lunedì 6 Dicembre 2021
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Dario Coronel, la storia di un talento a Fuerte Apache

7 ' di letturaIo non sono come il mio amico Carlitos.
Lui vive per il calcio.
Gli interessa solo quello.
Anche mentre facciamo i nostri scherzi, mentre corriamo nelle strade di Fuerte Apache in due su un motorino o mentre lanciamo gavettoni alle ragazze dai tetti lui non fa che parlare di calcio.
Di quando sarà “el 10” del Boca e giocherà alla Bombonera con tutti i tifosi a gridare il suo nome.
“E poi giocherò anche ai Mondiali. E magari farò come Diego Maradona… li vincerò anche” mi ripete sempre Carlitos.
È bravo, lo sa lui e lo sanno tutti da queste parti.
Può farcela davvero e io glielo auguro dal profondo del cuore.
Io però non sono come lui.
Per me il calcio non è mai stato così importante.
Anche se ero più bravo di lui.
Lo sa lui e lo sanno tutti da queste parti.
Sacrifici, allenamenti, giri di campo, allenatori che ti urlano nelle orecchie, prendere bus e metro per andare al campo, andare a letto presto la sera.
Non bere, non fumare, non mangiare schifezze.
Mi spiace.
Non fa per me.
Nelle giovanili ci siamo divertiti come matti !
Nella “84 de l’All Boys” eravamo di una spanna sopra tutti gli altri.
Vincevamo tutti i campionati e tutti i tornei ai quali partecipavamo.
Ci volevano tutte le più grandi squadre di Buenos Aires.
Boca Juniors compreso ovviamente.
Solo che l’adrenalina che dava il calcio a Carlitos a me la dava qualcos’altro.
Il mio primo furto, insieme ai “Backstreet Boys di Fuerte Apache”, la più temibile gang giovanile di tutta Buenos Aires, mi diede una “botta” che nessun gol o nessuna vittoria avrebbero potuto darmi.
Capisci da queste cose quale sarà la tua strada.
E oggi sono un ladro.
Ho la mia Gang e a 17 anni ho più soldi in tasca di tutti i miei coetanei.
Di sicuro molti più del mio amico Carlitos che sì, è arrivato nelle giovanili del Boca Juniors, ma che per ora guadagna sì e no i soldi per la metro e per una pizza al sabato sera.
Ci vediamo molto poco ormai.
So che lui continua a lottare per i suoi sogni e un giorno magari arriverà a realizzarli.
Io non ho tutto questo tempo.
Io ho sempre avuto fretta.
Voglio tutto e lo voglio subito.
E se sei sveglio, qui in strada a Fuerte Apache, impari presto come fare per ottenerlo.

È notte inoltrata a Buenos Aires.
La polizia è sulle tracce della gang che ha poco prima rapinato un bingo di “Calle Rivadavia”.
A capo di questo piccolo gruppetto c’è un ragazzo di 17 anni.
Lo chiamano “El Guacho Cabanas” per la somiglianza con l’allora famoso attaccante del Boca.
Per la polizia è un volto conosciutissimo.
Ce l’hanno nel mirino da tempo.
Da quando guidò il suo gruppo di sbandati a due assalti contro la caserma della polizia del quartiere, con decine di colpi sparati contro finestre, porte e muri della caserma per vendicare un membro della gang ammazzato dalla polizia.
Ma soprattutto da quando ha ucciso, in uno scontro a fuoco dopo una rapina, un loro collega.
Per questo motivo lui è “carta blanca”, uno di coloro che si sono resi colpevoli dell’uccisione di un poliziotto e sono ancora impuniti.
“Carta bianca” significa che per loro non ci sarà nessun riformatorio, nessun carcere e nessun tentativo di reinserimento. 
Ci sarà per loro solo una pallottola, magari sparata a freddo e giustificata in seguito come legittima difesa.
La polizia è a poche decine di metri dal gruppetto, ma di metri ne mancano forse ancora meno per arrivare a Fuerte Apache, il quartiere che “El Guacho” conosce come le sue tasche e dove, fra i monoblocks del poverissimo quartiere di Buenos Aires, sarebbe facile seminare gli uomini in divisa.
Il consumo di Poxirram, la devastante droga utilizzata da tanti ragazzini di quel quartiere, però presenta il conto.
La resistenza del Guacho non è più la stessa … ma sono all’ultimo muro prima di entrare nel “Fuerte”.
El Guacho, da capo vero, aiuta gli altri a scavalcare quell’ultimo ostacolo ma quando tocca a lui si accorge che la polizia gli è ormai addosso e sono in tanti.
Capisce che stavolta non c’è nulla da fare.
Allora fa quello che nella legge della strada di quei disperati quartieri di Buenos Aires tutti i delinquenti fanno; meglio farlo da soli piuttosto che sia la polizia a farlo.
El Guacho prende la pistola dalla tasca e si spara un colpo alla tempia.
Morirà lì, davanti a quel muro pochi secondi prima che la polizia riesca mettergli le mani addosso.
A pochi metri da Fuerte Apache, dalla salvezza.
“El Guacho Cabanas” si chiamava in realtà Dario Coronel ed era il miglior amico di Carlos Tevez.

Nati nello stesso anno, cresciuti nella stessa via (El Nudo 1) e compagni di squadra in tutte le giovanili.
Erano amici per la pelle, la stessa pelle che cercavano di strapparsi nelle loro continue risse per ogni cosa, per usare per primo un motorino capitato chissà come nel gruppo, per chi doveva decidere cosa fare nelle serate in quartiere o anche per chi doveva portare la fascia da capitano o calciare un rigore.
Nella famosissima squadra giovanile “La 84 de l’All Boys” erano le due stelle assolute.
Su di loro e sul futuro di entrambi al vertice del calcio argentino nessuna pareva avere dubbi.
Carlitos era in numero 9, Dario il 10.
E tutti coloro che li hanno conosciuti ammettono, senza esitazione, che il più forte tra i due era Dario, “El Guacho Cabanas”.
Nei tornei giovanili il trofeo del miglior giocatore era praticamente sempre appannaggio di Dario e, nonostante Tevez giocasse centravanti, spesso anche il trofeo per il miglior cannoniere lo vinceva Dario.
Anche in squadra le gerarchie sono chiare; il leader è Dario e la palla, quando le cose si mettono male, va passata a lui.
Carlitos brucia d’invidia, in campo si accapiglia con Dario e con i suoi compagni. Ma Tevez non porta mai rancore anzi… fuori dal campo sono sempre insieme. A fare spesso disastri, rompere qualche vetrina, oppure a salire sui tetti e a riempire di gavettoni i passanti o gli interni delle case, per poi nascondersi fra i tetti.
Racconta il loro mister nelle giovanili del Santa Clara: “Prima di ogni partita facevo il tentativo di proporre un piccolo discorso di preparazione alla partita ma immancabilmente Dario e Carlitos mi interrompevano con un perentorio -Didi, non ci rompere le palle. Vai a bere il tuo mate in panchina che a vincere la partita ci pensiamo noi-. Avevano 10 anni!”
A 11 anni Dario e Carlitos vanno a fare un provino per il Velez Sarsfield, importantissima squadra argentina di prima divisione; a Dario offrirono il contratto. Tevez fu rispedito a casa.
L’anno dopo El Guacho ebbe una violenta discussione con un ragazzo più grande. Fecero a pugni e Dario perdette ovviamente il confronto. Il giorno dopo si presentò all’allenamento con una pistola cercando quel ragazzo per “sistemare le cose”. Poco tempo dopo rubò un portafogli negli spogliatoi… Al Velez si stancarono e lo lasciarono a casa.
Nel 1996, quando entrambi hanno appena 12 anni, per Dario però cambia tutto.
La madre decide di tornare in Paraguay e porta con sé i due fratelli maggiori
.
Dario rimane a Buenos Aires da solo con il patrigno, violento e nullafacente.
In quel momento inizia la discesa maledetta, e rapidissima, verso l’inferno della malavita.
I suoi compagni di squadra delle giovanili del Velez ricordano che poco tempo dopo quel terribile momento Dario arrivava agli allenamenti puzzando di marijuana e che pian piano stava iniziando a non amare più il calcio come prima… un suo ex compagno di squadra ricorda che “Se di Tevez abbiamo sempre ammirato quanto ha sempre lottato in campo beh, Dario era disposto a morire in un campo di calcio”
Carlitos a 13 anni viene preso nelle giovanili del Boca… a prendere Dario è la polizia di Buenos Aires.
Dario è già entrato nella tristemente famosa gang dei “Backstreet boys de Fuerte Apache” la più terribile banda giovanile tra le circa 30 che in quegli anni imperversavano in quei quartieri.
Era il più piccolino di loro con i suoi dodici anni o poco più, ma con la sua furbizia, il suo coraggio e la sua personalità era stato accettato immediatamente. Nel codice malavitoso di quelle bande i ragazzini potevano partecipare alla divisione del bottino (indumenti sportivi o vestiti firmati, scarpe Nike o Adidas di solito) e anche condividere il consumo di droga.
Ma nei colpi importanti andavano solo i più grandi.
I più piccoli a casa.
Non Dario, che riusciva sempre a farne parte, diventando un po’ la mascotte del gruppo. Dei 25 componenti di quella gang oggi ne sono ancora vivi 4…
Ma chi lo vide giocare lo ricorda come un talento assoluto.
La sua visione di gioco e padronanza della palla lo facevano sembrare molto più grande… in più quella “faccia da delinquente” che ha sempre avuto fin da bambino gli faceva guadagnare rispetto sul campo
.
Di Carlitos Tevez sappiamo quasi tutto tutti.
Della sua bravura, del suo indomito spirito di guerriero della cancha, del suo amore per la sua Patria e per il Boca… ma forse non tutti sapevamo che il suo saluto al cielo, dopo ogni gol, è per il suo amico d’infanzia, Dario “El Guacho Cabanas” Coronel.
Uno dei pochi sopravvissuti dei Backstreet Boys è Esteban, affermato cantante rap argentino con il suo gruppo, i FA!. Esteban racconta il suo ultimo incontro con Dario, quando già la musica per lui stava rappresentando una via di fuga. “Cabanas, è ora di smetterla. La polizia sta ammazzando i ragazzi uno ad uno… il prossimo potresti essere tu.” La risposta di Dario fu perentoria: “Esteban, io sono un ladro e ho sempre saputo che morirò come un ladro”.
Questo era Dario Coronel, “l’altro apache”.


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