venerdì 26 Febbraio 2021
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Brasileirão 2002: il Santos dei ragazzini terribili vince dopo 34 anni

7 ' di letturaAgli albori del nuovo millennio, tra le squadre più in forze del Brasile continuava a mancare il Peixe. Il Santos di Pelé, per anni una dei club più temuti del Sudamerica, era andato miserabilmente in declino col passare del tempo. Qualche acuto s’era visto, un Paulistão vinto nell’84, una buona stagione nel Brasileirão. Nulla di più. Neanche le spese milionarie messe in campo dal nuovo presidente Marcelo Texeira, che portò a Vila Belmiro Edmundo e Freddy Rincón, riuscirono a portare trofei importanti nella bacheca del Peixe.

Anzi, a fine stagione 2001 il Santos è sull’orlo della bancarotta. Costretto a dover lasciar andare tutti i giocatori più costosi e importanti, il Pesce paulista deve così guardare ai giovanissimi per rifondare la squadra. Tra di loro si nascondono dei profili interessanti, magari da far crescere e rivendere a buon prezzo in Europa. Così per guidare la nuova rosa viene scelto Émerson Leão, ex portiere della Seleção e ora allenatore fumino. È stato appena rilasciato dalla panchina proprio della Nazionale, dove aveva tentato senza successo di integrare i migliori prodigi del paese ai campioni che giocano dall’altra parte dell’oceano.

La rifondazione del Peixe

Mandati via i nomi grossi dalla squadra, di buoni giocatori in rosa ne rimangono essenzialmente pochi. Uno è Renato, un buon centrocampista centrale dai discreti inserimenti. Poi ci sono il terzino Léo, la punta Alberto, e il giovane centrale André Luís. In porta c’è poi Fábio Costa, un discreto portiere anche se un pelo folle. Per fortuna l’anno precedente erano arrivati dalle giovanili due profili interessanti che subito si erano integrati in prima squadra.

Paulo Almeida è subito diventato l’anima del Peixe, un mediano vecchio stampo piazzato davanti la difesa a coprire le avanzate dei compagni e ringhiare contro chi osa avvicinarsi. Dalla trequarti, leggermente defilato sulla destra ma con licenza di accentrarsi, parte invece Elano. Gran tiratore di punizioni, è dotato di ottima visione di gioco e la capacità di smarcare l’uomo con un passaggio filtrante, caratteristiche non comuni alla sua età.

La pesca di questa stagione però è ancora migliore. Innanzitutto, ad affiancare André Luís, arriva al centro della difesa Alex. Un marcantonio di 190 centimetri, feroce negli interventi e prodigioso nei colpi di testa. Con questi due scagnozzi e il capopopolo Paulo Almeida, avventurarsi nei pressi dell’area del Santos diventa più un rischio che una necessità. Il livello però si alza terribilmente dalla metà campo in su.

In mezzo alla trequarti si piazza Diego Ribas da Cunha. Ha solo 16 anni, ne compirà 17 durante la stagione, ma già incarna il prototipo del numero 10. Baricentro basso, incedere veloce, caschetto di capelli fluente come d’uopo all’epoca, una volta che scende in campo diventa uno splendido direttore d’orchestra. È già completo: può saltare l’uomo facilmente, passa la palla dove vuole lui senza problemi, e non disdegna a volte di partire in progressione. Segna pure spesso, sia sui calci piazzati (dove se la batte con Elano per quale sia il miglior cecchino della squadra) che in azione.

Sulla sinistra, con compiti definibili solo come “prendi palla e fanne ciò che vuoi”, c’è l’altro ragazzino terribile. Ha chiaramente il fútsal che gli scorre nelle vene, prima ancora che il calcio a 11. Il Santos l’ha pescato dodicenne proprio dai campi di calcetto, nelle scuole del gioco tipiche di Sao Vicente come in tutto il resto del Brasile. Quando l’ha visto per la prima volta Pelé, questo bimbo quasi rachitico e dal sorriso sempre stampato in faccia, se n’è innamorato subito. L’ha preso sotto la sua ala, guidato per tutte le giovanili. Forse, finalmente, il suo degno erede.

È proprio uno di quei giocatori che si vede subito che hanno qualcosa in più. È evidente che quando il pallone si avvicina ai loro piedi non se ne vuole più andare. Rimane incollato lì, nonostante le evoluzioni più sagaci che il piccolo genietto può fargli compiere. E lui, che si chiamerebbe Robson de Souza ma tutti appellano fin da ragazzino Robinho, gliene fa fare tante davvero. Doppi passi, cambi di ritmo e direzione repentini, controlli di tacco, di suola, d’esterno. Elastici, rabone. Chi più ne ha, più ne metta. Fa impazzire i difensori avversari, li perseguita senza tregua, li ridicolizza con quello sguardo furbo e sbarazzino di chi ha 19 anni e si diverte da pazzi.

Un cammino tortuoso ma emozionante

Un Santos così potenzialmente divertente non si vedeva da tanto tempo. Sono giovani, sono forti e non hanno pressioni aggiuntive. Youtube era forse solo un embrione di idea, non si raggiungeva la fama su Internet quindici minuti dopo aver disputato una gran partita. I tifosi Peixe erano ormai abituati da anni a subire delusioni su delusioni, e figurarsi se questa banda di ragazzini può mai cambiare in un anno le sorti del club. Tanto che nella prima parte di stagione, durante il Torneio Rio – São Paulo, il Santos non raggiunge risultati degni di nota.

“Os Meninos da Vila”, i ragazzini di Vila Belmiro. Così viene rinominata la banda di Émerson Leão, un soprannome pesante. I primi Meninos erano stati i successori di Pelé al Santos alla fine degli anni ’70, capaci di tenerne per qualche anno l’eredità. Trent’anni dopo Robinho e i suoi compagni iniziano il Brasileirão senza dover rendere conto a nessuno. Il rendimento non è costante, l’età dopotutto è un fattore, ma alla fine agguantano l’ottavo posto, l’ultimo posto utile per accedere alla seconda fase. Però dovranno scontrarsi con la prima della classe di quell’anno, in una delle svariate sfide pauliste, il São Paulo guidato da un altro duo offensivo giovane e talentuoso: quello formato da Kaká e Luis Fabiano.

Il Tricolor si presenta ai quarti avendo vinto le ultime dieci partite. Ha segnato sei gol in una sola partita, alla malcapitata Figueirense, sicuramente ha tutti i favori del pronostico ed è indicata dai più come la scontata vincitrice del torneo. I Meninos da Vila però hanno dalla loro parte tutta l’incoscienza della loro giovane età, e nulla da perdere. Così l’andata a Vila Belmiro è un assolo del Peixe. Tre gol, giocate su giocate di Diego e Robinho che fanno scoppiare i 20.000 sugli spalti, e quel trio di cagnacci cattivi davanti a Fábio Costa a difendere. Il São Paulo annichilito. Addirittura vanno a vincere anche al Morumbi 2-1. Lo sguardo perso a fine partita di Kaká spiega tutto.

A questo punto, in tutto il paese si parla di questi giovani fenomeni. Ora qualcuno inizia a pensare che non sono lì per sbaglio, che potrebbero essere proprio loro a rompere un digiuno che dura dal 1968. Le semifinali col Grémio sono quasi una passeggiata. Quella è una squadra tutta diversa, molto più fisica e coriacea, che alla tecnica preferisce corsa e organizzazione. Ma l’attacco Peixe gira troppo forte. Bastano i tre gol, di nuovo, dell’andata per assicurarsi un posto in finale. Dall’altra parte del tabellone arriva però il Corinthians, sì l’ennesima squadra dello stato di São Paulo, ma una storica rivale del Santos. Tanto che le loro numerose sfide sono chiamate il Clássico Alvinegro.

Un finale da “Clássico”

Entrambe le partite si disputeranno al Morumbi, perché l’affluenza si preannuncia leggendaria. I biglietti vengono divisi equamente, 50 e 50 tra i due club. La prima partita vede il Santos ipoteticamente in casa. Il Timão schiera tutti i suoi uomini migliori: Vampeta, Deivid, il portiere Doni. L’allenatore Parreira predica gestione del possesso e manovra avvolgente, ma il Corinthians viene semplicemente annichilito dalle folate offensive avversarie. Il Peixe si tuffa nella partita come ormai è abituato, e non ci mette che 15 minuti per segnare il primo gol. Rischia più volte di segnare di nuovo nel primo tempo, poi gestisce il ritorno del Timão nel secondo fino a che Renato trova il raddoppio con pochi minuti rimasti sul cronometro.

Il ritorno è però tutt’altra cosa. Innanzitutto Alberto è squalificato. Al secondo minuto poi una distorsione blocca Diego, che è costretto a lasciare il campo. Il Corinthians spinge, spinge come non ci fosse un domani. Sa che gli basta un pareggio, visto che è arrivato davanti al Santos durante la prima fase. Così è il momento di Fábio Costa di brillare. Il portiere un po’ matto decide che nel primo tempo nessuno può pensare di far gol e compie tre parate strepitose. Il Peixe si affida al contropiede e al suo fenomeno sulla fascia sinistra. E proprio alla fine del primo tempo la magia ricompare sul prato del Morumbi. Un doppio passo che dura un’eternità, il povero difensore del Timão che non sa più dove guardare, Robinho che finalmente lo supera e si guadagna il rigore. Lo segna, e porta il Santos davanti.

Il secondo tempo inizia come è finito il primo. Il Corinthians va all’arrembaggio, il Santos prova a difendersi. Fábio Costa i miracoli li ha finiti però, e il Timão finalmente passa. Prima Deivid, poi Ânderson, entrambi di testa, lo riportano a un gol dal titolo. Il Peixe è sì frastornato, ma ha un’arma che non può esser fermata. Il pallone va sempre lì, tra i piedi del folletto di Sao Vicente. Che fa quel che sa fare, mettere in crisi gli avversari e scherzarli senza pietà. E a forza di pungolarli alla fine cedono. Uno scatto stranamente sulla destra lo porta a mettere in mezzo un pallone facile facile per Elano, che segna il 2-2. Poi in pieno recupero riparte sulla sinistra, ha appiccicati addosso due difensori del Corinthians. Doppio passo, finta di corpo a cambiare direzione, e li lascia lì. Il pallone arriva a Léo, che dal limite la mette all’incrocio.

I titoli di coda possono ormai calare sul Clássico Alvinegro. Al Morumbi i Meninos da Vila ce l’hanno fatta. Una banda di ragazzini al primo o secondo anno di professionismo ha vinto la finale del Brasileirão, il Santos è sul tetto del Brasile dopo più di trent’anni di digiuno. Finalmente Pelé può riposare, sapendo che tra le fila del Peixe c’è un suo degno erede.

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