giovedì 13 Maggio 2021
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Gracias Dios, por el fútbol, por Maradona

5 ' di letturaÈ così difficile sedersi davanti alla pagina bianca, a poco più di 24 ore dalla morte del D10S, per cercare di tratteggiarne una sorta di ritratto. Non ne basterebbero cinque di tele per dipingere tutto ciò che rappresenta. Sarò onesto: io non credo sia giusto parlarne ora. Troppo fresco è lo sgomento per la sua dipartita, talmente vicine a noi -seppur di un’altra epoca- le sue imprese sul campo da calcio. La Storia si studia sempre anni dopo i suoi avvenimenti.

Eppure pare doveroso averne un’opinione, rigurgitare sentenze e giudizi imperiosi, come se non si aspettasse altro che la sua morte fisica per potersi lanciare nella gara dell’epica. Totalmente distruttrice dei suoi difetti e dei suoi sbagli, o completamente adorante del suo calcio e dell’importanza che ha avuto per la sua gente, poco importa.

Non sono napoletano, e non ho avuto la fortuna di poter vivere pienamente il periodo di Maradona in Italia. Non posso proporvi un racconto d’amore così intenso da trascinar via. Se vi aspettate di trovare qui esaustive spiegazioni di cosa significasse Diego per il popolo che riconosceva in lui il suo condottiero, rimarrete delusi. Ricordo bene però che associo a lui una delle prime istantanee che il mio cervello abbia mai scattato e conservato. Ero piccino e a cena guardavo la tv. Probabilmente mia madre stava cercando di convincermi a mangiare quel passato di verdure che ho sempre odiato. Le immagini scorrevano, e a un certo punto compare quest’uomo che corre sul prato verde, a braccia spalancate. Quando cambia l’inquadratura, lo vedo venire verso di me con la bocca aperta mentre urla a squarciagola. Devo esser saltato sulla sedia, visto che mia madre ancora oggi se la ride quando le ho ricordato la scena. Non capivo se ce l’avesse con qualcuno o no. Se fosse arrabbiato, o troppo contento, o semplicemente matto. A casa mia, se urlavo così, venivo messo in punizione al sicuro.

Negli anni quella immagine è sempre rimasta scolpita nella mia testa. Fin da subito non capivo a cosa associarla. Crescendo ho conosciuto il giocatore Maradona prima, il personaggio poi. Mi son fatto una mia personalissima idea del perché urlasse così. Sicuramente ho sempre considerato un esempio di fatalità che quell’esultanza scomposta corrisponda all’ultimo gol segnato da Diego con la Selección.

Spero vivamente di non dover raccontare a nessuno cosa fosse il Diego giocatore. Se avete una minima idea di cosa sia il fútbol, se una volta nella vita avete detto a qualcuno che vi piace il calcio, dovete per forza aver visto le sue giocate. Che sia dal vivo, in pellicola o su Youtube. Su una cosa il mondo intero non può far altro che esser d’accordo: Maradona è il calcio, nella sua essenza più pura e veritiera. In una vita ambivalente su troppi altri punti di vista, con il pallone tra i piedi era il migliore di tutti, senza possibilità di replica. Genio, Dio, chi più ne ha più ne metta. Addirittura Barrillete Cósmico, aquilone cosmico, perché spiegava Victor Hugo Morales, che ha coniato quell’apodo, che lo chiamavano aquilone per la sua capacità di cambiare idea repentinamente e senza apparente direzione.

Proprio le parole del telecronista di quell’Argentina-Inghilterra del 1986 sono sicuramente l’inno più bello a Maradona mai composto. Perché non preconfezionato, nato dallo stupore del momento, dalla incredulità per quel gol leggendario.

¡Dios Santo, viva el fútbol! ¡Golaaaaaaazooooooo! ¡Diegooooooool! ¡Maradona! Es para llorar, perdónenme … Maradona, en una corrida memorable, en la jugada de todos los tiempos… barrilete cósmico… ¿de qué planeta viniste? ¡Para dejar en el camino a tanto inglés! ¡Para que el país sea un puño apretado, gritando por Argentina!… Argentina 2 – Inglaterra 0… Diegol, Diegol, Diego Armando Maradona… Gracias Dios, por el fútbol, por Maradona, por estas lágrimas, por este Argentina 2, Inglaterra 0.

Sul Diego fuori dal campo andrebbero riempite tante pagine, quante quelle da riservare al suo genio calcistico. Villa Fiorito e la sua povertà giovanile, che delinea categorica tutto il resto della sua vita; la generosità che tutto il mondo gli riconosce, amici e rivali, tanto da esser dipinto spesso come credulone e sfruttato dalle cerchie a lui più vicine; il rapporto dipendente con tutto ciò che poteva essere stupefacente e dannoso; la relazione complicata con i suoi familiari; l’amore indescrivibile che i popoli latini gli hanno sempre concesso senza discriminanti di sorta; l’icona popolare, l’eroe dei bassifondi unico portatore dello stendardo dei poveri.

Maradona pare aver vissuto le proverbiali sette vite. Forse anche qualcuna di più. Nelle ultime apparizioni pubbliche, quando molti degli attuali osannatori in tempo di lutto erano i primi a brandire la spada della critica spietata, non riusciva più a elargire la gioia smisurata che un tempo pervadeva chiunque lo vedesse. Faceva nascere piuttosto un sorriso malinconico, in ricordo dei tempi che furono e che sembrava evidente non potessero più tornare. Stanco, in difficoltà, a volte incapace di riuscire a dire una frase intera. L’ultima avventura in panchina al Gimnasia y Esgrima de La Plata appariva solo l’ennesimo stunt di un qualcuno in cerca di guadagnare sulla pelle del D10S.

Da ieri e per i prossimi giorni si legge e si leggerà di tutto. Chi lo ha vissuto e amato fin dal primo momento ne farà agiografie probabilmente giustificate. Qualcuno lo riproporrà come uno degli ultimi eroi del socialismo morente, l’amico di Fidel con il Che tatuato e ben visibile. I cultori dell’obiezione anche oltre la prova contraria hanno già iniziato a metter le mani avanti, impegnandosi nel ricordare a chiunque che icona fallace, e quindi non meritevole di quello status, fosse in vita. All’appello hanno risposto anche coloro che vogliono distanziare il Maradona calciatore dal Diego persona, perché la vita di un artista non dovrebbe esser presa in considerazione quando l’opera è di questa portata.

Io, nel mio piccolo, ho già scritto prima di non sentirmi in grado di poter esprimere un certo tipo di giudizi. Certamente non con questa sicurezza ferrea che apparentemente dovremmo tutti avere. Ma si sta facendo spazio tra i miei pensieri l’idea che sia stato tutto ciò che gli si attribuisce. Eroe del sud del mondo e capopopolo, come anche esempio di tutto ciò da non fare una volta ottenuti determinati mezzi economici. Il Robin Hood d’Argentina che beffa gli inglesi con la Mano de Dios, che cinque minuti dopo si consacra come l’esteta più importante della storia del calcio con il “gol del siglo”.

Era in buona sostanza un uomo. Impressionante, eclatante, eccessivo, iconico. Ma un uomo, completo di tutti i pregi e i difetti che derivano dall’esistere come essere umano. Io scelgo di celebrarlo intimamente, affidandomi proprio alla prima immagine che ho di lui. Con quell’urlo, a metà tra il liberatorio e l’arrabbiato per come è sempre rimasto nella mia testa, che nel tempo ho associato a quanto sia duplice l’esistenza umana. Dove non c’è gioia senza prima dolore. Non c’è rivalsa se non dopo una sconfitta rovinosa. Dove non c’è ricchezza senza prima desolante povertà. Dove non ci sono fiori se prima non si poggia il letame.

Ecco, prendetevi qualche giorno di sano lutto. Prima di dover per forza esprimere un qualche tipo d’opinione, celebrate dentro di voi l’esistenza del D10S del fútbol, e ringraziate chi volete per averne incrociato la traiettoria. Rendete un semplice e umile omaggio al più grande di tutti i tempi, Diego Armando Maradona.

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