lunedì 6 Dicembre 2021
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Darío Benedetto, un esordio da brividi alla Bombonera

9 ' di lettura“La Bombonera no tiembla. Late.”. La Bombonera non trema. Batte.

Se da una parte lo stadio sembra essere un essere vivente pronto a dare battaglia agli avversari che osano entrare al suo interno, dall’altra il cuore di un calciatore che veste le tinte xeneize batte esattamente al ritmo dei canti d’incitamento del santuario del Boca Juniors.

Per uno di questi giocatori il 25 settembre 2016 è un giorno speciale, se già l’esperienza di poter difendere l’onore bocense sotto la Doce non possa esser considerata un’opportunità incredibile. Darío Benedetto, la nuova maglia numero 9 degli Azul y oro, è finalmente pronto a scendere in campo dal primo minuto davanti ai propri tifosi. È appena arrivato dal Club América, ma l’allenatore Guillermo Barros Schelotto ha per ora dosato l’utilizzo del nuovo centravanti lasciandogli solo scampoli di partita per testare l’intesa con l’“Apache” Carlos Tévez.

Va di scena la quarta giornata di campionato, l’avversario odierno è il modesto Quilmes. Se molti uomini però avrebbero le gambe molli al pensiero di entrare sul campo della Bombonera come uno degli undici titolari del Boca Juniors, la pressione scivola via su di un uomo come Benedetto. Lui è un bostero, uno di loro, fin da piccino quando andava a vedere il suo idolo Martín Palermo gonfiare le reti come pochi altri nella storia del club. Le circostanze della vita lo hanno reso un vero guerriero, pronto a unirsi alla battaglia da protagonista.

L’infanzia del “Pipa”

Darío Ismael Benedetto nasce e cresce a Berazategui, nell’area metropolitana di Buenos Aires, conosciuta come la Capital Nacional del Vidrio per la presenza massiccia di industrie che producono vetro. Papà Hugo lavora nei cantieri, ma la famiglia Benedetto capisce presto che il destino di Darío non sarà quello di sporcarsi la tuta costruendo edifici, né fabbricando bottiglie. Il ragazzino è veramente forte al gioco del fútbol, soprattutto quando lo mettono in attacco dove segna costantemente. Le grandi di Buenos Aires non possono evitare di notarlo, tanto che viene alla fine accolto nelle giovanili dell’Independiente.

Quando Darío compie 12 anni partecipa ai Juegos Nacionales Evita. Questa manifestazione sportiva giovanile che prende nome da Evita Perón, moglie dell’iconico presidente Juan Domingo Perón. Amatissima dagli argentini per le sue umili origini e la sua costante attenzione ai più bisognosi, Evita creò il torneo nel 1948 attraverso la fondazione da lei ideata per aiutare i più poveri e deboli. Come ogni forma di esistenza che possa ricordare il peronismo, i Juegos vengono cancellati dai militari che rovesciano il potere.

Nel 2003 la manifestazione trova nuova linfa vitale, anche come modo per commemorare la signora Perón, e decine di migliaia di ragazzini partecipano ai tornei di vari sport. Darío gioca titolare con la sua squadra, a osservarlo come sempre mamma Alicia che lo segue in ogni sua partita. Ma proprio durante una delle partite dei Juegos Evita succede l’impossibile: sugli spalti il cuore della signora Benedetto cede di schianto, senza possibilità alcuna di salvarsi. Il ragazzo è distrutto, ha perso in un colpo solo la madre e la sua tifosa numero uno. Quella che l’ha sempre incoraggiato, che a ogni partita lo incitava a far gol. Non può immaginarsi sul campo a giocare senza di lei, e decide di smettere col fútbol.

Una famiglia argentina però difficilmente può non avere niente a che fare col calcio, così Benedetto continua il suo rapporto con il pallone ma da tifoso. Fa presenza fissa alla Bombonera, a guardare le partite della sua squadra del cuore, diventa uno di quelli della Doce. Quando la scuola inizia a interessarlo davvero poco, il babbo se lo porta con sé sui cantieri. Sembra il risvolto più normale possibile per la storia di un bambino dal cuore spezzato, senza cadere in stupidi eccessi o relazioni pericolose. Lavoro duro e tifo sfegatato, un binomio d’ordinanza in Sudamerica. Darío però continua a sentire il lontano richiamo dell’erba del campo da gioco, anche se la mamma non c’è più.

Ad Avellaneda si ricordano di quel bambino che un tempo segnava caterve di gol. Anche se ormai ha sedici anni e non fa parte di una selezione professionista da quattro, qualcuno vuole ancora puntare su di lui. L’Arsenal de Sarandí gli offre un provino, lui si presenta segnando una doppietta nella partitella finale di giornata e il club decide di prenderlo. Non è una di quelle rampe di lancio che possono portare direttamente al top, visto che l’Arsenal non è una squadra di prima fascia e Darío sconta l’aver perso i treni buoni per essere riconosciuto tra i migliori talenti, ma se lo fa bastare. “El Pipa”, il soprannome che gli arriva dal suo lungo naso, è pronto a tornare a giocare.

Una carriera particolare

Esordisce in prima squadra due anni più tardi, il 9 ottobre 2008. Quattordicesima giornata del Torneo de Transición, l’Arsenal ospita al “Viaducto” la seconda in classifica, che ovviamente non è altra squadra se non il Boca Juniors. Benedetto entra nei minuti di recupero di quello che sembra un triste 0-0, così si gode direttamente sul campo la perla su punizione di un altro dei suoi idoli, Juan Román Riquelme, che chiude il match a favore del Boca a tempo scaduto. Dopo qualche altra apparizione l’anno successivo viene mandato a fare gavetta in Segunda: prima al Defensa y Justicia dove non lascia il segno, poi Gimnasia Jujuy dove invece timbra il cartellino 11 volte in 19 presenze. L’Arsenal lo richiama in prima squadra, e anche se subisce un infortunio che lo tiene sei mesi lontano dai campi sembra essere lui la scelta per il posto di attaccante titolare.

Nell’estate 2013 però arriva un’offerta dal Club Tijuana. Il campionato messicano è ricchissimo e in rapida crescita, Benedetto non si sente pronto a incidere come vorrebbe in Primera e la squadra che lo vorrebbe è nata pochi anni prima. Il Tijuana cerca un leader, una figura di riferimento che possa lanciarla in campionato, “El Pipa” risponde alla chiamata e trasloca in Centroamerica. La prima in terra messicana va in scena a Tijuana il 20 luglio, quando all’Estadio Caliente arriva l’Atlas. Benedetto esordisce da titolare in un bel pareggio 3-3. I gol della sua squadra li segna tutti lui.

Dopo 18 mesi allo Xolos e 23 reti complessive si trasferisce a Città del Messico, pagato 8 milioni dal Club América, una delle squadre più titolate del Messico. Nella capitale “El Pipa” si esalta e riempie la bacheca di trofei. In due anni segna 26 reti, molte fondamentali come la tripletta nella finale di ritorno della Champions League centroamericana 2015, e si impone definitivamente come una punta completa e capace di segnare da ogni posizione ma dotata anche di carattere e grinta fuori dal comune. Conquista due CONCACAF CL e un campionato messicano.

Alla conclusione della stagione 2015-2016 “El Pipa” si è guadagnato la stima di molti club sudamericani, e tanti in Argentina puntano a riportarlo in patria. Darío spera che tra i nomi che si stanno legando al suo ce ne sia uno in particolare. Non osa dirlo ad alta voce ma è chiaro che se dovesse arrivare una chiamata da lì non ci sarebbero dubbi sulla sua prossima squadra. Il suo cuore continua a sanguinare azul y oro. Anche se non può più andare in curva alla Bombonera ogni settimana. Durante il soggiorno messicano mostra più volte la sua fede sportiva, fino a tatuarsi sul bacino lo scudo blu con le stelle gialle del club corredato dalla scritta “Esto es Boca”.

Finalmente il Boca Juniors si fa avanti e chiede di Benedetto. Le intenzioni del giocatore sono chiare, se c’è la possibilità lui va dritto alla Bombonera. La trattativa è molto semplice: il Boca è disposto a pagare un ingaggio minore di quello che il giocatore percepisce in Messico ed è distante un milione pieno dalla richiesta dell’América per il cartellino; Darío accetta senza il minimo dubbio il compenso e mette di tasca sua il milione mancante. Incredibilmente il sogno proibito di un bambino di 12 anni, che ha appena perso la madre e l’unico sfogo che trova è entrare tutte le domeniche nella Doce a tifare la sua squadra della sua vita e che darebbe un braccio per indossare la camiseta azul y oro, si avvera sul serio.

Una partita incredibile

Cinque anni dopo il ritiro di Martín Palermo, la maglia numero 9 del Boca Juniors è sulle spalle di Darío Benedetto. Il trasferimento è ufficiale in tempo per il nuovo centravanti di esordire nella sconfitta in semifinale di Copa Libertadores contro gli ecuadoregni dell’Independiente del Valle. Schelotto ancora non lo schiera titolare, Carlitos Tevez è un partner ingombrante lì davanti e ci vuole tempo per adattarsi a quella sensazione potente e terrificante di difendere i colori per cui si tifa.

All’apertura della Primera Division arriva l’esordio dal primo minuto, in trasferta contro il Lanús, ma non segna. Dopo tre partite di campionato, due da titolare in trasferta e cinque magri minuti in casa contro il Belgrano, non ha ancora marcato. L’allenatore però decide ugualmente di dargli fiducia e lo schiera per la prima volta dall’inizio alla Bombonera contro il Quilmes, dietro di lui il trio di trequartisti PavónCenturiónZuqui. Le emozioni che prova Benedetto al momento di entrare in campo devono essere di una potenza inaudita, ma incredibilmente riesce a tenerle a bada. La partita inizia, il cuore della Bombonera batte forte a sostegno della squadra e della sua nuova punta.

Dopo soli sei minuti arriva il primo graffio del Boca. Un cross basso dalla sinistra del terzino finisce dalla parte opposta dell’area dove arriva di gran carriera l’altro difensore laterale Peruzzi, che senza pensarci due volte colpisce di prima col piatto destro verso la porta. La palla viaggia veloce, rasoterra, verso l’area piccola. Benedetto è in quella zona e si posiziona per riceverla, dando la schiena al portiere.

Questi sono momenti topici per un calciatore. Qui si fa capire ai tifosi di che pasta si è fatti, che tipo di giocatore si vuol essere. Se ci si fa prendere dal panico e si fallirà miseramente, o se si avrà il sangue freddo di un predatore consumato per segnare il primo gol con la casacca azul y oro. Oppure, come solo i più folli possono immaginare, si può lasciare un segno indelebile nella storia della Bombonera grazie a un gesto epico e sfrontato. Ecco, Darío Benedetto fa parte di questi ultimi. Così, con il pallone che arriva velocemente in area piccola, non ci pensa su nemmeno un secondo e segue l’istinto. Colpisce la sfera col tacco destro, spiazzando tutta la difesa del Quilmes compreso il portiere. È gol, 1-0 per il Boca.

Lo scoppio della Bombonera al gol di Benedetto è, se possibile, ancor più incredibile del solito. La Doce si muove come un sol uomo verso le recinzioni, ad abbracciare il suo coraggioso attaccante. Darío viene abbrancato dai compagni, ma i suoi occhi sono tutti per la curva. Per la sua curva. Con lo sguardo fisso verso i tifosi, si lascia andare a un urlo che ha dentro tutti i suoi sacrifici, tutta la sua storia e tutto il suo amore per il Boca.

Il Quilmes però non è venuto a fare la vittima sacrificale, e subito al 12° pareggia i conti dopo un lancio lungo da centrocampo che Peruzzi non riesce a rinviare di testa. Il Boca sembra subire il colpo, rimane stordito per un paio di minuti subendo ancora le folate degli avversari. Ci vuole una risposta, forte e decisa, per riprendere il controllo della partita. Ci vuole un leader che suoni la carica e sproni la squadra. Al 16°, dopo un altro attacco del Quilmes, Silva esce palla al piede arrivando sulla linea di centrocampo. Il trio di trequartisti si dispiega sul fronte offensivo, Pavón allarga a sinistra mentre Centurión prova a tagliare per bucare la difesa. Benedetto rimane in mezzo ai due centrali senza affondare, a creare spazio dietro di loro per gli inserimenti dei compagni, e Silva sceglie proprio lui come ricevitore per il suo passaggio.

Darío controlla mandando la sfera verso il centro. È a 35 metri dalla porta, in una situazione di 4 contro 4 in movimento con i suoi compagni pronti a ricevere un pallone filtrante. Basterebbe aspettare un tempo di gioco per avere Zuqui pronto a ricevere per andare al cross o Centurión ormai libero di involarsi verso la rete. Ma l’istinto ancora una volta prende il sopravvento. Benedetto dà uno sguardo verso la porta e vede il portiere fuori dallo specchio, forse per intercettare un passaggio troppo lungo, allora fa due passi e decide di tirare. Parte un missile di collo pieno che già a cose normali sarebbe difficile da parare, ma diventa impossibile con l’estremo difensore troppo avanti in area. Il pallone si infila sotto la traversa per il gol del 2-1. Darío segna una doppietta leggendaria in soli 12 minuti.

Non è ancora finita. Il Quilmes ora si sfilaccia del tutto, il Boca sulle ali dell’entusiasmo pressa alto e non permette agli avversari di riprendersi. Al 23° una palla recuperata sulla trequarti avversaria viene lanciata verso il centro. Il rilancio di un centrale del Quilmes viene intercettato da Centurión, con il pallone che va verso la mezzaluna fuori area di rigore. Benedetto si avventa sulla sfera, vede un difensore di fianco a lui e sa che ne ha uno dietro. Ancora una volta sorprende tutti con una scelta fantasiosa e istintiva, e manda un passaggio delizioso verso la porta utilizzando di nuovo il tacco. Tutta la retroguardia avversaria è di nuovo spiazzata, Centurión invece deve solo accettare il cioccolatino donatogli dal compagno e superare il portiere per siglare il 3-1.

Il sipario sulla partita cala due minuti dopo. Pavón sull’out sinistro si libera del marcatore con un doppio passo e manda un cross verso il secondo palo, dove è pronto a ricevere ancora Benedetto. Non ci sono ormai dubbi che è la notte del ragazzo di Berazategui, che svetta sui due malcapitati difensori e segna. È la rete del 4-1 che chiude la partita in 25 minuti, non succederà molto altro per il resto del match e il Boca si assicura una vittoria fondamentale per continuare la corsa al primo posto in campionato.

Il tabellino della serata di Darío Benedetto è leggendario: 3 gol, uno di testa, uno di tacco e uno con un bolide da 35 metri, e un assist sempre di tacco. Una tripletta come al suo esordio in Messico, ma dal sapore ancora più speciale. L’ultimo a segnare tre reti in una partita alla Bombonera infatti era stato proprio il suo idolo, quel “Titán” Martín Palermo che “El Pipa” ha passato anni a veder giocare dalla Doce. Il coronamento di un sogno per un bambino che è stato costretto troppo presto a dover fare a meno dell’amore materno, che ha immaginato di indossare i colori del Boca fin da quando ha imparato a calciare un pallone nella periferia di Buenos Aires.

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