venerdì 26 Febbraio 2021
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Alejandro Sabella, il maestro silenzioso che sfiorò la gloria mondiale

7 ' di letturaEsistono tante leggende attorno alla vita di Diego Armando Maradona, e una di queste narra che il primo club che fu sul punto di portarlo in Europa fosse stato addirittura il Sheffield United. Era il 1978 e l’allora manager dei Blades, Harry Haslam, si trovava in missione in Argentina con l’obbiettivo di scovare alcuni talenti. Ovviamente Maradona finì in cima alla sua lista, e come riportò il Guardian nel 2009, Haslam era riuscito a trovare anche un accordo con l’Argentinos Junior (£200,000): sembrava fatta, salvo poi l’acquisto saltare misteriosamente. Esistono diverse versioni di ciò che impedì l’affare: una parla di una richiesta di extra-cash da parte di misteriosi personaggi per dare il via libera all’operazione– all’epoca in Argentina c’era la dittatura, non dimentichiamolo – un’altra che il club si rifiutò di pagare quella somma, considerata troppo cara, mentre anche la storia raccontata di Haslam lascia aperti molti dubbi, visto che all’epoca Maradona aveva già debuttato in nazionale. Sembrerebbe che la cifra richiesta si aggirasse in realtà sul milione di sterline, sulla quale il manager inglese aveva ottenuto poi uno sconto arrivando a £600,000. Il triplo di quanto dichiarato poi da Haslam, e quasi il quadruplo di quanto lo Sheffield pagò invece per Alejandro Sabella.

Sabella all’epoca militava nel River Plate, club nel quale si era formato calcisticamente e con cui aveva debuttato nel 1974. Mancino, classico numero 10, Sabella già da giovane si era guadagnato il soprannome di Pachorra -traducibile in “flemma” dal lunfardo bonaerense – per il suo carattere tranquillo, pacato e apparentemente disinteressato, anche se in campo era uno che lasciava parlare i piedi. Sabella nei suoi inizi aveva sofferto la presenza di un mostro sacro come “Beto” Alonso nel suo ruolo, ed era riuscito a guadagnarsi un posto da titolare solo con la partenza del compagno, approdato all’Olympique Marsiglia. Ma con Cesar Menotti che aveva deciso di non chiamare i calciatori impegnati nei campionati esteri – eccezion fatta per il bomber Mario Alberto Kempes – Alonso era tornato al River Plate in fretta e furia e perciò nel 1978 Sabella accettò di buon occhio la chiamata dello Sheffield, all’epoca impegnato nella Second Division, l’allora serie B. Sabella diventò così il primo argentino a giocare in un campionato inglese, precedendo di quattro giorni l’esordio di Osvaldo Ardiles e Ricardo Villa con la maglia del Tottenham.

Nello Yorkshire Alejandro divenne Alex, e vi fu un iniziale mix di scetticismo ed eccitazione a proposito del suo arrivo. In fin dei conti i giocatori stranieri non erano tanto comuni allora, soprattutto in una categoria come quella della serie B inglese. Bastò comunque poco ai compagni e al pubblico per innamorarsi di Sabella, un giocatore dalle peculiari doti tecniche che lo rendeva differente da quanto visto in precedenza al Bramall Lane. “Il primo giorno che arrivò, tutti noi rimanemmo a bocca aperta” dichiarò l’ex capitano dello Sheffield United Mike Speight nel 2014 al magazine Four Four Two.

In Inghilterra, Alejandro divenne Alex: qui con la maglia dello Sheffield United

Tuttavia, nemmeno la classe di Sabella riuscì a frenare il declino del club, che retrocesse in Third Division. Sabella rimase un altro anno, ma ovviamente la sua classe era sprecata per gli standard della categoria, tanto che a riscattarlo fu il Leeds, con cui debuttò finalmente nella massima serie inglese. Con i Whites anche loro in declino dopo i fasti degli anni Settanta, Sabella sfidò Ardiles e Villa nel settembre 1980, in uno scialbo pari a reti bianche fra Leeds e Spurs. L’argentino terminò il campionato con due reti, mentre il Leeds, dopo una partenza disastrosa, riuscì a centrare il nono posto. Dopo tre stagioni, il tempo di Sabella in Inghilterra sembrava però essere scaduto e a riscattarlo fu nientemeno che Carlos Bilardo, tornato all’Estudiantes dopo un breve periodo alla guida della nazionale colombiana.

Mentre il club era in crisi economica, Bilardo riuscì lo stesso a metter su una discreta compagine, con un centrocampo squisito e ricco di giocatori tecnici, quello formato da José Daniel Ponce, Marcelo Trobbiani e Sabella, con Miguel Ángel Russo a bilanciare la squadra: una rara immagine di fútbol attrattivo che cozza con il calcio speculativo, marchio di fabbrica del tecnico durante tutta la sua carriera. Sabella fu la ciliegina sulla torta, e con l’Estudiantes arrivarono due titoli – il Metropolitano del 1982 e il Nacional del 1983 – mentre il cammino verso la gloria in Coppa Libertadores fu interrotto solo dal Gremio nel girone di semifinale, con i brasiliani che strapparono un 3-3 a La Plata contro un Estudiantes ridotto con soli 7 uomini in campo.

Il ritorno in Argentina coincise per Sabella anche con l’esordio in nazionale, nel frattempo passata nella mani proprio di Bilardo. Il numero 10 dell’Estudiantes partecipò alla Coppa America del 1983, nella quale Maradona non fu convocato, ma con il rientro del “Pibe de Oro” in azione, e la presenza di Jorge Burruchaga, Carlos Daniel Tapia nei ruoli di centrocampisti offensivi, le sue chance di andare al Mondiale di Messico diminuirono, ed alla fine Bilardo optò per portare al Mondiale il veterano Ricardo Bochini, lasciando Sabella a casa.

Appese le scarpette al calcio, Sabella restò ovviamente legato al mondo del calcio, anche se decise di farlo all’ombra di Daniel Passarella, suo ex compagno ai tempi del River. Il binomio Passarella-Sabella occupò molti incarichi, dalla nazionale argentina a quella uruguaiana, dalle “cinque giornate” di Parma a una seconda, e ultima, esperienza sulla panchina del River Plate, conclusasi nel 2007. Da lì in avanti Passarella decise di dedicarsi ad altro, e di fatto fu presidente del River per quattro anni, mentre per il silenzioso Sabella arrivò il momento di mettersi in proprio.

Sabella assieme a Juan Sebastian Veron, celebrando la vittoria dell’Estudiantes nella Libertadores del 2009

Nel marzo 2009 Pachorra fu ufficializzato come tecnico dell’Estudiantes e gli bastarono appena quattro mesi per legare il suo nome di nuovo alla storia del club, con i Pincharratas che conquistarono la Coppa Libertadores dopo 39 anni di digiuno. Era l’Estudiantes di Rolando Schiavi, di Enzo Perez, del centravanti Mauro Boselli, ma soprattutto era la squadra di Juan Sebastian Veron, tornato alle origini dopo la lunga esperienza in Europa. Nel dicembre 2009 Sabella si guadagnò poi l’ammirazione di tutto il mondo calcistico quando l’Estudiantes riuscì a tener sotto scacco il Barcelona di Pep Guardiola per quasi tutta la gara, cedendo ai blaugrana solo nel finale. La difesa della Libertadores si interruppe però contro l’International Porto Alegre nei quarti, ma i Pincharratas avevano ancora qualche cartuccia da sparare e nel 2010 trionfarono nel Campionato di Apertura, torneo al termine del quale Sabella si dimise.

Inizialmente Sabella sarebbe dovuto andare ad allenare negli Emirati Arabi, ma, dopo la deludente Coppa America del 2011, Sergio Batista era stato licenziato e il posto di tecnico dell’Albiceleste si trovava vacante. Con Carlos Bianchi che già aveva rinunciato varie volte, Sabella fu preferito così al Tata Martino.

Con la nazionale argentina Sabella affrontò il compito più difficile della sua carriera di tecnico, visto che, al netto di tanto potenziale offensivo, alla squadra era sempre mancato l’equilibrio tattico e un bilanciamento fra i vari reparti. Avere Leo Messi, Gonzalo Higuain, Sergio Agüero e Angel Di Maria era un lusso incredibile, ma allo stesso tempo un eccesso inservibile in assenza di fondamenta alle spalle di tali bocche da fuoco.

L’Argentina si qualificò brillantemente al Mondiale 2014 vincendo il girone sudamericano, ma gli inizi non furono affatto semplici: una sconfitta in Venezuela – la prima nella storia delle due nazionali- e un pareggio casalingo con la modesta Bolivia avevano acceso i soliti campanelli d’allarme sul reale valore dell’Albiceleste. Sabella stesso ammise le proprie preoccupazioni.

“A volte, mi copro la faccia [per non vedere quello che succede] quando gli avversari attaccano. Abbiamo attaccanti straordinari, ma non è nel loro gioco rientrare e coprire le fasce, per questo gli avversari possono tranquillamente trovarsi 2 vs 1 contro i nostri laterali. Non è un problema di qualche giocatore in particolare, ma della struttura della squadra” raccontò il tecnico.

Sabella provò varie soluzioni per far sentire Messi a proprio agio, incluso un 5-3-2 con cui esordì nel Mondiale contro la Bosnia, ma il tecnico tornò subito al 4-3-3 con cui l’Argentina vinse le altre due gare del girone, pur brillando solamente a tratti. Malgrado le difficoltà, con il passare del torneo Sabella sembrò aver dotato finalmente l’Albiceleste di una certa solidità, magari a discapito della creatività, ma è certo che quella del 2014 fu l’unica nazionale argentina degli ultimi anni che possa essere definita una squadra, e non “Messi più altri dieci” come spesso accaduto negli ultimi anni. I successivi fiaschi in Sudamerica e al Mondiale 2018 non avrebbero fatto altro poi che rivalutare l’immenso lavoro tecnico-tattico di Sabella.

“Fu il periodo in cui mi sono più divertito con la Selección, con Alejandro [Sabella] che era un fenomeno come tecnico e come persona,” avrebbe dichiarato Messi qualche anno dopo ai microfoni di Fox Radio, chissà rimpiangendo che il ciclo del tecnico si fosse chiuso così presto.

Un sorridente Leo Messi assieme a Sabella in un allenamento della nazionale argentina.

Soffrendo, lottando, l’Argentina andò avanti, mentre Sabella fu oggetto di alcune burle nel web, come quando cadde all’indietro dopo un gol mangiato da Higuain o quando Lavezzi gli tirò l’acqua da una borraccia durante una chiacchierata a bordo campo. Il tecnico riuscì nell’intento di portare l’Argentina a una finale mondiale dopo 24 anni di assenza, un risultato storico anche se mancò il colpo finale, con il gol di Mario Götze a interrompere i sogni di gloria a pochi secondi dalla fine.

La finale contro la Germania fu anche l’ultima gara ufficiale di Sabella nella panchina dell’Albiceleste e anche la sua ultima in carriera. Il tecnico si congedò con 41 partite dirette, di cui 26 vinte, 10 pareggiate e 5 perse, un ottimo palmares se si considera che 2 delle 5 sconfitte erano arrivate nel Superclásico de las Américas, un torneo disputato da Brasile e Argentina che prevedeva la partecipazione di soli giocatori impegnati nei tornei locali.

Nel 2015 avrebbe dovuto assumere l’incarico di selezionatore dell’Arabia Saudita ma il sopraggiungere di problemi cardiaci gli fecero rifiutare l’incarico e da lì in avanti iniziò per Sabella un difficile periodo di salute che lo tenne definitivamente lontano da qualsiasi campo, fino alla sua morte, avvenuta l’otto dicembre scorso, nemmeno due settimane dopo quella di Maradona.

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Juri Gobbini
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Amante della Liga e del Calcio Spagnolo Autore del libro "La Quinta del Buitre" (Amazon, 2020)

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