbraio, il tenente colonnello Antonio Tejero era entrato armato nella sede del Congresso dei deputati, prendendo in ostaggio tutte le persone presenti nell’edificio. Un golpe di stato in piena regola, trasmesso in diretta TV, che venne fortunatamente sventato dopo poche ore.

Fu proprio il Batallón Vasco Español, una organizzazione di estrema destra, a rivendicare in un primo momento il sequestro, anche se la chiamata si rivelò poi falsa. Il gruppo, infatti, era solito colpire membri dell’ETA o attaccare bersagli legati al terrorismo basco, perciò sembrò alquanto improbabile che avessero improvvisamente spostato le proprie attenzioni su un giocatore di calcio. Finalmente, i veri sequestratori si fecero vivi, e arrivò anche la richiesta economica: 100 milioni di Pesetas – circa 600000 euro attuali, con il giocatore blaugrana José Ramón Alexanco scelto come mediatore.

Alcuni ritagli di giornale l’indomani del sequestro

Quini, per sua fortuna, non era finito nelle mani di nessuna banda organizzata. A rapirlo furono infatti tre uomini di Zaragoza: due meccanici e un elettricista, tutti incensurati, che avevano di recente perso il lavoro. In preda ad una grossa crisi economica, con la necessità di racimolare soldi per mandar avanti le proprie famiglie, i tre ebbero l’idea del rapimento. L’incompetenza e l’improvvisazione furono chiari al momento di chiedere il riscatto e le indicazioni date ai contatti fecero subito sospettare che dietro al sequestro non vi fosse nessuna banda specializzata. A un certo punto fu stabilito che Alexanco avrebbe dovuto consegnare il denaro al confine fra Spagna e Francia, nella zona di Perpignan, ma quello del capitano del Barça fu un viaggio a vuoto.

Il sequestro di Quini ebbe ovviamente ripercussioni nelle sorti della squadra: senza il suo centravanti, il Barcelona perse contro l’Atletico Madrid e il Salamanca, mentre raccolse solo un pari contro il Zaragoza al Camp Nou. Un punto in tre giornate significò la fine delle ambizioni per lotta al titolo, anche se alcuni giocatori criticarono la gestione della situazione da parte del club. In un primo momento il Barcelona pensò addirittura di non giocare, ma alla fine come sempre “the show must go” vinse sul resto delle ragioni, e questo a Bernd Schuster non andò giù, con il tedesco che aggiunse ulteriore brace al fuoco, sparando a zero su società e allenatore, il veterano Helenio Herrera.

Man mano che passavano i giorni, però, di Quini nessuna notizia. Il fatto che nessun gruppo terroristico fosse a capo delle operazioni da un lato poteva rassicurare, ma da un altro complicava le operazioni della polizia, incapace di scegliere che pista seguire. Alla fine, il trascorrere dei giorni fece innervosire gli inesperti sequestratori, che avevano investito fin troppo denaro nell’operazione: sotto pressione, i tre accettarono a ricevere il riscatto attraverso una banca svizzera, una mossa che si rivelò decisiva per la risoluzione il caso.

Per l’occasione le autorità svizzere abrogarono il segreto bancario, e quando un giovane spagnolo si presentò ad incassare la somma, la polizia lo detenne prima che potesse salire su un volo diretto a Parigi. Preso un membro della banda, non fu difficile scoprire dove Quini fosse tenuto prigioniero e beccare gli altri due complici. Poche ore più tardi la polizia fece infatti irruzione in un seminterrato di Zaragoza al cui interno era stato ricavato un piccolo nascondiglio. Quini fu liberato la sera del 25 marzo proprio mentre la Spagna batteva l’Inghilterra a Wembley per la prima volta nella sua storia.

La liberazione di Quini offuscò il trionfo della Spagna a Wembley

Appena libero, come riportato dal Mundo Deportivo, Quini diede alla stampa alcuni dettagli del proprio soggiorno in quel seminterrato, di come i sequestratori lo alimentavano con dei panini e di come negli ultimi giorni era riuscito a farsi portare una televisione per tenersi aggiornato. “Domani penso di tornare ad allenarmi e se il Barcelona mi necessita, domenica sarò in formazione” aggiunse il centravanti, che non vedeva l’ora di tornare alla normalità. Tuttavia, per il rientro ufficiale in campo Quini dovette aspettare ancora un settimana, mentre il 12 aprile tornò a segnare, marcando una doppietta nel 5-2 all’Almeria.

Malgrado il ritorno del proprio bomber, il Barcelona dovette accontentarsi del quinto posto finale, mentre l’assenza dai campi non impedì però a Quini di conquistare  di nuovo la classifica cannonieri della Liga. A fine stagione, poi, fu un’altra sua doppietta a dare al Barcelona la vittoria in Coppa del Re, trofeo vinto grazie al 3-1 sullo Sporting Gijón, l’ex squadra di Quini,.

Il processo ai sequestratori ebbe comunque un epilogo curioso. I tre furono condannati, anche se le parole di Quini risultarono determinanti per attenuare la pena. Il centravanti perdonò i sequestratori, che considerava buone persone, capendo che avevano compiuto quel gesto solamente per disperazione. Nessuna Sindrome di Stoccolma: Quini era un personaggio di una bontà inesauribile e chi lo conosceva bene non si sorprese davanti a quel gesto di comprensione. Di ben altro avviso fu il Barcelona, invece. Il club pretese infatti una cospicua somma, visto che secondo il presidente José Luis Núñez quel sequestro aveva impedito ai blaugrana di vincere il titolo. Tuttavia, il giudice ignorò le esose pretese del club e il solo indennizzo previsto fu per il giocatore, il quale rifiutò però qualsiasi risarcimento economico. La libertà, infatti, non aveva prezzo.

@JuriGobbini

Juri Gobbini è autore anche di La Quinta del Buitre

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Amante della Liga e del Calcio Spagnolo Autore del libro "La Quinta del Buitre" (Amazon, 2020)

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