domenica 5 Dicembre 2021
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Il quinto numero dieci

3 ' di letturaL’ala e’ uno di quei ruoli di cui ti innamori subito perché sai che prima di far arrampicare fino in cielo il centrale di attacco per l’incornata del secolo magari avrai messo a sedere un paio di avversari e percorso sessanta metri di campo con la palla attaccata al piede. Involarti su quella fascia ti ricorda quando da bambino correvi, tu e il vento. Il 21 giugno 1970 all’Atzeca di Città del Messico il mito del Brasile più forte di sempre si era compiuto. Sinfonia di orchestra e non virtuosismi isolati in una session di solisti.

Cinque fenomenali numero dieci spiegarono al mondo che insieme potevano coesistere perché se all’estro non imponi costrizioni tattiche la fantasia si distende fino al ricamo. E gli occhi umidi di commozione celebrano un’altra bellezza, l’ennesima invenzione. Del resto, il talento si esalta e si educa quando si confronta e si misura con altri predestinati che ne custodiscono il dono. Quando Paolo Machado de Carvalho riporto’ Pelé in nazionale dopo la disfatta nella rassegna iridata inglese del 1966 una nuova generazione di talenti si affacciava. Scalpitante e sicura di se. A scaldare i motori un giovane del Corinthians che, irridente, per provare un dribbling dei suoi si era permesso di ballare il “flip flap” al cospetto di un incredulo Beckenbauer lasciato sul posto durante un Brasile-Resto del Mondo.

Un colpo visto e copiato all’amico Sergio Echigo, suo compagno nelle giovanili del Corinthians, racconterà più tardi. “Gli amici mi chiamano Maloca, ma il mio nome e’ Rivelino con due elle”. L’Ala sinistra, il braccio di Pelé. Gli antesignani di Maradona e Careca quella sera, a Stoccarda, di tanti anni dopo. L’impossibile che diviene umano, la facilità del genio. Appassionato di donne, ma anche di incroci di pali e angolini rispolverati dal suo tiro potente, preciso e devastante come un proiettile. “Preferisco le punizioni ai rigori”, confesserà. L’immancabile capriccio che si perdona ai più grandi. Generoso. E pensare che nel foglietto piegato in quattro del giornalista-selezionatore-sindacalista Joao Saldanha Roberto Rivelino figurava tra gli “altri convocati” per il Mondiale del 1970 in quel Dream Team che non conosceva differenza tra titolari e “riserve” perché avrebbero vinto alla stessa maniera anche con i ventidue della spedizione in campo. “Nelle mie scuole calcio alleno più di ottocento bambini strappati alle deviazioni, ai tentacoli della strada. Non voglio allevare campioni ma giovani che un giorno sapranno camminare con le proprie gambe. La strada può ucciderti ma può essere la lezione che puoi fare tua ed avere la fortuna di tramandare, di testimoniare. Molti di questi bambini non diventeranno mai campioni, l’aspetto tecnico e’ un dono naturale, ma tutti possono diventare uomini. E l’uomo precede il calciatore”. Solidità interiore e acume tattico. Mediatico ante litteram. Al visionario Saldanha piace osare ed ecco la liberazione di tutto il talento migliore fino a quel momento sul pianeta. Una batteria da guerra o l’arte dei tenori, dipende dai punti di vista. Pelé, Tostao, Roberto Lopes de Miranda, Gerson, Jairzinho. Sornione, Rivelino conserva il colpo in canna. Già maturo, sa bene che prestissimo sarà lui a sparare perle di meraviglia. Il talento, come il mare, non puoi contenerlo. Mario Zagallo lo promuove titolare insieme all’ultimo extraterrestre appena sbarcato, il ventenne Clodoaldo. Sarà gioia per gli occhi, una miniera inesauribile di incanto. Diabolico baffo. Cecchino anche durante Germania ‘74. Sinistro chirurgico, naturalmente all’incrocio. Kazadi, il portiere zairota, non ha mai assistito a nulla di simile in tutta la sua vita. Poi, la celebre punizione “al contrario” di Mwepu finita fuori di un soffio dall’orbita oculare di uno stupefatto Rivelino. Un altro sinistro, nel frattempo, e’ già nato. Sarà bello da far male, sarà il sinistro di Dio perché quando il Signore vorrà riposare gli passerà la palla e ci penserà lui a dipingere felicità. Nello scambio di maglie e di testimone un commosso Maradona confiderà a Rivelino: “insieme a Ricardo Enrique Bochini, Norberto Alonso, Daniel Passerella, Angel Clemente Rojas, Oscar Pianetti sei stato tu ad ispirarmi e a farmi innamorare del gioco più bello del mondo”.

Riccardo Vaccaro

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