venerdì 30 Luglio 2021
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Il calcio al tempo di Logozzo

8 ' di letturaDiceva Oriana Fallaci che “non si fa il proprio dovere perché qualcuno ci dica grazie. Lo si fa per principio, per se stessi, per la propria dignità”. 

Non era la faccia da guerrigliero messicano a farlo passare inosservato. Anzi. Ma il suo modo di essere. Onesto e defilato. Come lo è adesso. Ed ovviamente il suo ruolo periferico in campo: il terzino marcatore.

La pensione può essere un periodo triste, di vulnerabilità. Quello che una volta misuravi in tackle e prodezze, adesso sembra passare solo dalle rughe. Non è il suo caso. Antonio Logozzo è un uomo sereno, sempre allegro e disponibile con tutti, appagato. Il sorriso limpido. Si è perfino riappacificato con gli attaccanti dopo anni di sportellate. Aggrappandosi a valori che resistono, ma che nessuno nomina più. I suoi migliori amici sono infatti bomber come Giovanni Toschi, Roberto Boninsegna, Gianfranco Zigoni e Gil De Ponti : “I giocatori di allora erano diversi. Forse in generale c’era più rispetto”. 

Senza guardare le carte, Antonio ricorda tutti i compagni di squadra, uno per uno. E gli avversari. Snocciola risultati e statistiche al ritmo di Almanacco Panini. Vien voglia di ascoltarlo e prendere appunti per non perdersi tra cambi di campo e di casacca. Con quella voce che girando l’Italia si è persa ogni traccia del suo accento calabrese, se non per quella zeta morbida che gli fa pronunciare mirabilmente il suo cognome “Logozo”. Ma solo qualche volta.

“Da bambino sognavo ad occhi aperti Gianni Rivera e non pensavo di poter diventare professionista”. Primi calci nel Gioiosa Ionica come ala destra sgusciante. E segna sette gol. Poi alla Bovalinese, dove l’allenatore ungherese Voros lo trasforma in terzino. “Mi prende da parte e mi fa: ‘Totò se vuoi giocare , quello è il tuo ruolo’. Però potevo scendere . Marcavo e andavo, perché giocavamo una zona mista”. 

Vince il campionato di Prima Categoria a diciassette anni anche se ha già i baffi. Poi un anno di Promozione. Ovviamente, arruolato in tutte le Rappresentative. E’ il momento in cui cambia tutto e non solo per il calcio. Lo prendono in serie C. Uno splendido Acireale. Lui è di quelli implacabili sulla seconda punta. Accanto a gente come Antonio Rocca, altro calabrese, che diventerà leader del centrocampo dell’Atalanta. E Battista Missiroli (padre del calciatore della Spal) . 

A diciannove anni, Antonio corre il rischio di distrarsi. Perché proprio ad Acireale incontra la donna della sua vita : “L’ho sposata e mi sono trasferito in Sicilia“. Intanto si deve prendere cura degli attaccanti. Ne incrocia anche uno del Latina, che è ultimo in classifica. Un anno più giovane di lui. E’ bravino, si chiama Alessandro Altobelli e proprio non riesce a liberarsene per tutti i novanta minuti. 

Perché Antonio va velocissimo . Tanto veloce che se ne accorge l’Avellino in serie B. Ancora più veloce: il 10 luglio 1975 viene ufficializzato il suo passaggio all’Ascoli. Che è al suo secondo campionato in assoluto in serie A. 

Si danno e si prendono . In silenzio, di solito : “Ho sempre avuto i piedi per terra . E poi quando entri in campo, non guardi in faccia nessuno. Il nostro intento era guadagnarci la fiducia dell’allenatore, ricambiare l’affetto del pubblico e avere il reingaggio” .

Dopo due mesi di campionato, la squadra è a metà classifica : “Contro calciatori immensi, forse non paragonabili a quelli di oggi. Tutte le squadre avevano due attaccanti di altissimo valore. Il cliente più ostico è stato Paolino Pulici. Per ottantanove minuti lo tenevi e poi ti faceva gol con una giocata imprevedibile. Si inventava qualcosa, un’acrobazia, indifferentemente dal vertice destro o sinistro dell’area. E la metteva nell’angolino”. 

E per Antonio arriva un’altra chiamata. 

A metà novembre ‘75 Azeglio Vicini annuncia che, per i giocatori nati dopo il 1° agosto 1954, si formerà la nuova Nazionale Under ’21 . Fa già alcuni nomi , come quello del lanciatissimo Patrizio Sala del Torino e pochi altri. Tra questi c’è Antonio Logozzo. E il 28 novembre arrivano le convocazioni. Appuntamento il 2 dicembre al centro tecnico federale di Coverciano. Con Antonio ci sono Manfredonia e Giordano della Lazio, Virdis del Cagliari, Paolo Rossi del Como, Bini dell’Inter, Chiodi del Bologna, il portiere Franco Tancredi del Milan, Francesco Guidolin del Verona ed altri : “E’ stato un periodo fantastico. Era come se avessimo giocato sempre insieme”.

Un mese dopo, la scrematura di Vicini lascia fuori Manfredonia, Paolo Rossi e qualche altro. Dopo Natale, Antonio parte per Modena con l’Under. In fondo è un’amichevole contro una rappresentativa emiliana, di quelle che oggi attirerebbero solo addetti ai lavori. Quel giorno allo stadio Braglia sono in quindicimila . Lui viene schierato terzino sinistro e si fa valere. Fronteggia una promettente e insidiosa ala destra della Primavera del Carpi, che si chiama Salvatore Bagni. 

Quell’anno riduce al minimo sindacale lo scatenato Pulici a Torino e il signor Beppe Savoldi. Ma l’Ascoli ha il peggior attacco del campionato e si fa bloccare in casa dalle ultime due in classifica, Como e Cagliari. In entrambi i casi l’allenatore Riccomini scappa dallo stadio scortato: la prima volta dal presidente Rozzi, la seconda dalla polizia. 

Anche se adesso sembra davvero impossibile, nel 1976 si retrocedeva in serie B per differenza reti. A sei giornate dalla fine quella dell’Ascoli è compromessa. E la squadra continua a pareggiare. O a perdere partite incredibili come quella contro la Juve. 

Antonio Logozzo è l’incaricato di tampinare Gori. E lo circoscrive agevolmente. L’Ascoli tiene il pareggio fino a venti minuti dalla fine. Quando esce Gori, gli subentra il trentottenne Josè Altafini che, dopo appena venti secondi, trova il pallone comodo dopo un buco di Castoldi. Non è finita. Anzi è proprio finita. Il libero dell’Ascoli Scorsa s’infortuna e non può essere sostituito perché Riccomini ha esaurito i cambi.       

Ad Ascoli arriva l’Inter: “Marcavo Pavone, Perico su Mazzola e Castoldi sul mio amico Bonimba”. Si vince 2-0. A due giornate dalla fine, l’Ascoli è un punto avanti alla Lazio. Deve almeno mantenerlo per non incappare nella differenza reti. Alla Lazio tocca un Milan vacanziero (4-0), mentre l’Ascoli infila il solito pareggio in casa. Lazio e Ascoli 22 punti a novanta minuti dalla fine : 

“Non l’ho più dimenticato”.

Quando Antonio Logozzo elimina la distanza di sicurezza dai fatti, prorompe tutta la sua dignità. Non ha paura di nascondere quella ferita che si porta addosso da quarant’anni. L’ultima giornata: Roma-Ascoli e Como-Lazio. Alla fine del primo tempo, l’Ascoli è in vantaggio di un gol, mentre la Lazio è sotto 1-2. Sembra fatta: Ascoli 24, Lazio 22. 

E anche se s’ingarbugliano gli umori, non fa polemica : “E’ stata una retrocessione orrenda. Non lo meritavamo . Nel secondo tempo la Lazio pareggia a Como e poi la Roma con noi. C’era una palla alta, che mi passa sopra e Stefano Pellegrini colpisce di testa”. Soffre forse più di allora. In realtà, nell’azione del gol, Pierino Prati rimane letteralmente appeso a una nuvola e confeziona uno splendido assist di testa per Pellegrini. Che appoggia da meno di due metri. Lazio 23, Ascoli 23. Scatta la differenza reti.  

Lui rimane in serie A perché lo prende il Verona di Valcareggi: “Che coppia difensiva con Bachlechner . Eccezionale il primo anno” . E’ un duo giovane, imbattibile sulle palle alte, tecnicamente completo . E multietnico: il calabrese e il “tedesco” (che finirà all’Inter).  Sono tra i pochi giovani di quella squadra di ultratrentenni (Mascetti, Superchi, Maddè) , costruita per aspettare l’avversario. Per lasciarlo sfogare e colpirlo. 

E inchioda sullo 0-0 Inter e Milan a San Siro. Lui si ritrova contro tutti quelli dell’Under ’21, come Virdis, il pezzo pregiato del mercato . Ma in quel Verona-Juventus, lo cancella letteralmente dal campo ed è un altro pareggio che fa classifica. “Mi sento spesso con le altre colonne di quella difesa come Superchi e Negrisolo. Che giocatori. Ce ne sono oggi così ?”. 

Poi la star. Quello che oscurava tutti.

“Zigoni è un grande. Si nascondeva per poter uscire dallo spogliatoio dopo di noi. Tutti lo dovevano aspettare. Un ragazzo geniale. E un amicone . Se ti poteva aiutare, lo faceva. A noi andava bene anche se stava a bordo campo con la pelliccia, perché ci faceva vincere le partite”.

Per due anni la salvezza è raggiunta con largo anticipo. La grande paura è fuori dal campo, per la precisione a Murazze di Vado, quando il treno che trasporta il Verona finisce in una scarpata. 

“Sangue e pezzi di corpi. Straziante”. La squadra è nel vagone accanto al locomotore. Si salva solo perché, poco prima dell’impatto, si era trasferita nel vagone ristorante, il numero 6. Salvo anche un bambino, con mamma al seguito, che inseguiva i calciatori per un autografo : “Pensavo alla mia famiglia a casa. A mia moglie che aspettava la nostra bambina. Siamo stati molto fortunati”. Antonio è ferito a una mano e a un piede . Rimane in camicia coi compagni in attesa dei soccorsi. Sono morte quarantotto persone . Mentre piove a secchiate : “Zigoni e altri erano in stato confusionale. Poi ci siamo riparati in una chiesetta”. Cinque giorni dopo sono tutti in campo per il recupero di campionato. 

Poi si ferma un attimo ad ammirare l’ultimo gol di Gianni Rivera. Perché quel giorno a San Siro c’è anche lui. Forse è ancora il bambino che sogna. 

Sembra fatta per andare alla Lazio, ma salta. C’è la Samp: “Anni belli anche se arrivavamo sempre a ridosso della zona promozione. Ho avuto un buon rapporto con tutti gli allenatori. A Toneatto chiesi un permesso per mia figlia che non stava bene . Mi sento rispondere: ‘A me interessa la salute della Samp’ “. 

La risposta di Antonio non è immaginabile (e neanche riferibile). Serve dar fondo alla fine arte diplomatica di Claudio Nassi per ricucire : “Da quel momento, in tutte le riunioni tecniche del martedì , Toneatto mi prendeva a modello per i compagni. E ho avuto Gian Piero Ventura come preparatore atletico : è una bravissima persona e un ottimo tecnico”. 

A Cagliari stavolta con la maglia numero cinque. “Qualche attaccante mi diceva  ‘devo fare gol per la classifica cannonieri’ . Io non ci sentivo”. La squadra conta anche su alcune individualità di spicco : “Gigi Riva stimolava Franco Selvaggi e lo cazziava. Ma è così che si diventa dei grandi”. La salvezza conseguita all’ultima giornata s’intreccia con il duello scudetto Fiorentina – Juve. 

Il Cagliari riceve i viola e ha bisogno almeno di un punto. Non c’è lavoro per i retroscenisti: “Quel gol di Graziani non era valido. Mi avrebbe fatto piacere lo scudetto della Fiorentina , ma noi dovevamo salvarci”. 

A Bologna, torna a far coppia con Bachlechner : “Mi sentivo a casa . Ho imparato in fretta a conoscere la città e tutti mi apprezzavano”. Quel Bologna però è come una grande nave che affonda in acque basse. In società regna la confusione e in campo va tutto storto : “Un solo errore e perdevi la partita. Girava così. Una retrocessione in C con una squadra costruita per vincere il campionato”. 

Si riparte subito e si batte il Napoli in Coppa Italia. Il Bologna va in testa alla classifica. Poi rallenta . Il 29 aprile 1984 c’è Bologna-Sanremese. Antonio gioca con la maglia numero 3, come ai tempi dell’Under ’21. Al ventiduesimo del secondo tempo, il risultato è fermo sull’1-1. Ai rossoblù serve solo la vittoria.  “Come se fosse oggi. C’è una punizione dal limite. Prende il pallone Livio Pin, il nostro regista . Io mi avvicino:  ‘Toccamela che faccio gol’ . 

‘Come dici tu Totò’. 

L’ho messa sopra la barriera all’incrocio”. 

Rimane l’unico gol ufficiale della sua carriera. Con trentamila allo stadio, il Bologna ritorna in serie B. Intanto i bene informati sanno che lui merita di più: ”La fascia di capitano era il giusto premio per la devozione alla maglia”. 

Lo vuole il professor Scoglio al Messina. Prevale Pietro Santin che lo porta al Catanzaro. Secondo i male informati però, Antonio Logozzo non sarebbe fisicamente idoneo. “Ma se non avevo fatto nemmeno le visite“. Il medico della squadra calabrese spazza via tutte le voci. Lui rimane rigorosamente in silenzio . E risponde ringhiando ancora per tre anni: “Alla Nocerina ho visto crescere Di Livio, Stefano De Agostini, Firicano , gran bella squadra. I ragazzi venivano a casa mia a mangiare. Non ci pagavano, ma abbiamo onorato il campionato . Fino alla fine” .

Oggi Antonio è il presidente del Gioiosa, la squadra in cui tutto è cominciato. 

“Il calcio mi ha lasciato tante cose. Mi ha fatto conoscere mia moglie. Ho costruito con lei una famiglia con quattro figli e i nipotini . E mi ha fatto uscire dal mio paese. Vedo però poche partite di questo calcio che è in tv ventiquattro ore su ventiquattro. Una volta a noi toccavano non più di trenta secondi”.                                                                                                                     

Da Soccernews24.it

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