venerdì 30 Luglio 2021
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Copa Libertadores 1966: l’immortale Peñarol è di nuovo sul tetto del Sudamerica

10 ' di letturaQuando si pensa alle più grandi squadre della storia del calcio, uno dei primi team che viene citato non può che essere il Real Madrid di Alfrédo Di Stefano, Ferenc Puskás e Francisco Gento, vincitore delle prime cinque Coppe dei Campioni tra il 1955 e il 1960 e della prima Coppa Intercontinentale sempre nel 1960.

Cinque anni dopo la nascita della prima competizione europea, anche in Sudamerica viene creato il primo torneo ufficiale tra campioni dei campionati nazionali, originariamente chiamato Copa Campeones de America. E proprio come nel Vecchio Continente, anche nel Nuovo Mondo c’è una squadra ci sono delle squadre che dominano da subito la scena continentale. L’Independiente di Avellaneda vince le edizioni del 1964 e del 1965, i due anni precedenti dal Brasile arriva Pelé con il suo Santos, ma l'”equivalente” del Real Madrid guidato dalla Saeta Rubia è sicuramente il Club Atlético Peñarol.

D’altra parte gli uruguaiani sono autentici dominatori degli albori del calcio, grazie al “toque”, quel fraseggio corto e preciso sfuggito agli inglesi mentre ideavano e tracciavano il gioco e le sue regole. Il Peñarol è patria adottiva di John Harley, lo scozzese che aiutò nella creazione del movimento fútbolistico uruguagio, ed è il club in cui le promesse più fulgide ambiscono a giocare. La squadra ha una grandissima tradizione, e nel 1960 ha già conquistato 23 titoli nazionali.

Così la prima edizione della Copa Libertadores, esattamente come i primi Campionati Mondiali, non può che esser vinta dalla compagine di Montevideo. Furono proprio loro a sfidare il Real per potersi definire “campioni del mondo”, ma uscirono con le ossa rotte e ben 5 gol subiti. Dopo il bis continentale nel 1961 i Carboneros iniziano però a subire l’avanzata di squadre più giovani e attrezzate, appunto Santos e Independiente. I vecchi campioni uruguagi devono far spazio, e anche se nel 1955 riescono nuovamente a raggiungere la finale, sembra mancar loro quel briciolo in più per poter tornare vincenti.

L’ultima chance di un gruppo di campioni

L’edizione 1966 della Copa Libertadores si apre con un piccolo caso. Brasile e Colombia si rifiutano di mandare le loro squadre, dopo che viene deciso che al torneo non parteciperanno solo le squadre campioni di ogni nazione sudamericana, ma anche le seconde classificate. Nonostante questa “mutilazione” i club rimanenti erano di alto livello, a partire da quelli argentini e uruguaiani, senza considerare che in America Latina il fattore campo ha un peso di molto maggiore rispetto al gioco europeo, e una squadra per quando mediocre può battere qualsiasi avversario se gioca nel suo stadio con il favore dei tifosi.

Il Peñarol arriva al torneo con una squadra considerata vecchia, e senza i favori del pronostico. Molti dei campionissimi che hanno vinto nel 1960-1961 sono ancora lì, a partire ovviamente dall’eterno capitano Néstor “Tito” Gonçalves per seguire con Julio César Abbadie, passato anche del Genoa, Omar Caetano, Juan Joya. Ma soprattutto, ancora ben piantato al centro dell’attacco, continuava a svettare su ogni cross Alberto Spencer, chiamato “Cabeza Magica” proprio per il suo letale colpo di testa, il più grande bomber della storia della Libertadores.

Tutti questi calciatori hanno dai 28 anni in su, e molti insinuano che non possano fisicamente reggere una competizione così intensa. Sono due i giovanissimi inseriti in un contesto dall’elevato tasso tecnico e d’esperienza. Uno è Páblo Forlan, ventenne difensore che spesso diventa terzino destro (soprattutto quando la squadra attacca), nonché futuro padre di Diego, un altro attaccante che qualche gol l’ha segnato tra Europa e Sudamerica.

L’altro è il portiere, ed è molto insolito che una squadra che punta a vincere si affidi a un giovanotto di 21 anni a difendere i propri pali. Ma questo ragazzino, soprannominato “Chiquito” proprio per la sua bassa statura, è la cosa più vicina a Lev Yashin che si possa trovare in tutto il continente. D’altra parte Ladislao Mazurkiewicz già dal nome tradisce le sue origini est europee. Ha tutte le qualità per diventare uno degli estremi difensori più forti della storia: è reattivo, arriva ovunque, e soprattutto è glaciale a tu per tu con l’attaccante.

Mazurkiewicz è stato lanciato titolare già da due anni prima dal nuovo allenatore della squadra, uno che di portieri se ne intende essendolo stato lui stesso. Infatti sulla panchina dei Carboneros siede Roque Máspoli, figlio di emigrati del Canton Ticino, colui che difese la porta dell’Uruguay nella storica partita dello stadio Maracanã del 16 luglio 1950. Uno degli undici eroi del Maracanazo, pronto a fare un altro sgambetto alle grandi del Sudamerica.

Recuperare da una falsa partenza

L’obiettivo del Peñarol è uno solo, vincere la coppa. Tanto che in campionato passeggia e perde il titolo. Ma l’inizio del cammino in Libertadores fa esultare gli scettici. Il primo impegno è tutto fuorché facile, perché va in scena il Superclásico uruguagio col Nacional e i Carboneros sono in trasferta. Al Gran Parque Central i padroni di casa vincono nettamente per 4-0, e la batosta si fa sentire anche sulla seconda partita, giocata sempre in trasferta a Cochabamba contro lo Jorge Wilstermann. I boliviani sfangano uno striminzito 1-0 di grande prestigio, mentre il Peñarol sembra destinato a fare una magra figura.

Mai però sottovalutare il cuore ferito di un campione. Abilmente spronati da Máspoli, gli uruguaiani non si danno per finiti e lentamente migliorano gioco e forma. La terza trasferta è a Milagro, in Ecuador, e riuscendo a battere il 9 de Octubre capiscono che c’è ancora spazio per dominare il girone. Basta superare indenni le ultime partite fuori casa, perché poi a Montevideo non ce ne sarebbe stato per nessuno.

Effettivamente così va. Il Peñarol chiude il girone con 8 vittorie e due sconfitte, restituendo il favore anche al Nacional sconfiggendolo 3-0. Così gli aurinegro arrivano al secondo turno, dove ritrovano il Nacional e si aggiungono i cileni dell’Universidad Católica. In quegli anni non è facile affrontare i club di Santiago, infatti la seconda U del Cile sconfigge entrambe le compagini uruguagie per 1-0. Una volta tornati a Montevideo però i Carboneros non si fanno prendere più alla sprovvista: vincono 2-0 contro il Católica e si aggiudicano entrambe le volte il Superclásico. Il Peñarol è di nuovo in finale di Copa Libertadores, esattamente come l’anno precedente. L’avversaria sarà di nuovo argentina, non più però l’Independiente (nemmeno qualificato al torneo) ma i Millionarios di Buenos Aires, il River Plate.

Un confronto acceso

La finale, giocata sempre in andata e ritorno, si preannuncia equilibrata. Il River è alla sua prima apparizione all’ultimo atto della Libertadores, spinto dalle reti di Daniel Onega e dagli spunti del fratello Ermindo sulla trequarti, e protetto da un altro grandissimo portiere come Amadeo Carrizo, tanto abile nel bloccare le avanzate avversarie quanto nel passare il pallone. In panchina siede un altro personaggio iconico come Renato Cesarini.

Alla solida linea a 4 difensiva dei Millionarios Máspoli risponde abbandonando progressivamente il 4-2-4 con cui fino a quel momento aveva schierato la squadra. Soprattutto in fase di possesso Forlan, Caetano e Lezcano erano gli unici a rimanere indietro, aiutati prontamente da capitan Gonçalves come centromediano, mentre a rotazione Pedro Rocha e “El Pocho” Cortés si infilavano tra le maglie avversarie insieme agli attaccanti.

L’andata si gioca a Montevideo il 14 maggio, e il Peñarol dimostra di poter contenere l’esuberanza dell’undici argentino. Vince 2-0, reti di Abbadie e Joya, e guadagna il fondamentale vantaggio di avere due risultati utili su tre al ritorno. I Carboneros però non hanno idea di quel che succederà quattro giorni dopo a Buenos Aires.

I due club hanno storicamente un ottimo rapporto. Quando il River deve scegliere una squadra per inaugurare il Monumental, chiama proprio i campioni uruguagi. Ma la finale di Libertadores è una storia a sé, dove a quanto pare tutto è concesso, così il 18 maggio 1966 vede susseguirsi una sequenza di avvenimenti surreale.

Il pullman che deve prelevare il Peñarol non si presenta, così i giocatori sono costretti a usare taxi e mezzi alternativi; ma il traffico costantemente bloccato di Buenos Aires e il caos per la partita fanno sì che i mezzi non possano arrivare che a otto isolati dallo stadio, così ai calciatori tocca scendere e farsi a piedi l’ultimo tratto in mezzo ai tifosi argentini che inviperiti colpiscono e insultano i malcapitati jogger.

Una volta arrivati al campo, i Carboneros scoprono poi che il Monumental non aveva più posti per contenere i tifosi, così vengono disposte altre sedie fino a ridosso del prato del campo. Mazurkiewicz gioca sentendo letteralmente il fiato sul collo di decine di migliaia di argentini, e quando non è pressato dai tifosi di casa ecco pensarci la polizia (ufficialmente a protezione dei calciatori) con qualche randellata neanche troppo nascosta.

Nonostante tutto prima Rocha e poi Spencer portano due volte in vantaggio l’aurinegro, ma sono prima ripresi dal River e poi definitivamente superati dal secondo gol della partita del meno prolifico degli Onega, Ermindo. Siccome la regola dei gol in trasferta non esiste in Sudamerica, servirà lo spareggio per assegnare la Copa. Per chiudere una giornata infame, una volta tornati in hotel i Carboneros trovano davanti lo stabile un centinaio di tifosi dei Millionarios, e non sono andati là per avere qualche autografo.

Lo spareggio inizia male

Rientrati finalmente nelle camere, incredibilmente senza subire gravi danni, gli uruguaiani sono inferociti. Quando il giorno dopo c’è il meeting tra le due squadre e la COMNEBOL per decidere luogo e data dello spareggio, quelli del Peñarol annunciano che potrebbero giocare anche da lì a poche ore. Vogliono vendetta, e la vogliono subito. Anche il River Plate però vuole anticipare i tempi, rispetto alle 72 ore previste prima della partita finale, perché non vuole dare tempo di recuperare ai “vecchi” uruguagi. Così la decisione è presa velocemente: si giocherà il 20 maggio a Santiago del Cile, all’Estadio Nacional.

L’atmosfera nella capitale cilena è molto tesa, si temono ripercussioni forti da parte dei Carboneros. Ma un po’ per voglia di giocare un certo tipo di calcio, un po’ per i pochi tifosi arrivati da Montevideo e Buenos Aires (degli oltre 40.000 spettatori, meno di 1.000 fanno parte delle hinchas delle due squadre), una volta che l’arbitro Vicuña dà inizio alla partita si capisce che non ci saranno avvenimenti particolari. Sarà semplicemente una partita di calcio.

Il River attacca a spron battuto, con una fitta trama di passaggi veloci e controllando appieno il possesso. Esalta spesso le doti di Mazurkiewicz, che para tre tiri ai fratelli Onega, ma al 27′ non riesce più a opporsi. Il cross basso dalla destra di Solari viene impattato di prima da Daniel Onega e non lascia scampo al portiere uruguaiano. È la rete numero 17 nel torneo per il bomber argentino, record imbattuto per un’edizione della Libertadores. Panchina e fotografi scattano a invadere il campo e abbracciare Onega, mentre mestamente i Carboneros riportano la palla in mezzo al campo. Oggi sarà dura.

Il contraccolpo psicologico è forte, e il River domina. Sfiora più volte il secondo gol, fino a raggiungerlo quasi al 42′: su un rilancio lungo di Carrizo la palla finisce di nuovo a Solari, che stavolta si mette in proprio. Prima dribbla il difensore, poi avanza fino al limite dell’area dove spara un bolide all’angolino basso. Poco prima dell’intervallo Spencer prova a riaccendere le speranze uruguagie, ma il suo colpo di testa finisce pieno sulla traversa.

La riscossa dei vecchi campioni

Nello spogliatoio del Peñarol l’atmosfera è cupa. I giocatori entrano stanchi, stravolti e mentalmente distrutti da 45 minuti di dominio avversario. Ma il primo a non arrendersi è Roque Máspoli. Lui una rimonta così importante l’ha vissuta sul campo, al Maracanã, e si ricorda come il capitano della Celeste del ’50, Obdulio Varela, mantenesse alto lo spirito dei suoi compagni: “Basta fargli un gol. Se segniamo un gol, li ammazziamo”. Così anche lui usa le stesse parole, sprona i suoi giocatori a ritornare in campo convinti e già che c’è gli ricorda pure cosa è successo a Buenos Aires 48 ore prima.

Ma una volta in campo il copione non cambia. I primi minuti il River mantiene il possesso impedendo qualsiasi sortita agli uruguagi, ma al quindicesimo succede un qualcosa che rompe il ritmo naturale che la partita mantiene fino a quel momento. Si sa, il calcio è fatto anche di avvenimenti singoli, di apparenti sciocchezze che possono cambiare radicalmente il corso di una partita. La storia di questo spareggio muta quando Amadeo Carrizo stoppa di petto un pallone.

Il colpo di testa di Spencer è lento e poco pretenzioso. Il portierone del River è solito usare questa tecnica per poter giocare velocemente con i piedi la sfera e lanciare il contropiede della sua squadra. Ma in quel contesto, in quella finale della finale, stoppare di petto un colpo di testa avversario sembra un’enorme mancanza di rispetto per gli avversari. Lo stadio si ammutolisce, gli uruguaiani la prendono veramente male. Spencer, fino a quel momento decisamente sottotono, è il primo a lanciare uno sguardo di fuoco a Carrizo. Mai sottovalutare il cuore ferito di un campione.

Pochi minuti dopo Daniel Onega tocca una palla con le mani nella sua metà campo. Capitan Gonçalves batte la punizione e la mette in area. Alberto Spencer ci mette tutta la grinta dell’attaccante di razza, del bomber punto nell’orgoglio. Arriva per primo sul pallone e la tira con violenza, di prima verso la porta. Carrizo prova a prenderla ma non può nulla. Il Peñarol segna il gol del 2-1, e il portiere del River forse è il primo a comprendere che l’inerzia della gara ora è tutta degli avversari.

E infatti i Carboneros risalgono la china. Iniziano ad attaccare, le folate degli attaccanti aurinegro sempre più insistenti, sempre più vicine al pareggio. E bastano soli cinque minuti. Il pressing alto dei difensori uruguagi recupera l’ennesimo pallone nella metà campo avversaria, e sul contrasto di un difensore del River al limite dell’area si avventa il più vecchio di tutti, Julio César Abbadie. Il suo tiro improvviso è deviato da Matosas e beffa il portiere. Come per il primo gol del River, anche stavolta i fotografi invadono subito il campo, chi scatta un’istantanea del volto pallido e impaurito di Carrizo, chi corre a immortalare Abbadie. Anche la panchina del Peñarol si lancia sul terreno di gioco a festeggiare.

I successivi venti minuti di partita vedono le ultime avanzate, confuse e disperate, della squadra argentina. Impossibile essersi fatti rimontare due gol del genere. Incredibile che gli anziani Carboneros avessero ancora energie per andare a pareggiare la partita. Infatti la squadra di Máspoli ora si limita a mantenere il controllo, sfiora anche il 3-2 ancora con Spencer ma si accontenta dei supplementari. Sa che ormai è tutto in mano loro.

I supplementari

I tempi supplementari iniziano come sono finiti i regolamentari. Il River cerca in tutti i modi di spingersi davanti, ma i tentativi sono velleitari. Quelle poche palle che arrivano verso la difesa vengono bloccate agilmente da Mazurkiewicz. Il problema è che quando il Peñarol parte in contropiede, oppure riesce a prendere controllo delle operazioni, rischia sempre di fare del male.

Prima un cross di Spencer trova Joya impreparato, tira lento verso Carrizo. Ma all’undicesimo minuto arriva l’azione giusta. Stavolta è Forlán che scende veloce sulla fascia e crossa nel mezzo, la palla viaggia veloce verso il centro dell’aria. E questo tipo di palloni sono esattamente quelli che per anni Alberto Spencer ha spedito dentro le porte avversarie, con quell’elevazione imperiosa e un colpo di testa forte e preciso. Figurarsi se in questa partita, in questo momento, “Cabeza Magica” non si va a prendere questo pallone, con un terzo tempo definitivo. Impatta con forza il pallone, con la cabeza, e magicamente finisce all’angolo.

Il Peñarol si porta finalmente avanti 3-2. Di nuovo la panchina di Máspoli si lancia sul rettangolo di gioco, abbracciando qualsiasi giocatore capiti a tiro. I Carboneros sentono che la partita ormai è nelle loro mani, basta guardare le facce degli avversari. Il secondo supplementare, nonostante il risultato dovrebbe essere ancora in bilico, non è minimamente in discussione. Tanto che al quarto minuto del secondo supplementare un altro cross di capitan Gonçalves arriva al centro dell’area, dove Rocha incorna il pallone in solitaria. Carrizo neanche si butta, già sa che anche questa entrerà in porta.

La partita si conclude con gli scroscianti applausi dei 40.000 cileni rivolti ai vecchi campioni uruguaiani. Quelli che dovevano essere finiti, bolliti, incapaci di poter competere per una stagione intera. Che avevano perso l’anno precedente contro altri argentini, i Diablos Rojo di Avellaneda, e non sarebbero dovuti essere di nuovo lì. Il Peñarol è di nuovo campione della Copa Libertadores, guadagnando definitivamente la gloria come una delle squadre più forti della storia del continente.

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