venerdì 26 Febbraio 2021
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Il jet Muñante e la sua versione su Argentina-Perù

7 ' di lettura“Ci porti tre piña colada e una tequila. Papà tu che prendi?”. Lui non risponde. Fa solo un cenno con la testa, agitando a destra e sinistra quel cappello blu che gli hanno regalato. “Niente? Assaggi un po’ della mia tequila?”. Perché Gloria sa che raccontando a suo padre verrà presto sete. E poi sa che parlerà anche di quella partita .

Sono quasi trecento gli amici accorsi lì. Quattro telefonate e hanno riempito questo locale da qualche parte dell’America. Una folla tutta per lui che rimane come acquattato, ma elegante, giacca blu e pashmina in tinta. Anche se sotto il nuovo cappello se ne intravede un altro. E la sua testa sembra ancora più piccola.

Poi gli mettono davanti il microfono. E nella sala viene giù il silenzio. Lui sorride, di circostanza. Forse perché si sente in soggezione, quasi sotto assedio. Sono giorni che sta così. Dal momento che ha letto le dichiarazioni di José Velazquez. Anche se gli tocca partire dall’inizio: “Mi chiamo Juan Josè Muñante, ma tutti mi chiamano JJ. Sono peruviano e sono cresciuto al Colegio Nuestra Señora de la Guadalupe, a Lima. Ho esordito a diciotto anni, era il ’66. Giocavo con lo Sport Boys del Callao. Poi sono passato alla U, l’Universitario de Deportes”

JJ è un’ala destra vera, col 7 sulla maglia. Ala di un bel ceppo antico, ma in via di estinzione. Lui punta il terzino di turno. Poi proprio come un torero mata il toro, lo salta sistematicamente. Un po’ come gli pare. La accarezza con l’esterno destro e parte dritto per dritto. E lo ribattezzano el Jet, perché è accreditato di dieci e settanta sui cento metri.

Un giorno, un terzino di lungo corso come Eloy Campos gli promette: “Non giocherai alla Coppa del Mondo perché sto per romperti una gamba”. JJ gli gira intorno e la mette nell’angolino. E aspetta la chiamata: “Ero già nel giro della nazionale e contavo di andare al Mundial del ’70. Quel giorno mia moglie esce per comprare il giornale e per vedere le convocazioni. Torna con una faccia da funerale. Me ne sono andato sotto la doccia: lì ho pianto“.

Sorride di nuovo JJ. Perché ha capito che adesso ce la fa. Anche a non commuoversi: “Almeno alla U mi pagavano bene. Ho comprato una casa a Maranga e l’ho pagata in due anni soli. Per essere un’ala , non devi essere solo veloce o abile. Devi essere un animale che guarda tutta la squadra e attacca nel minor tempo possibile. Devi saper giocare dando le spalle alla linea. E la nostra U era una grande equipo. Con me c’era Héctor Chumpitaz dietro. Poi Roberto Challe, il volante. E Percy Rojas, il grande Oblitas”.

“Vinciamo due campionati nel ’69 e nel ’71 e ci giochiamo la finalissima della Libertadores contro l’Independiente. Ma noi peruviani non abbiamo vinto quasi mai grandi trofei. Perché con toque solamente no se gana en el fútbol. Perché il peruviano gioca a pallone, non al calcio. Si muove nel suo tempo e nel suo spazio e non nel tempo e nello spazio dei suoi compagni di squadra. Non gioca per la squadra, perde i contrasti. Ma non per egoismo. Perché è fatto così. Perché manca la concentrazione. Tutto nella vita è concentrazione”.

Gloria sorride, qualcuno approva: “Poi son andato a giocare in Messico, all’Atlético Español. Quando sono arrivato, a vederci c’erano tre-quattromila persone. Nella seconda partita erano quindicimila. Alla terza, col Cruz Azul, erano novantamila. Tutti mi adoravano. Ci ho giocato dal ’73 al ’75 e abbiamo vinto la Coppa dei Campioni CONCACAF. A quel tempo, il Messico era bello, meraviglioso. Me encantaba. Ma vivevo con settemila pesos al mese. Ho chiesto un aumento di stipendio e mi hanno risposto di no. E sono arrivato al fiero proponimento di offrirmi al Club América: lì ci giocava il mio idolo, Carlos Reinoso. Quelli dell’Atlético l’hanno scoperto e non mi hanno fatto giocare per sei settimane”.

È un colpo di fortuna. JJ viene acquistato dai Pumas de la UNAM : “La prima partita è stata il 22 febbraio 1976, proprio contro il Club América e ho incontrato Reinoso: mi ha dato del negro e io gli ho risposto nano. Siamo diventati come compari. Prendevo tremila pesos per ogni partita vinta, soldi in mano. E ne vincevamo tre al mese. Completavo il trio d’attacco con Hugo Sanchez e il brasiliano Cabinho“. Il 3 luglio ’77 vincono il primo titolo della storia dei Pumas.

A Santiago del Cile, JJ gioca la partita decisiva per la qualificazione al Mundial ’78. E il Perù va sotto di un gol. Poi danno la palla a lui. Solita fascia destra, solito terzino e solito raddoppio di marcatura. JJ si accentra e scarica il sinistro sul palo lontano: si va in Argentina. Per il Flaco Menotti non ci sono dubbi: “Juan Josè Muñante es uno de los mejores extremo derecho del mundo en la historia del futbol”.

E vale un milione di dollari.

Sarà un caso, ma senza di lui, i Pumas perdono la finale del campionato messicano ’77- ’78. Al Mundial il Perù è ritenuta una squadra vecchia, dal passo rallentato, quasi accomodante. JJ è in media coi suoi trent’anni: “Sembravamo sempre sul punto di addormentarci a metà campo. Poi partivamo di scatto e travolgevamo tutti in velocità”. La prima è contro la Scozia di Ally MacLeod, che raccomanda: “Marcate quel numero 7, Muñante. Marcate lui. Il resto è solo routine”.

Provano a fermarlo avvinghiandosi, ma gli cascano dietro. JJ se n’è andato ancora, un’altra sgroppata verso l’infinito. Poi Quiroga para un rigore e inizia a giocare Cubillas. Ne segna uno. E c’è una punizione dal limite: “Gli scozzesi guardavano ancora me. Infatti ero fermo sulla palla. Si aspettavano il tiro a giro sul secondo palo, ma Teofilo mi aveva detto di lasciargliela. Ci ha pensato lui sull’altro palo”.

“All’inizio non credevamo neanche di poter battere la Scozia. Poi l’abbiamo fatto quasi facilmente e abbiamo preso coraggio. Con l’Olanda siamo usciti alla distanza . Anche se ho preso tanti calci da Van de Kerkhof. E poi ci siamo scatenati contro l’Iran”. Vincono il girone, ma forse sarebbe stato meglio il secondo posto.

A quel punto pensavamo di poter arrivare in fondo. Non vincere il Mundial, ma sapevamo di poter dare fastidio a tutti”. Col Brasile comincia con un piazzato di Dirceu che va a togliere le ragnatele dall’incrocio. Poi Oblitas scappa a sinistra e la mette bassa: JJ ciabatta da mezzo metro. Una saponetta di Quiroga chiude la partita: 3-0 per il Brasile. E all’Argentina ne servono quattro per andare in finale.

“C’è stata una riunione tra alcuni di noi calciatori e il tecnico Calderón. Sono stato io ad avviare la discussione. Poi hanno chiesto a Quiroga se se la sentiva di giocare. E ci ho parlato anch’io: Loco, se ti va male, se la prenderanno con te in Perù. Se va bene, se la prenderanno con la tua famiglia in Argentina. E mi ha risposto: Voglio giocarmela col Perù“.

Solo nel 2018 un loro compagno ha parlato di quella partita. Dopo quarant’anni. E Velazquez ha scatenato le breaking news di mezzo mondo come accade tutte le volte che salta fuori qualche nuova versione. Velazquez ha preso la mira e parlato di sei-colpevoli-sei in campo quella sera: due, che non ha voluto nominare, poi Manzo, Gorriti, ovviamente Quiroga e JJ. Proprio lui.

Il suo sguardo cambia. E rallenta il ritmo delle parole. Quasi le scandisce: “Io sono stato un calciatore responsabile e disciplinato. E Velazquez sta solo delirando. Non so cos’abbia ingerito, se per bocca o per via nasale. Non ho visto niente quel giorno, nessun rilassamento, perché al tecnico Calderón queste cose non piacevano. Nessuno di noi ha fatto nulla d’irregolare. Posso metterci le mani sul fuoco. Per queste cose ho più di un sesto senso: un settimo senso”.

La prima palla gol della partita più chiacchierata della storia l’ha avuta JJ. Lanciato dalla sua parte, folgora Tarantini e si presenta solo sull’uscita disperata di Fillol. Il tocco è morbido, preciso. Va a baciare il palo e torna placidamente in campo. Ancora una palla-gol dall’altra parte per Oblitas: fuori di un metro.

“Nessuno ricorda che nei primi quindici minuti avremmo potuto fare due o tre gol all’Argentina. Ma così è il calcio”. JJ si batte, rientra. Prende un calcetto da Tarantini. Poi il 6-0.

“Vuole incontrare Velazquez e parlarci?” “Non posso. Non parlo con quello, non parlo con la sporcizia. E poi, Velazquez è un asociale, uno stupido: non capirebbe. Non era neanche il grande calciatore che tutti credono. Era uno normale. All’inizio dava solo calci. Divenne un calciatore solo perché aveva accanto Cubillas e Perico Leon. E picchiava le donne”.

JJ prende ancora fiato: “Ma perché Velazquez non menziona gli altri due compagni che, secondo lui, si sarebbero venduti? Fa solo quattro nomi. Perché quei due sono famosi e non vuole rovinare le loro carriere. Uno così non solo non riesce a fare chiarezza, ma non può neanche camminare a testa alta. Non può nemmeno guardarti in faccia. È riuscito a fare piangere le mie figlie. E non ha diffamato me, ma la mia famiglia. L’ha denunciato Quiroga e anche la famiglia Gorriti. Voglio le prove, le prove. Anche una sola”.

Nel frattempo il Padreterno ha decretato per JJ il massimo della pena. E non per quella partita. Perché lui era il Jet, ma adesso è inchiodato su una sedia a rotelle: “Quando mi è stato diagnosticato il cancro al polmone, qualcuno mi dava un anno e mezzo di vita. Ne sono passati sette”.

Per curarsi JJ si è trasferito a New York. Ha perso peso, speso tanti soldi. E adesso intorno a lui ci sono tutti quelli che hanno deciso di aiutarlo: “Passare la vita facendo bene è molto più difficile che vivere una malattia. Anche adesso in Messico mi chiamano maestro non soltanto per la mia carriera di calciatore. Ma per la mia personalità. Mi sento davvero felice. Molto felice. Con un cancro allo stomaco, uno alla prostata e uno al polmone. Da poco ho smesso di insegnare calcio. L’ho fatto anche durante i cicli di chemioterapia. Uscivo alle tre e mezza del pomeriggio. Caldo, trentatré gradi. Ma come ripeteva il grande compositore José Alfredo Jimenez: non so dove ho buttato tanto denaro, ma mi rimane l’amore per gli applausi“.

Si alzano tutti e si stringono a JJ. E non per la foto. Lui dà un’occhiata a Gloria che non l’ha perso di vista un secondo. Ma c’è qualcosa che JJ deve assolutamente fare: “Tornerò prima o poi in Perù e intenterò un’azione legale contro Velazquez per calunnia”.

“Perché chi non vuole morire, non muore”.

Articolo uscito in precedenza su Soccernews

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