venerdì 26 Febbraio 2021
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I contrasti di Matias Almeyda: l’indio che giocava contro i dèmoni

4 ' di letturaSe una volta atterrati a Buenos Aires prendete la macchina e decidete che trecento km sono una distanza accettabile, potete puntare la barra dritta verso sud. Lì, tra stradine accidentate e percorsi di montagna, è conficcata Azul: una cittadina della provincia autonoma che oggi conta soltanto 63mila abitanti.

Però dovete andarci, facciamo, intorno al 1980. Nonna ha lo sguardo benevolo di chi ti sta per passare un bricco pieno di latte caldo. No, non fatevi fregare: non è che assomiglia a una indio. Lei è indiana. Comunque Matias ha solo 7 anni adesso. Troppo pochi per farci caso. Quei tratti somatici, tuttavia, gli varranno un soprannome che lo accompagnerà sempre.

Pensateci bene. Se nasci in una piccola provincia, il fascino altisonante della metropoli proverà a circuirti fin dai primi passi. A Buenos Aires la vita sa essere un posto tremendamente ingarbugliato: una moltitudine di teatri, il rumore incessante del traffico, un’industria della carne altamente sviluppata e tanta fatica per appiccicare il pranzo con la cena. Ma c’è una cosa che domina tutto dall’alto: il Dio del pallone.

Chi fruga nella memoria recente ricorda Almeyda come un simbolo indissolubile del River Plate: el màs grande de Argentina. Certo, stride un po’ pensare che, da bambino, Matias fosse invece affascinato dal Boca Juniors di Maradona, al punto da scrivere una lettera di suo pugno al Pibe de Oro:

Caro Diego, ti scrivo questa lettera perché mi piacerebbe molto essere tuo amico. Mi chiamo Matias, ho 12 anni e gioco nella settima divisione del Club Alumni della città di Azul. Siamo primi e io sono il capocannoniere con 6 gol. La conosci questa città? Mi piacerebbe che tu venissi con tua madre, con tuo padre, con i tuoi fratelli a mangiare nella mia casa di Azul. So che sono un po’ troppo pretenzioso ma sarebbe il più grande sogno che mi si possa avverare”. – Matias – 

Questo è solo uno stralcio della lunga missiva, ma rende l’idea di una vita rigata da una parola d’ordine ricorrente: contrasti. Un piccolo innamorato del River che diventerà bandiera del Boca. Il conflitto in mezzo al campo come motivo per esistere. L’urgenza ancestrale di indovinare sempre un nemico contro il quale impugnare le armi, anche fuori dal campo, anche quando quell’avversario si chiamerà alcool prima e depressione poi.

Perché, se risalite in macchina e provate a seguire le sue orme, potrete apprezzarlo con i vostri occhi: se c’è un giocatore che incarna la garra tipica del popolo argentino, quello è Almeyda. Attenzione però: quell’atavica voglia di rivalsa che conduce ad elargire più di quel che si ha non deve trarre in inganno. Perché Matias, il pallone, lo sa anche accarezzare. Al River se ne accorgono in fretta: in quel quinquennio illuminato diventa un’icona del Monumental e contribuisce ad una serie impressionante di trionfi. Tre campionati Apertura e, soprattutto, una Copa Libertadores.

Tutti rammentano il prosieguo: la breve parentesi al Siviglia, l’approdo in Serie A, i suoi bolidi da fuori area e quella capacità di recuperare un pallone anche quando sembra ormai inevitabilmente smarrito. Matias è un borseggiatore di emozioni che si esalta – anche in nazionale – quando le gengive incontrano il sapore del sangue. E, se c’è stata una rivalità in campo capace di esprimere la sua essenza più profonda, è quella condensata in queste parole:

Edgar Davids? Era l’avversario che mi piaceva di più. Lui mi dava una botta e io mi alzavo senza dire nulla. Io gli davo una botta e lui si alzava senza dire nulla. Lui a sinistra, io a destra: ci scontravamo sempre. Una guerra“.

Ma, rimanendo in Argentina, Matias diventa la rappresentazione tangibile dell’eterno conflitto tra Boca e River. Nel corso del Superclasico del 2011, intorno al 90°, finisce nel bel mezzo di una rissa con Clemente Rodriguez e l’arbitro indica ad entrambi la via della doccia. Uscendo, Almeyda pensa bene di fermarsi sotto i tifosi Xeneis per baciare lo stemma del River alla faccia loro. Cataclisma generale, grandinata di insulti, tifosi inferociti e polizia che fatica a scortarlo nel tunnel.

Matias scortato fuori dal campo dalle forze dell’ordine

L’avversario più duro, però, gioca fuori dal rettangolo verde. E si chiama dipendenza: dal fumo, dall’alcool. Vizi che per il ragazzo che si presenta agli allenamenti a torso nudo, vestito da Indio, assurgono a trasgressioni irrinunciabili. Fino a condurlo alla depressione, proprio mentre si trova a Milano, sponda Inter.

Per tutta la carriera ho fumato dieci sigarette al giorno. Anche l’alcol è stato un problema. Bruciavo tutto negli allenamenti, ma vivevo al limite. Una volta ad Azul, il mio paese, ho bevuto cinque litri di vino, come fosse Coca Cola, e sono finito in una specie di coma etilico. Per smaltire, ho corso per cinque chilometri, finché ho visto il sole che girava. Un dottore mi ha fatto 5 ore di flebo. Sarebbe stato uno scandalo, all’epoca giocavo nell’Inter. Quando mi sono svegliato e ho visto tutta la mia famiglia intorno al letto, ho pensato che fosse il mio funerale“.

Eppure, se nasci con lo spirito guerriero degli Indios, alla fine devi spuntarla per forza. Almeyda riemerge anche da questo duello con fierezza: i lividi sono inevitabili, l’orgoglio è intaccato, ma la voglia di lottare, quella, non se ne andrà proprio mai.

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Paolo Lazzari
Giornalista

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