giovedì 13 Maggio 2021
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Il balletto di Ronaldinho e quella puntata che fece implodere Stamford Bridge

2 ' di letturaL’8 marzo 2005 non è un giorno destinato a scorrere via senza sussulti. In una delle porzioni più patinate di Londra, dentro la pancia incandescente di Stamford Bridge, si gioca il ritorno degli ottavi di finale tra Chelsea e Barcellona. All’andata i catalani sono riusciti a spuntarla con un 2-1 che non offre un riparo sicuro dai tetri pensieri di una possibile rimonta blues.

Mourinho e i suoi ragazzi ci credono. Premono fin da subito sull’acceleratore. La qualità ipnotica e i ritmi cadenzati dei blaugrana stavolta assimigliano ad un tango fuori sincrono. L’intensità di Lampard e compagni scava solchi profondi come canyon nelle convinzioni avversarie. Il Chelsea è in controllo e, al 38′ del primo tempo, conduce 3-1.

Piccolo stacco in avanti. L’arbitro fischia il gong, i londinesi sono riusciti a ribaltare l’inerzia di una gara intrisa di ostacoli pronti a deflagrare alla minima vibrazione. Mou l’ha spuntata 4-2 su Rijkaard. Eppure qualcosa preme con foga per spingere di lato la notizia da prima pagina di una qualificazione epocale, fino a relegarla dentro lo spazio angusto di un trafiletto a fondo pagina. Che è successo?

Succede Ronaldo de Assis Moreira, per i più intimi Ronaldinho. L’alfiere del Joga Bonito, il cultore del gesto tecnico applicato al pragmatismo, è senz’altro l’astro più luminescente del calcio globale. Il prestigiatore di Porto Alegre non avrebbe alcun bisogno di elargire conferme, ma decide addirittura di strafare. Telecamera che scende in mezzo al conflitto. Iniesta fluttua via scansando un crocchio di maglie blu. Alza la testa e pesca Dinho tra le linee, all’altezza della lunetta. Premete pausa adesso e soppesate la scena al rallenty, perché è qui che si consuma il pezzo di magia.

Il dieci ha la strada sbarrata. Davanti a lui chiude lo specchio Ricardo Carvalho, mentre Gallas e Terry accorciano rapidi. Non esattamente un comitato d’accoglienza carico di collane hawaiane. Poco più in là si affretta anche l’islandese Gudjohnsen. Frank Lampard, invece, alita sul collo del trequartista arrivando da dietro come un proiettile. Una trappola perfetta. Zero tempo per riflettere. Niente spazio per muoversi senza essere contrastato.

Dinho però possiede una visione periferica sontuosa. Annusa il pericolo e calcola tutte le possibili variabili. Poi decide, in una frazione di secondo. Non c’è altra strada. Finta, controfinta, balletto sul posto. Un samba narcotico che sembra sospendere tempo e pensieri. Carvalho fa appena in tempo a flettere la gamba destra, per atrofizzare ancora di più l’unico pertugio a disposizione. Non basta. Non può bastare. Il genio è già schiuma marina che scorre via tra dita piccole e ingenue. Il contrario di quello che ti insegnano al primo giorno di scuola calcio, messo in pratica dal più forte della galassia. Una puntata terrificante, per prendere il tempo ad una retroguardia intera. La sfera si deposita nell’angolino alla destra di Cech, immobile. Il centrale portoghese costretto a tracannare un barattolo che tintinna analgesici. Stamford Bridge che implode improvvisamente.

Sì, passa il Chelsea. No, la scena non può essere per Mourinho e i suoi. Non finché in campo c’è il messaggero di un calcio astrale, manifesto di un diritto naturale alla dominazione che trascende i cincischii del giuspositivismo. La tragedia greca è servita. Antigone riluttante all’editto di Creonte. Le leggi divine che travalicano l’abbacinante tracotanza dell’uomo.

Perché, dentro il film di quella sera che non può essere qualunque, Ronaldinho dimostra a tutti la differenza tra i comuni mortali e i prescelti. Quelli che limonano compulsivamente con il fato. Quelli che sanno come tracciare una via lì dove il gregge scorge soltanto vicoli asfittici.

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Paolo Lazzari
Giornalista

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