venerdì 26 Febbraio 2021
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David Arellano, l’immortale fondatore del Colo-Colo che segnava in rovesciata

12 ' di letturaA metà del 1500 i conquistadores pensavano ormai di poter tranquillamente considerare proprie tutte le terre dell’enorme continente ancora inesplorato. Dopo aver massacrato gli aztechi, dopo aver trucidato gli inca nella piazza di Cajamarca, cosa avrebbe potuto opporsi ai messi del pio Re di Spagna? Così questi guardarono a sud, seguendo la costa dell’oceano a loro, in gran parte, sconosciuto. Arrivarono fino al fiume Mapocho senza grande resistenza e nel 1541 ci fondarono una città. La chiamarono Santiago, e come Santiago de Compostela da cui prendeva nome, doveva ricordare il limite estremo della civiltà in quel continente.

Ma quanta terra ancora si allungava più a sud. Grandi foreste tropicali, picchi innevati, regioni avvolte nel mistero. Chissà cosa altro potessero trovare i conquistadores. Così, armi in spalla e crocifisso tenuto vicino all’occorrenza, cercarono di penetrare ancor di più. Dopo aver passato il fiume Mataquito però qualcuno si oppose alla loro cavalcata. Era un popolo da una lingua ancora diversa da quelle precedenti. Magari incapace di andare a cavallo, perché un cavallo come quello spagnolo manco l’avevano mai visto, però tenace. Lo sfoggiamento della Bibbia e del metallo dei conquistadores non lo intimoriva. Gli europei li chiamavano reches, o araucanos, ma nella loro lingua erano i Mapuche. Grazie a ingegnose tattiche di guerriglia e rubando la tecnica militare degli spagnoli, tennero vivo il conflitto con gli stranieri per più di due secoli. Tra i loro capi, i cosiddetti cacique, più celebrati c’è il saggio Colocolo, o Colo-colo che dir si voglia, uno dei primi a opporsi ai conquistadores.

Tra le tante eredità lasciate dai prodi Mapuche, una si può trovare direttamente nel centro nevralgico del Cile, di cui la terra d’Arauco fa parte. Nella zona sud di Santiago sorge uno dei numerosi templi pagani della città, l’Estadio Monumental David Arellano. Ogni volta che si gioca una partita di fútbol più di quarantamila persone si ritrovano al suo interno per tifare la squadra di casa. Gli hinchas più organizzati si chiamano Garra Blanca, l’artiglio bianco che abbranca lo stadio, e seguono con canti e urla i giocatori in maglia bianca. Il club che vive lì si chiama Colo-Colo, proprio in onore del grande cacique dei Mapuche, e nacque per merito di un gruppo di calciatori guidati da un giovane professore di educazione fisica.

I figli professori della signora Rosario

Nascere a Santiago del Cile agli inizi del XX secolo non dev’essere facile, se la famiglia in cui compari non è delle più ricche. Se poi papà Antonio muore presto, lasciando alla moglie Rosario Moraga l’impiccio di sfamare tutta la nidiata di figli piccoli, la situazione non è semplice. David Alfonso Arellano Moraga è uno dei più piccoli. La signora Rosario riesce però a tenere in piedi la casa, fino a che i figli non sono grandi abbastanza da poter studiare. Alberto, uno dei fratelli di David, riesce addirittura a entrare nella famosa Escuela Normal José Abelardo Núñez, dove si formano tutti i maestri cileni.

Alberto finisce bene la sua educazione, e diventa professore. Al tempo, per favorire l’alfabetizzazione delle lontane lande cilene, i neo-insegnanti venivano spediti in quelle zone. Un po’ dura gavetta, un po’ avventura fuori porta. Alberto però non va solo. Prende due suoi fratelli più piccoli, Francisco e David, e se li porta dietro. Sono entrambi in età scolare, e continueranno i loro studi ad Arica, all’estremo nord della nazione.

Torneranno a Santiago, qualche anno dopo. David ormai si è fatto grandicello, e vuole seguire le orme del fratello. Vuole entrare alla Normal e diventare professore. Il ragazzino però mostra da anni una certa propensione anche per gli sport, e quello che più lo attizza è giocato con una pelota ai piedi in un campo polveroso. Già da quando è ancora all’istituto commerciale gioca spesso, con i suoi amici e anche rappresentando le scuole che frequenta. Quando entra all’Escuela Normal la storia è la stessa, e diventerà anche capitano della squadra universitaria. Ma soprattutto, è proprio alla scuola Núñez che conoscerà il professor Vera.

Un calciatore con la vocazione dell’insegnante

Marco Antonio Vera è un personaggio particolare. Innanzitutto perché ha deciso di specializzarsi in educazione fisica, e non ci sono tanti indigeni che vogliono seguire quella via. Di solito son tutti d’importazione, in special modo tedeschi. Si appassiona poi ai suoi studenti quanto alla materia che insegna, e ce n’è uno con cui lega tantissimo. Con David Arellano c’è subito un rapporto che va oltre quello tra studente e insegnante. Forse perché Vera riconosce nel suo protetto lo stesso occhio analitico, lo stesso approccio professionale all’educazione fisica che ha lui. Infatti è l’unico che si porta un quadernino ogni volta che spiega un esercizio, così da segnarsi tutto. E poi fa domande, chiede quando andrebbe applicato e quando no, quali muscoli sono interessati e cosa si potrebbe fare di diverso.

Ma Arellano non è solo uno studioso dell’educazione fisica. È anche un grande atleta. Quegli stessi esercizi che Vera insegna, lui li esegue senza problemi e con l’entusiasmo che solo un giovane innamorato di ciò che studia può protrarre nel tempo. Va talmente forte, sull’atletica come che con il pallone tra i piedi, che lo cerca una squadra. A quel tempo il Magallanes è il club più forte di Santiago, e sono proprio loro a volerlo. David accetta, sicuramente con lo sprono del professor Vera.

Nel frattempo David finisce il suo percorso alla Escuela Normal, ma vuole migliorarsi ancor di più. Decide di seguire anche un corso universitario, e sceglie Universidad de Chile. E anche lì verrà scelto per la squadra scolastica. Per quanto non sia ancora un club professionistico, questa è la progenitrice della “U”, una delle grandi protagoniste del calcio cileno. Anche qui Arellano lascia la sua impronta.

David ormai ha sviluppato il suo gioco fino a trovare una posizione fissa in campo. È un attaccante, ma tecnico al punto da non dover essere per forza l’ariete che sfonda le difese. Visto che al tempo si gioca a cinque davanti, si posiziona da “interno” sulla parte sinistra dello scacchiere tattico. Quello è il ruolo che nel tempo arretrerà e tramuterà fino a diventare il trequartista, il diez. Arellano lo intrepreta in maniera stupefacente. Con il Magallanes vince più di un campionato metropolitano, con l’università sconfigge costantemente le altre rivali a livello scolastico, la Universidad Católica e la Universidad de Concepción. Partecipa anche a partite organizzate dal corpo docenti in giro per il paese. Così, quando nel 1924 si deve formare la rosa che vestirà la maglia della Nazionale al Campeonato Sudamericano, viene chiamato anche lui.

Il primo Campeonato Sudamericano di David Arellano

Quella edizione del Campeonato Sudamericano si disputa in Uruguay, in casa dei campioni del torneo olimpico di Parigi. Avrebbe dovuto svolgersi in Paraguay, che però non ha le infrastrutture necessarie per ospitare le partite. Così si gioca a Montevideo, allo stadio Gran Parque Central. Il Brasile rinuncia a partecipare, così sono solo 4 le squadre ad affrontarsi in un unico girone all’italiana: Uruguay, Paraguay, Argentina e Cile. La Celeste è la grande favorita, una squadra fantastica piena di giocatori fantastici, e non tradisce le attese. Vince facile contro Cile e Paraguay, rispettivamente 5-0 e 3-1, e passeggia contro l’Argentina accettando un pareggio a reti bianche.

Il Cile invece fa una figura, onestamente, pessima. Il 5-0 dall’Uruguay è anche accettabile, prenderne 2 dall’Argentina senza segnare già meno, perdere 3-1 dal Paraguay proprio no. A segnare l’unico gol della Nazionale nella manifestazione è proprio David Arellano. Un gran traguardo, alle sue prime partite a rappresentare il suo paese. Ma il ragazzo partecipa a questo Campeonato non solo con la voglia di competizione del calciatore, ma anche con l’occhio clinico che ha sempre avuto guardando le lezioni del professor Vera. Vuole capire perché diamine anche i paraguaiani sono sembrati dei fenomeni nei loro confronti, come mai ogni squadra del Sudamerica gioca molto meglio di loro. Così ne guarda gli allenamenti, chiede, s’informa, tanto che non torna subito a Santiago, ma viaggia in Uruguay e Argentina per osservare le loro metodologie.

Scopre che i giocatori si allenano quasi tutti i giorni della settimana. Che sul campo provano le giocate, cercano di creare quelli che sono arcaici schemi tattici di partita. Inoltre si allenano anche sul piano fisico, puntando a migliorare la forma. Gli stessi giocatori poi non devono pagare quote per essere parte del club, anzi è il contrario. Vengono remunerati una giusta quantità di denaro, così da poter dedicare il tempo necessario per rendere il calcio un lavoro. Per Arellano questa è una visione illuminante. Torna a Santiago con la voglia di voler cambiare le cose, in primis al Magallanes.

Nasce un nuovo club: il Colo-Colo

Il Magallanes non sta andando benissimo in quegli anni. Arriva secondo nei tornei della capitale, e secondo Arellano potrebbe migliorare molto se implementasse quelle metodologie che ha visto applicare. Così inizia a farsi sentire in spogliatoio, iniziando nello stesso tempo a criticare i senatori della squadra, che reputa troppo statici. Si crea una frattura tra i giovani, che seguono Arellano, e gli anziani. Nel frattempo, diventato professore ordinario nella scuola numero 52 di Santiago, ha l’opportunità di giocare con una selezione di soli insegnanti nel sud del Cile, dove racconta le sue idee e raccoglie altri consensi.

Il 4 aprile 1925 si decide il nuovo capitano del Magallanes. Arellano vorrebbe essere eletto, perché al tempo avere quella carica vuol dire avere il potere di iniziare il cambiamento che vuol vedere. Ha dalla sua parte tutta la frangia giovane, e sarebbe lievemente in vantaggio rispetto al rivale. Ma le vecchie volpi dello spogliatoio riescono a ribaltare la situazione: coinvolgono i dirigenti del club, anche loro ostici a voler modificare la prassi, e questi cambiano le regole dell’elezione rendendosi votanti. Così i numeri ora sono a svantaggio di Arellano, che perde la contesa.

David è veramente seccato da questa decisione. Capisce che non c’è spazio per le sue idee al Magallanes, che non potrà mai realizzare i suoi progetti, così se ne va. Molla il club. Insieme a lui, tutti quelli che sono d’accordo con le sue idee lasciano la squadra. I ragazzi si ritrovano in via El Pantéon, dove c’è un piccolo bar che si chiama Quitapenas. Lascia le tue pene, esattamente quello che serve a David e ai suoi amici. Entrano, e iniziano a parlare della situazione. A una certa li raggiunge anche il professor Vera, che ha saputo quello che è successo. Discutono per un po’ di quale club potesse accogliere tutti loro, ma uno dopo l’altro scartano quasi tutte le scelte.

Alla fine qualcuno lancia l’idea: si fa una squadra nuova. Le riunioni diventano frequenti nei giorni successivi, quando a casa di Arellano, quando in un altro bar vicino la Stazione Centrale. Il 19 aprile si trovano tutti all’Estadio El Lano, nel quartiere San Miguel, manca solo David che non ce la fa proprio quel giorno. Uno dei ragazzi che ha seguito Arellano, che si chiama Luis Contreras e di ruolo è una devastante prima punta, propone un nome che rinforzi l’idea di una squadra vicina agli ideali cileni: Colo-Colo, come il cacique Mapuche che combatteva i conquistadores. Un altro giocatore, il centrocampista Juan Quiñones, crea la divisa: maglia totalmente bianca, a rappresentare la purità d’animo; pantaloncini neri, a rappresentare la loro serietà. Capitano sarà ovviamente David Arellano.

Due stagioni indimenticabili

Son seri i giovani del Colo-Colo, e lo dimostrano subito. Partecipano alla prima divisione del campionato metropolitano di Santiago, all’esordio contro l’English ne segnano 6 senza indugi. Il primo “clásico” contro il Magallanes finisce 2-1 per i ragazzini impertinenti. Alla fine del campionato, sotto la colonna “sconfitte” c’è un tondo e perfetto 0. Sono campioni della città, quindi sostanzialmente del paese, al primo tentativo. Questi non perdono proprio mai, tanto che iniziano a chiamarli “Invencible”. Ci vorrà il nuovo anno, e un fortissimo vento che spira sulla città di Chillán, per interrompere la striscia di vittorie.

Il Colo-Colo inizia a viaggiare per tutto il Cile, e anche oltre i confini. A quel tempo le tournée non erano solo un boost alla visibilità della squadra, potevano significare letteralmente mantenerla in vita. Così gli eredi di Mapuche affrontano una grande del Sudamerica, gli uruguaiani del Peñarol, perdendo però 5-1. Nulla di tragico, per una squadra nata meno di un anno prima.

Ma nel 1926 c’è anche la nuova edizione del Campeonato Sudamericano. L’anno precedente il Cile non ha partecipato, per i risultati scadenti inanellati a Montevideo. Stavolta si gioca proprio a Santiago, agli ormai scomparsi Campos de Sports de Ñuñoa. La Roja intende fare molto meglio di due anni prima, anche perché pure in Nazionale Arellano ha portato la sua influenza. Le sue idee sono accolte con più favore, dopo la stagione incredibile vissuta con il Colo-Colo. Al cambiamento si presta anche il professor Vera, che fa da primo preparatore della squadra e aiuterà anche la Nazionale. Ormai al clúb lo chiamano “Papà Vera”, è sempre lì al campo.

La prima partita è Cile-Bolivia. Arellano prende il suo solito posto come interno sinistro. Ormai è padrone dell’attacco, mostra sempre lampi di classe cristallina e si è anche specializzato in un gesto tecnico alquanto spettacolare. Eduardo Galeano ne fa risalire la nascita a Ramón Unzaga Asla, basco emigrato in Cile. Il giocatore salta, dando le spalle al suolo, e le gambe fanno un movimento simile a quello delle lame di una forbice, colpendo il pallone in aria. Sarà conosciuta per anni come “la cilena”, prima di diventare la rovesciata dei giorni nostri. Arellano l’ha scovata nei suoi numerosi viaggi, fatta sua e perfezionata nei movimenti.

La Bolivia è molto scarsa, per carità, ma il Cile in due anni è migliorato tantissimo. Finisce 7-1 per i padroni di casa, Arellano domina con 4 firme. È l’inizio di un gran torneo, dove tengono al pareggio l’Argentina e dominano 5-1 il Paraguay, dove David segna altri 3 gol. Solo il grande Uruguay riesce a sconfiggere la Roja, e vincerà ovviamente il Campeonato. Il Cile finisce pari punti con l’Argentina, terzo solo per la differenza reti, e dimostra ormai di poter dire la sua. Arellano con i suoi 7 gol è capocannoniere del torneo.

La tournée internazionale del Colo-Colo

La fine del 1926 vede il Colo-Colo non riuscire a ripetersi come campione metropolitano. Troppe partite in tournée gli fanno perdere lo scettro. Ma il “Cacique”, come già viene chiamato dai tifosi, è ormai già ben conosciuto fuori dai confini nazionali. Un po’ per la classe della squadra, nettamente la migliore della nazione, un po’ per lo stesso Arellano. Che con la cilena travalica i confini del continente, quella mossa spericolata e spettacolare che gli europei non hanno ancora mai visto.

Così il Colo-Colo viene invitato a fare l’ennesima tournée, stavolta però nel Vecchio Continente. Solo il Peñarol e il Boca Juniors avevano per ora avuto questa richiesta. La ricompensa economica per il clúb è veramente interessante, per un’organizzazione così giovane è fondamentale. Alcuni giocatori di altre squadre vengono scelti per rinforzare i ranghi della rosa. Così una nave battente bandiera italiana raccoglie tutto il Cacique dal grande porto di Valparaíso, diretta verso l’Europa. Il viaggio si prospetta lungo, visto che la nave va a vapore, così lungo il tragitto faranno sosta in Ecuador, a Cuba e in Messico. Dovunque l’arrivo del Colo-Colo è accolto con entusiasmo e si giocano amichevoli.

A Cuba i locali dovranno pagare l’arbitro del secondo incontro per dare un minimo di illusione di battaglia. Arellano proverà a far ritirare la squadra, ma sarà poi convinto dalla polizia a non lasciare il campo. In Messico giocano 12 partite, perdendone solo una. Il nome di Arellano diventerà famoso in tutto il Centroamerica. Ad aprile arrivano finalmente in Europa, dove finalmente c’è della competizione. La squadra di La Coruña è battuta con un faticoso 4-3, una selezione di Benfica e Porto vincerà due partite e ne pareggerà una terza, mentre l’Atletico Madrid dominerà 3-1.

Quella maledetta partita a Valladolid

I cileni, nonostante i risultati altalenanti, sono comunque accolti con calore ovunque si muovano. Il primo giorno di maggio la squadra arriva a Valladolid, per giocare contro il Real Unión Deportivo. La prima partita si chiude in goleada, un roboante 6-2 che vede protagonista Arellano con un gol e un assist. Dagli spalti arrivano cori e applausi per il Cacique e il suo capitano. Il giorno dopo ci sarebbe la rivincita, ma David non vuole giocare. Non si sa come mai, forse si sente appagato, forse è stanco. Alla fine però i compagni lo convincono e scende in campo.

Gli spagnoli stavolta giocano duro, anche troppo. Alla mezzora sono sopra 2-1 e puntano a dominare fisicamente gli avversari sudamericani. Arriva il minuto 35. Il pallone si impenna, e David Arellano salta insieme al terzino spagnolo David Hornia. I due entrano in contatto, in maniera fortuita, Hornia rifila una ginocchiata al capitano del Colo-Colo. Cadono a terra aggrovigliati, con Arellano sotto e l’avversario che gli finisce addosso. David sta male, non riesce a continuare a giocare e viene sostituito. La partita terminerà 3-3.

David Arellano però non c’è più al campo. È tornato all’hotel Inglaterra, nella sua camera, dove non si muove dal letto. Sta malissimo. I medici chiamati nella sua stanza si accorgono troppo tardi che sta soffrendo di una peritonite acuta, dovuta all’impatto con Hornia. Può sembrare incredibile al giorno d’oggi, ma Arellano per quella maledetta peritonite sta morendo. Reggerà un giorno intero, fino alle 6 e 45 di sera. Al capezzale il fratello Alberto e tutta la squadra, la sua squadra. Quella che ha creato, di cui è stato capitano e leader indiscusso. David Alfonso Arellano Moraga muore il 3 maggio in terra straniera, lontano da Santiago e dai suoi cari. Il suo ultimo pensiero è rivolto alla signora Rosario, chiede al fratello di aver cura di lei.

Il ricordo di David Arellano

Il Cile intero è in lutto quando la notizia giunge a Santiago. Anche solo la possibilità di salutare la salma del capitano viene negata agli eredi dei Mapuche. Le esequie si tengono a Valladolid, grazie alla Federazione Spagnola che riesce a metter su una raccolta fondi lampo. Solo nel 1929 i resti di Arellano arriveranno a Valparaíso e poi a Santiago.

Il Colo-Colo rimane ovviamente scioccato. Quante squadre hanno perso il loro fondatore due anni dopo dalla nascita, che aveva appena 24 anni? Così quando costruiranno l’Estadio Monumental lo dedicheranno a lui, alzeranno addirittura un mausoleo dedicato espressamente a lui e alla salma delle vecchie glorie del club.

Il clúb non è solo segnato dalla sua scomparsa, ma ne onora il ricordo in tutti i modi. I giocatori d’ora in poi saranno gli Enlutados, i portatori di lutto. Le parole e le intenzioni di Arellano saranno sempre presenti nel giuramento che ogni ragazzo che entra nelle giovanili. Sulle divise, ancora oggi, sopra il simbolo della squadra ci sarà sempre una banda nera di lutto. Il Colo-Colo non scorderà mai del suo primo fondatore e capitano, il primo maestro della cilena, tanto che ancora oggi l’inno della squadra canta: “Porque el recuerdo de David Arellano, siempre nos guía en la senda triunfal!”

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