mercoledì 14 Aprile 2021
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Dertycia, l’Oscar non protagonista

5 ' di letturaCi sono partite che guardi così, tanto per guardare, e che poi però ti costringono a frugare fra i cassetti della memoria, finendo per ricamarci sopra almeno fino a due giorni dopo, a quella partita.

Mi stavo rilassando seduto sul pavimento di linoleum di casa, appena tornato da un allenamento intenso sotto la pioggia, uno di quelli che un ragazzino di dodici anni ama di più perchè può godersi a pieno il rumore appiccicoso del terreno fangoso al quale aderiscono i tacchetti di alluminio delle tanto agognate “Lotto” a sei tacchetti. E sì, mi accingevo a visionare la Juve in Coppa UEFA in un ottavo di andata che non mi dava troppa premura: infatti dopo soli quattro minuti Andy Moeller portava in vantaggio la Signora contro il Tenerife, squadra canaria non troppo avvezza ai grandi pacoscenci europei.

E’ quasi ora di cena quando, al settantesimo, entra un attaccante pelato, per provare a sovvertire l’esito dell’incontro. Non ci do peso, non conosco quasi nessuno di quella squadra. Ma poi sento Carlo Nesti pronunciare un nome che è ormai ben fissato nel mio giovanissimo database: Dertycia. Certo, Dertycia! L’attaccante che giocava nella Fiorentina insieme a Baggio. Ma non era costui fornito di una dotazione tricologica da far invidia anche a Sandy Marton?

Oscar Alberto Dertycia Alvarez nasce a Còrdoba, nel cuore dell’Argentina, quel cuore montuoso così lontano da Buenos Aires più dei 700 km che descrive la carta geografica: qui, nella città che porta il nome dell’omonima andalusa, perchè fondata nel 1573 da Jerònimo Luis de Cabrera, muove i suoi primi passi calcistici un ragazzino che ha un idolo indiscusso, e a lui vuole somigliare, per ruolo e acconciatura: Mario Kempes.

Nell’Instituto Oscar cresce e, a suon di gol, tanti e in tutti i modi, favorito da una falcata rotonda come quella del suo beniamino, a 17 anni esordisce nella massima serie. Dopo qualche anno sempre in doppia cifra va da sè che gli occhi delle grandi siano su questo ragazzone di 183 centimetri, che diventano un paio di più per quella criniera incolta che non lo vedrebbe sfigurare nemmeno nei Motley Crue, magari alla batteria, visti i colpi che batte facendo suonare “el cuero” quando calcia.

Se lo accaparra l’Argentinos Juniors, da pochi anni sconfitto dalla Juve di Platini solo ai rigori a Tokyo, nell’Intercontinentale. Prima stagione e subito 20 gol e titolo di capocannoniere: in Italia guardano molto all’Argentina da qualche anno a questa parte, complice anche la nutrita schiera di compagini partecipanti al Torneo Carnevale di Viareggio, il non plus ultra dei talenti in erba.

Nello Governato, d.s. della Fiorentina, lo vede e in lui riconosce i tratti del centravanti dallo strapotere fisico di cui ha bisogno la Viola per dare l’assalto alla UEFA, conquistata in extremis allo spareggio l’estate precedente: sborsa poco più di due miliardi, e si accaparra un prospetto che tutti i giornali ribattezzano “l’Oscar del gol”.

Dopo un precampionato in cui lascia intravedere le sue doti, soprattutto sul gioco aereo, l’inizio della serie A lo scopre timido al cospetto di difensori sin troppo navigati, da Baresi a Vierchowod, passando anche per le grinfie di tipi come Pasquale Bruno: le prime undici giornate sono senza gol e Oscar, che sogna la convocazione mondiale al fianco di Maradona proprio qui in Italia, inizia a sentirsi inadeguato come un brutto anatroccolo, piuttosto che uno squalo feroce come era conosciuto in patria.

Poi, finalmente, ecco che tutto sembra sistemarsi: doppietta di pregevole fattura (esterno destro e avvitamento di testa) al Franchi, poi gol decisivo per strappare il pari al Manuzzi di Cesena, e un’intesa con l’idolo di casa, Roby Baggio, degna del paragone con Poncherello e Baker, gli agenti sul sidecar per le strade di Los Angeles.  Dertycia segna anche in Coppa Italia, nella prima gara del gironcino al Bologna, ma non evita la sconfitta: adesso la gara decisiva è col Napoli di Diego.

Si gioca al Curi, perchè il Franchi è in ristrutturazione mundial, e i viola partono forte: dopo soli dieci minuti, Dertycia si contende un pallone proprio con Diego, che lo contrasta, apparentemente nemmeno in modo troppo rude. Ma Oscar esce zoppicando, con una smorfia di dolore che non lascia presagire niente di buono, e infatti… Lesione del legamento crociato anteriore destro: stop, stagione finita.

Proprio adesso che si è riappropriato della consapevolezza delle sue capacità; proprio adesso che inizia a conoscere ed apprezzare l’Italia e che Firenze, piazza mai facile, gli inizia a mostrare affetto e fiducia. No, Oscar non è il duro che sembra a vedergli il volto affilato e gli zigomi marcati. Oscar è un ragazzo che si è staccato da poco dalle sue certezze, che ha lasciato il cuore pulsante della sua terra, dove la montagna lo proteggeva e dove la gente anche solo a guardarlo sapeva che lui era il nuovo Kempes, senza che dovesse dimostrare niente a nessuno.

E così, in quei mesi di angoscia e solitudine, divorato dalla paura di non tornare più a fare il calciatore, il suo sistema nervoso gli presenta il conto: in pochissimi giorni gli cadono tutti quei boccoli che lo rendevano l’emblema del vigore giovanile, e lui a quel punto deve guardarsi, allo specchio e dentro, con occhi nuovi: il mondiale è svanito, la UEFA non la gioca, la nuova stagione gli porta in dote la porta sbattuta in faccia dai dirigenti e dal nuovo allenatore, un brasiliano, che gli preferisce uno col caschetto, Marius Lacatus.

Non fa polemica, rescinde il contratto, saluta i tifosi che lo avrebbero invitato in Fiesole a vedere la gara casalinga col Parma. E se ne va, prima a Cadice, in quell’Andalucìa che ha fondato la sua città natale; e poi l’anno dopo ancora più al caldo, a Tenerife, alle Canarie.

Non va troppo bene in campo, perchè Valdano, suo connazionale e ex centravanti come lui, gli preferisce Latorre, altro argentino transitato da Firenze, ma lui si accetta e si ritrova. Non è più il batterista di una band glam-rock; somiglia più al cantante dei Vernice, quello che cantava Su e Giù: “strano io, o strana questa vita/questa storia qui non l’ho mai capita/ ma l’importante è che oggi/ sia una bella giornata”.

E Dertycia, al sole caldo de la isla, la sua bella giornata la vive all’ultima di campionato, all’Heliodoro, un giorno prima che sia ufficialmente estate, ma che è già ampiamente sbocciata a Tenerife il 20 giugno del 1993.  Contro il Real Madrid che cerca un punto per la Liga, dopo dieci minuti incorna un “cabezazo” come sa fare lui, impattando il pallone con la sua nuova crapa pelata, e batte Buyo, per poi esultare a braccia al cielo con le spalle diventate di nuovo ipertrofiche dopo che si erano incurvate negli anni bui. Il Real Madrid crolla, e il Tenerife si qualifica per la coppa UEFA.

Finirà la carriera europea all’Albacete; una carriera che non è stata quella che gli avevano promesso essere quando era giovane e capelluto, ma una cosa è certa: la sua parabola ricorda a tutti che si può essere da Oscar anche quando non si è attori protagonisti. Facendosi forza, andando avanti. Perchè la vita va oltre una bella criniera e una grande carriera.

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Marco Murri
Marco Murri
Giornalista scrittore e allenatore UEFA C

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