martedì 19 Ottobre 2021
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Carlos Tévez, il giocatore del popolo che ha fatto innamorare tutti

3 ' di letturaQuartiere Ejèrcito de los Andes, noto a tutti come Fuerte Apache. Carlitos è nato proprio lì, il 5 Febbraio del 1984. La sua carriera calcistica inizia con l’All Boys, ma presto cambia casacca. A 13 anni indossa quella che per lui diventerà una seconda pelle: la maglia del Boca Juniors. Una maglia gloriosa e pesante, che solamente i migliori riescono a portare con dignità.

In quegli anni Carlos si ridefinisce anche all’anagrafe. Decide di disfarsi per sempre del cognome Martinez – quello della madre che l’aveva messo al mondo ma che poi ha preferito curarsi d’altro – e adotta quello dello zio che l’ha cresciuto: diventa, per tutti, Carlos Tévez. Il giovane Carlitos incarna alla perfezione lo spirito ribelle e turbolento del Boca. D’altronde è nato lì, e quell’ambiente lo forgerà per sempre.

Debutta finalmente in prima squadra, in un Boca che in quegli anni è davvero una corazzata piena di campioni: c’è anche lui – giovanissimo – alla corte di Carlos Bianchi quando gli argentini battono ai rigori il Milan di Ancelotti in finale di Coppa Intercontinentale. Con gli Xeneizes, in quella prima parentesi, Carlos vince tutto: oltre all’Intercontinentale, infatti, porta a casa un campionato di Apertura, una Coppa Libertadores e una Coppa Sudamericana.

Il Boca è sul tetto del mondo, sì, ma l’Argentina è a un passo dal baratro. Il Paese vive la peggiore crisi economica di sempre e il rischio di un collasso sociale è più che concreto. La politica traballa, con un’alternanza continua e poco rassicurante ai vertici dello Stato.

Il giovane Carlitos, nel frattempo, diventa uno dei personaggi più in vista del Paese. La Selecciòn – all’epoca guidata da Bielsa – è ormai una delle poche speranze rimaste alla gente.

Nel 2004 Carlitos&Co. perdono – durante le battute finali della gara – una Copa América contro il Brasile. Lo stesso anno, però, portano a casa un titolo olimpico giocando un calcio spumeggiante e fantasioso: è il bielsismo applicato all’Albiceleste, con un Tévez incantevole nelle vesti di un diamante prezioso.

Nel Dicembre del 2004, Carlos passa al Corinthians per una cifra record. Praticamente si consuma un mezzo miracolo: Tévez diventa subito l’idolo dei Gavioes da Fiel – la celebre torcida del Corinthians – e dell’intera galassia Timao, riuscendo ad abbattere ogni pregiudizio nel turbolento rapporto tra brasiliani e argentini. Tutti impazziscono per Carlos, per i suoi gol pesanti e per i suoi dribbling coraggiosi.

Sulle tribune del vecchio Parque Sao Jorge – l’impianto che, prima della costruzione dell’Arena, era la casa del Corinthians – cominciano ben presto a diffondersi i classici cappellini da pescatore utilizzati dagli hinchas argentini. Un trionfo, nonostante le premesse: in un anno e mezzo Tèvez mette a segno 46 gol in 76 partite, aggiungendo alla sua bacheca anche il combattuto campionato brasiliano.

Ma l’idea del fondo di investimento MSI di Kia Joorabchian – che all’epoca gestiva di fatto il Corinthians – era un’altra: Tèvez doveva fare il grande salto in Europa. Inghilterra, per la precisione.

Arrivato in Terra d’Albione a peso d’oro, è stato amore a prima vista anche con il West Ham. Anche a Manchester, poi, perdono letteralmente la testa per lui. Ferguson, in particolare, stravede per Carlitos. Così come – prima dei noti dissidi a bordo campo trasmessi in mondovisione – stravede per lui anche Mancini. Dopo il suo trasferimento al City, il tecnico italiano arriva ad affidare a Tèvez perfino la fascia di capitano. Che dire? Come in ogni grande storia d’amore che si rispetti, la passione è sempre accompagnata da forti turbolenze.

Poi l’Italia, alla Juve, prima di tornare a casa sua, al Boca. In mezzo una brevissima parentesi in Cina, prima che l’aria del barrio lo richiamasse indietro di nuovo.

Una cosa, però, è certa: Carlitos Tevez – il giocatore del popolo – non è mai uscito da un campo da calcio senza che la sua maglietta fosse sudata. L’ammirazione e il rispetto se li è sempre guadagnati così, con il duro lavoro e la sua grinta prepotente.

È stato amato da tutti, ovunque è andato, perché è stato l’esempio perfetto del campione della gente.

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